L’installazione Grasslands Repair di Linda Tegg, Mauro Baracco e Louise Wright al padiglione australiano della Biennale Architettura di Venezia, 2018. - Credits: Foto: Rory Gardiner
Un ritratto di Linda Tegg - Credits: Foto: Michelle Tran
Grasslands (2014), installazione alla State Library di Victoria, a Melbourne. - Credits: Foto: Matt Stanton
Sheep study (2010), HD Video, parte della serie di tre video sheep sequence.
Cameratrap (2016), installazione sull’interazione tra uomini e animali.
Storytelling

L’arte “viva” di Linda Tegg

Alla scorsa Biennale di Architettura di Venezia ha trasformato il padiglione australiano in una rigogliosa prateria autoctona e negli spazi del quartier generale di Jil Sander, per il Salone del Mobile 2019, ha installato permanentemente alcune piante spontanee raccolte da siti abbandonati nell’area di Milano. Per l’artista Linda Tegg, di base a Melbourne, la natura è un mezzo creativo per indagare le nostre radici e il motore per rendere il mondo un posto migliore in cui vivere.

Sei cresciuta e vivi ancora in Australia. L’habitat che ti circonda ha influenzato il tuo lavoro?

Sì, penso che l’esperienza di crescere in Australia abbia influenzato il mio lavoro. C’era sempre una discrepanza tra il mondo presentato nei libri di fiabe e in televisione e l’ambiente in cui abitavo. I luoghi in cui ho trascorso il tempo mi sembravano remoti e totalmente unici, li ho capiti trovandomici dentro.

Pensi che il lavoro degli artisti possa avere un impatto nella società, su questioni cruciali legate alla natura e al futuro del nostro pianeta?

Assolutamente. Gli artisti cambiano costantemente il nostro modo di vedere, di dare senso e orientarci nel mondo. Oggi la società sta affrontando sviluppi radicali nella tecnologia che consentono nuovi punti di vista e un reale senso di responsabilità per il nostro futuro collettivo. Gli artisti hanno un ruolo importante in questo processo.

Il tuo lavoro è molto legato alla natura. Come hai iniziato a considerarla uno strumento per creare opere d’arte viventi?

Inizialmente ero interessata a come le immagini modellavano le nostre esperienze e azioni incarnate. Nei primi lavori, avevo modelli dal vivo in posa accanto alle immagini per spostare le modalità dell’essere spettatore. A un certo punto, sono diventata curiosa degli animali addestrati per il cinema e per la televisione, poiché condizionati per interpretare la nostra idea del loro comportamento naturale di fronte alla telecamera. Sono rimasta affascinata dalle restrizioni e dai processi necessari per portare gli animali in spazi che di solito li non li prevedono.

Come possiamo rimediare secondo te?

In passato ho suggerito che il primo passo potrebbe essere quello di identificare dove si è verificata la lesione. Pensa quindi a come potremmo agire per riparare ciò che è stato danneggiato.

Alla Biennale di Architettura di Venezia 2018 hai creato per il padiglione australiano, con la direzione creativa di Baracco+Wright Architects, un’installazione immersiva intorno al paesaggio urbano, all’architettura e al design.

Il lavoro centrale era costituito da una comunità di piante indigene australiane, in pericolo e ancora gravemente minacciata dall’espansione urbana. Volevamo portare queste importanti, ma spesso trascurate, specie direttamente in uno degli spazi culturali più importanti d’Australia. Il padiglione è stato adattato per supportare la vita di questi vegetali con un’installazione luminosa che abbiamo chiamato “lucernario”, che ha convogliato l’energia nelle piante e ha creato un legame nello spazio tra le videoproiezioni e il verde. È stato un vero esercizio di coesistenza. Ground, la raccolta di video mostrata su due canali, presentava progetti architettonici provenienti da tutta Australia che cercavano di riparare i luoghi di cui facevano parte. Abbiamo filmato ogni progetto da due punti di vista, come incorporati nell’ambiente.

All’ultima Milano Design Week hai ideato, con Lucie e Luke Meier, direttori creativi di Jil Sander, un’installazione di piante spontanee raccolte da siti abbandonati nell’area di Milano. Il lavoro è stato installato negli spazi del quartier generale della casa di moda. Dopo la mostra alcune piante sono state trasformate in un assemblaggio permanente, per essere nutrite come esseri viventi. È un modo per mantenere “vive” le tue opere e rendere le persone più sensibili verso la natura?

Ha significato molto per me che Lucie e Luke abbiano voluto condividere il loro quartier generale con piante perenni. Spero che questo diventi veramente un catalizzatore di consapevolezza e sono entusiasta di vedere come si svilupperà nel tempo.

Un altro aspetto cruciale del tuo lavoro è il modo in cui gli esseri umani coesistono con animali e strutture organizzative. Il tuo intento è raffigurare come condizioniamo le cose intorno a noi?

Questo doppio legame è stato certamente un aspetto importante delle mie prime opere con i ballerini e con gli animali. Guardando indietro, ora posso vedere progressi da un’opera all’altra e come il mio pensiero abbia continuato a spostarsi e svilupparsi attraverso le opere.

Come vedi l’arte e il design in futuro?

Non ho previsioni. Riesco a figurarmi alcune delle preoccupazioni delle giovani generazioni di artisti e designer e immaginare come ciò possa logicamente manifestarsi nel loro lavoro, ma spero che ci mostrino qualcosa di più.