Massimo Lunardon nel suo laboratorio mentre controlla la qualità di un bicchiere in fase di realizzazione. L’atelier si trova a Fara Vicentino in un ex-caseificio - Credits: Ph. Luigi Fiano
Storytelling

Massimo Lunardon, alchimista del vetro e sperimentatore no limits

Nato, cresciuto e attivo ai piedi dell’altopiano di Asiago, meravigliosa postazione di cui si sono innamorati intellettuali e musicisti, da Hemingway a Keith Jarrett, Massimo Lunardon è tra quei personaggi che chi è nel mondo del design conosce, ha intercettato, con cui almeno una volta ha collaborato.

Ma dell’immensità del suo lavoro, poi, si sa ancora poco. La sua figura lo precede perché, si sa, Massimo è il genio del vetro e ogni pezzo soffiato e ben fatto visto nelle più belle mostre, rmato da encomiabili designer, spesso nasce dalle sue mani. Capelli raccolti, piazzato e conviviale, nasce autodidatta, ragazzino inquieto e implacabile. Inizia a frequentare la bottega di un mastro vetraio, e quella professione diventa magicamente la sua dote alchemica. Lascia quel posto – formato ma giovanissimo – e decide con la spensieratezza dell’età di aprire la sua attività.

Come succede ancora ai giovani progettisti, il lavoro va cercato e inventato. Il suo partner-in-crime, Giovanni Bonotto (sì, proprio lui, a capo della Fondazione che porta il suo nome e semiologo-artista del tessile, amico e collezionista dei Fluxus) gli commissiona i primi lavori, e per osmosi Lunardon s’avvicina alla sensibilità del mondo dell’arte concettuale. Così da decidere senza esitazione di aprire la guida che ha fatto sognare la generazione pre-internet, l’Art Diary International, preparare la lettera che fa tradurre in inglese e inviarla a 25 tra i big selezionati, da Christo e Jeanne-Claude a Nam June Paik, Kiki Smith, Je Koons, Dan Flavin, Sol LeWitt. Su 25 lettere inviate, 15 risposte. Non importa poi quanti incontri di quei 15 siano davvero avvenuti, ma sapere di poter arrivare ovunque (e a chiunque) diventa una delle doti di Lunardon, positivamente irriverente, che girava con una ventiquattrore di metallo e dentro una selezione di pezzi accompagnati da cataloghi autoprogettati, sempre intercettando il proprio interlocutore.

Avviata la relazione con il mondo dell’arte, sente il desiderio di approfondire la progettazione, e nel 1991 consegue il Master di Industrial Design alla Domus Academy di Milano, capendo di voler sperimentare nell’ambiente domestico la combo spensieratezza-precisione di cui è dotato, così da poter portare nelle case, quindi tra la gente, e soprattutto sulla tavola – sua grande passione – un po’ d’amore e fanciullezza. Mentre dunque la sua attività cominciava il percorso canonico della produzione, della distribuzione e della vendita attraverso una rete di negozi, ristoranti, cantine, un’altra parte della torta si dedicava alla collaborazione con aziende come Artemide (che fino ai Duemila ha costituito quasi il 70% del suo fatturato), Danese, Driade, Flos per la realizzazione dei prototipi.

Il tramonto della produzione italiana la conosciamo bene e, se si può dire, per Massimo Lunardon questo valico ha rappresentato una nuova occasione. Già da molto tempo soffiava i vetri per noti designer (e amici) come Andrea Anastasio, con cui dal 1992 c’è fratellanza cristallina, Andrea Branzi, Aldo Cibic, Memphis; grazie al progetto Goto (1994-95) su sua iniziativa, ha interpretato e soffiato tra i tanti per Arad, Mariscal, Newson, Santachiara, Thun.

Un'ampia parte della produzione è destinata a complementi per la tavo- la. Ironici e gioiosi come il loro artefice, portano allegria negli ambienti - Credits: Ph. Luigi Fiano
Manuel Crestani intento nella realizzazione di un prototipo - Credits: Ph. Luigi Fiano
Michele Mottin mentre finalizza una caraffa - Credits: Ph. Luigi Fiano
Nel 1994, Lunardon invia 25 lettere ad artisti di fama internazionale presentando se stesso e il suo lavoro, e rendendosi disponibile per collaborare. Con alcuni di loro comincerà uno scambio amichevole che dura tuttora. Nella foto, l’unica originale, perché tornata al mittente, destinata a Mark Kostabi - Credits: Ph. Luigi Fiano

Michele De Lucchi, con cui ha collaborato per Produzione Privata, rivela che «Massimo usa il vetro come fosse sabbia e nelle sue mani diventa duttile e plastico come nessun altro materiale al mondo. Contagia tutti i designer che incontra e alla ne il borosilicato è diventato il materiale ideale per fare cose nuove, moderne e preziose». Sam Baron, designer a capo del dipartimento di design di Fabrica, gioiello internazionale come Centro di Ricerca sulla Comunicazione: «Lui è un Maestro, un maestro all’italiana. Geniale inaspettato e capace di condurti per mano alla pazzia. Di lui mi piace la prima falsa resistenza al mettersi in discussione perché oramai so che poi abbraccerà pienamente la causa e sorpasserà un’altra volta se stesso». In quell’ex-caseificio che guarda le colline scendere verso Marostica e che ora è il suo atelier in cui operano 16 persone, ha ospitato i workshop con gli studenti di Martino Gamper e El Ultimo Grito, oltre a numerosissimi artisti e progettisti internazionali. E sempre qui vengono preparate le collezioni di sculture che Lunardon firma per Venice Projects, la galleria di Adriano Berengo, mitico ponte tra la tradizione del vetro muranese e l’arte contemporanea.

Ma dopo qualche ora con Lunardon si capisce che il suo genio non gli interessa, non lo subisce. «Artigiano alchimista, progettista tra intuito e curiosità, autore capace di passione e verità» (Beppe Finessi), a lui interessano le persone, le relazioni, gli scambi.

Formafantasma, Martino Gamper, Marti Guixè, Jaime Hayon, Joe Velluto, Zanellato/Bortotto. Regala: ha donato sue opere, e opere di altri che aveva nel cassetto (come gli schizzi di Bob Wilson, le foto di Pino Guidolotti le cartoline di Christo e Jeanne-Claude). Gli interessano le sfide, le imprese eccessive: «La cosa divertente del mio lavoro è quello che farò. Mi piacciono le cose impossibili, mi piace stare di fronte a progetti irrealizzabili».

Come le impalcature di vetro in scala 1:1 (Work I, Work III) dell’artista concettuale Fiona Banner, l’Excrementorium di Atelier Van Lieshout, o i giubbotti da kamikaze, fedeli repliche vitree degli originali, di Cai Guo-Qiang (Full-Body Scan: Next!). Opere come queste vengono battute all’asta per un milione di di dollari. In effetti è un capolavoro, lo è certamente da un punto di osservazione concettuale, ma senza quella fattura, che la macchina ancora non può da sola realizzare, così precisa e coraggiosa e alchemica che traduce un’intuizione in capolavoro, quell’opera non esisterebbe. Perché è l’opera di un Maestro.

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