Matteo Thun - Credits: Photo:Nacho Alegre
Vigilius Mountain Resort a Merano, Lana, sud tirol, progetto realizzato nel 2003.
Chalet privato in engadina, Svizzera, 2013-2015.
160 camere per il Waldhotel Health & Medical Excellence a Bürgenstock in Svizzera, finito di realizzare nel 2018.
Centrale elettrica a Schwendi, Germania, 2006-2009. - Credits: Photo: Jens Weber
Storytelling

In conversazione con Matteo Thun

«Il blu serve dove c’è il vetro, il marrone per le zone dove metti la terra, il giallo indica i punti di luce». Nello studio milanese di Matteo Thun, non lontano dal nuovo skyline di Porta Volta, l’architetto-designer giustifica i colori delle dozzine di pastelli sul tavolo della sala riunioni, affacciata su un cortile dall’atmosfera insolitamente parigina.

«Non crederà siano qui per decorazione», risponde sfidante. «Solo sulla mia scrivania ce ne saranno centinaia. La carta non si può sostituire. Sembrerà un paradosso, ma più va avanti il digitale, più servono fogli – e matite – dove fermare il pensiero». Di concetti nuovi e sfide ambiziose, l’architetto green e planet friendly se ne intende.

Classe 1952, frequenta fin da subito menti creative come Oskar Kokoschka, Emilio Vedova e Ettore Sottsass. Collaborazioni, premi e esperienze professionali in ogni dove, dal 2001 lo studio Matteo Thun si allarga ai partner e a una squadra di circa 70 persone fra product designer, interior e graphic designer. Professa il credo dei 3 zero, zero chilometri, zero anidride carbonica e zero sprechi. Tanti i progetti, come quello (segreto) che vedrà la luce tra quattro anni fra praterie, caprioli, cervi e conigli.

100 anni fa è nato il design industriale. Cosa sarà del design?
Non c’è sentenza. Mi rifaccio a quello che diceva Ettore Sottsass: io non so cosa sia il design. Se corrisponde all’inizio della serialità, allora è iniziato nel 1920, ma è finito l’11 settembre del 2001. Un anno spartiacque: pur in un momento drammatico c’è stato il risveglio dell’uomo. Prima tutto era accelerato, poi abbiamo iniziato a restare, a consumare meno e a prendere consapevolezza. A partire dagli anni 80, molti colleghi operavano come parrucchieri: tagliavano senza riflettere, non capendo che il design del futuro riguardasse il contesto culturale, sociologico, della sostenibilità.

Quali sono le fasi di progettazione sostenibile?
Prima di tutto bisogna riportarsi ai tempi del pensiero umano, al disegno a mano. Quindi, matita e pastello. Poi c’è la definizione di un concetto che parte dalla natura per la sensorialità. Se una cosa dura nel tempo è sostenibile. Se non dura, non lo è. Chi la compra, la compra consapevole che finirà. È, a tutti gli effetti, un pensiero politico. Credo che la nuova generazione sia consapevole di questo, anche a Greta Thunberg non sfuggirà che il cambiamento è in atto, sono molto ottimista.

La sostenibilità è fatta della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni, direbbe oggi Shakespeare. Di cosa è costituita la sustainable philosophy?
Di materiali, noi usiamo solo quelli che producono patina. La patina crea sensorialità, che nel volto crea le rughe. La ruga crea carattere, il carattere crea fiducia e la fiducia crea simpatia.

C’è un dialogo nel film L’Avventura di Michelangelo Antonioni che recita “a cosa servono oggi le cose belle? Una volta avevano avanti secoli, oggi al massimo dieci, vent’anni”. Gliela ripropongo, a patto che avremo secoli davanti a noi. Possiamo rivendicare il diritto di bellezza?
La bellezza fa parte di un’esigenza umana, tanto quanto mangiare e bere. Il bello, più o meno fino alla fine del Rinascimento, faceva parte della politica. Oggi è necessario decelerare e avere il coraggio di considerare la bellezza un bisogno umano.

Ha coniato il termine Botanical Architecture, perifrasi dei suoi progetti. Ne dà una definizione?
Non è altro che accettare che la natura diventi la parte più importante nel contenuto architettonico che sviluppiamo. La natura predomina, è la prima qualità che va rispettata. Questo è collegato anche alla scelta dei materiali, il legno in primis.

L’innovazione va a braccetto con la ricerca, quanto è importante?
Nello studio, che dirigo insieme a Antonio Rodriguez, seguiamo la massima semplificazione. Lo facciamo in tanti nostri progetti, dalla pentola alla clinica. Non è affatto semplice fare le cose semplici, in un’epoca in cui la complessità aumenta a dismisura. È necessario, a volte, arrivare alla sintesi.

Con Sottsass, con cui ha fondato Memphis negli anni 80, ha conosciuto il concetto di limite e superamento. Oggi, fra paure vere e presunte, cosa consiglia?
È meglio fare anziché non fare, è meglio rischiare piuttosto che aspettare, è meglio l’errore dell’attesa. Bisogna prendere una decisione, chi va in standby è perduto.

---

Dal numero di marzo di ICON DESIGN