La libreria con prodotti del Museo della Merda - Credits: Ph. Henrik Blomqvist
Il padiglione che ospita lo studio di Luca Cipelletti, in zona Navigli a Milano, è stato costruito negli anni 50 come magazzino per filati. Dal 2002 è la sede di AR.CH.IT. Lo spazio su due livelli, restaurato e rifunzionalizzato con un lavoro filologico di recupero di tecniche costruttive e sezioni originali, è stato di recente ri-inaugurato - Credits: Ph. Henrik Blomqvist
In studio sono esposte opere di David Tremlett, Donata Pizzi, Henrik Blomqvist, Carlo Valsecchi, Tarek Abbar, Anne e Patrick Poirier, tutte sul tema della conversazione tra architettura e arte: una collezione zero che racconta il dna dello studio. A destra, Cipelletti con il bozzetto del wall drawing Piled Up Corner di Tremlett e a parete, foto della serie Città Metafisiche di Donata Pizzi - Credits: Ph. Henrik Blomqvist
Luca Cipelletti in studio. A parete, un’opera dell’artista e amico Roberto Coda Zabetta, che con Luca ha lavorato anche al MDM. Coda Zabetta ha recuperato i pannelli del bagno per testare una nuova tecnica pittorica che include materiali da costruzione - Credits: Ph. Henrik Blomqvist
Storytelling

Io non disegno da solo

Milanese, no milanesissimo. Luca Cipelletti, classe 1973, architetto, fondatore dello studio AR.CH.IT, Milano ce l’ha dentro. E non è solo una questione di genealogia (quattro nonni meneghini): Milano è la città che segna la sua formazione professionale (al Politecnico), gli dà i maestri da seguire (Franco Albini, il razionalismo rigoroso, ed Ettore Sottsass, radicale e provocatorio), lo fa credere nella solidità della storia con la giusta apertura mentale. Parte: in Francia, Inghilterra, Spagna, e oltreoceano, a New York, ma torna sempre, Luca. Si laurea con una tesi sulla riqualificazione museale dell’area intorno al Castello Sforzesco con Marco Albini, con cui collabora per alcune mostre in Triennale. Respira dai grandi e impara che la progettazione è una disciplina complessa, che richiede responsabilità e impegno intellettuale, e pure fisico.

Apre il suo studio a 27 anni: arrivano la direzione artistica della Millennium Campaign per le Nazioni Unite nel 2003 (che durerà un decennio), i moltissimi lavori di allestimento (più di 50), le collaborazioni con la moda (con Arthur Arbesser in primis). Insieme c’è anche l’architettura: residenze private, retail e l’inizio nel 2004 degli interventi al Museo della Scienza e della Tecnologia-Must di Milano. A unire tutto c’è Luca: la sua sensibilità, la curiosità che sfuma i contorni delle discipline. La museografia gli dà un’apertura e una generosità che Cipelletti riversa anche nel suo modo di progettare, che parla di esperienza individuale e collettiva, prospettive, percorsi, qualità spaziale, commistioni tra arti, anzi “conversazioni”, parola che significa non solo ascolto e dialogo tra parti, ma anche abdicazione volontaria a ogni sorta di stile e protagonismo da star, a ogni autografo sull’opera che porta a edifici senza identità né sostanza.

Per Cipelletti l’architettura è servizio, tanto completo quanto inclusivo e aperto all’apporto di altri saperi. Il suo legame con l’arte è storia libera e personale, frutto di incontri, amicizie, esperienze che Cipelletti mutua in matrici di progetto, per narrare di ricuciture, sottrazioni, stratificazioni urbane. Così nascono le collaborazioni con grandi artisti, come Anne e Patrick Poirier per il Cimitero di Gorgonzola (in progress) e con David Tremlett, sia per il Fondaco di Portofino (2014), frantoio e spazio espositivo in cui il maestro inglese ha reinterpretato con il colore le tipologie architettoniche liguri aprendole alla contemporaneità, sia per il Must, in cui Tremlett è stato coinvolto nella rivalorizzazione del contesto monumentale. Le architetture di AR.CH.IT dialogano con l’arte non per un bisogno riempitivo ma come metodo. In studio si lavora su grandi tavoli, senza gerarchie, né categorie chiuse: le abilità e le informazioni sono condivise, perché gli stessi progetti sono il risultato dell’ibridazione di diverse discipline. Basti guardare il Must: c’è azione costruttiva, nella Scala dei Chiostri; c’è il lavoro di allestimento, nella musealizzazione dei laboratori all’interno del percorso espositivo; c’è il dialogo corale con artisti e il lighting designer Alberto Pasetti; c’è lo studio urbanistico, che ha avuto nella riquali cazione di un’area in disuso, quella delle Cavallerizze, un momento importante per il disegno del nuovo masterplan dell’area (di cui lo studio si sta occupando); c’è infine il dettaglio, dei materiali e delle soluzioni costruttive.

Luca Cipelletti ha l’ardore di chi si approccia alla progettazione in modo concreto, omnicomprensivo e onnivoro. È un purista controcorrente, che parla di cultura rinascimentale nell’epoca del bling dei like sui social, che si incazza davanti alla mancanza di progettualità, alla normalizzazione, alla banalità. Forse proprio per questo il Museo della Merda in provincia di Piacenza (2015) è un lavoro di ricerca identitario: corale nel dialogo tra architettura, arte, natura, tecnologia, e provocatorio; un’azienda agricola che produce latte, ricicla gli scarti animali e realizza oggetti funzionali diventa un museo dove tutto è restituito alla sua verità e dignità espositiva, merda compresa. Mentre si procede nella sperimentazione di nuovi materiali dallo sterco, Cipelletti oggi è impegnato in un importante intervento museografico a Bari, con la creazione di un polo delle arti che riunirà Teatro Margherita, Mercato del Pesce e Sala Murat, e nel disegno del museo d’impresa dell’azienda di ceramiche Bitossi, oltre che nel progetto Conversazioni tra arte e architettura: programma di mostre di artisti internazionali all’interno dello studio AR.CH.IT che identi ca un processo simbiotico generatore, di volta in volta, di nuovi organismi eterotro. Sono questi i percorsi e le direzioni che Luca Cipelletti sta tracciando: sono i segni di una generazione di progettisti che con i maestri si confronta senza soggezione, cercando di produrre il nuovo. A Milano, ma non solo.

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