Max Lamb - Credits: Ph. Gianni Basso/Vega MG
Storytelling

In conversazione con Max Lamb

Difficile inquadrare Max Lamb.

Trentacinque anni, designer, maker, creativo, visionario, innamorato della natura e delle sue inesauribili materie prime. Nasce in Cornovaglia, terra martellata dal vento e dal mare, sceglie di vivere a Londra e si laurea al Royal College of Art.

Il suo ex professore, Tom Dixon, lo assume e gli affida i progetti speciali. Affascinato dai materiali grezzi, dalle pietre ai tronchi di legno, e dalle loro tecniche di lavorazione, Lamb decide però di intraprendere un percorso personale che nel segno di Michelangelo “estrae la figura dal blocco di marmo”.

Si definisce designer, ma ogni pezzo che produce, sempre con le sue mani, è unico e lascia pensare che appartenga al mondo dell’arte. Le sue creazioni, dall’aspetto primitivo, ruvido, “non finito”, assomigliano più a sculture che a mobili veri e propri. Si concede al magma del genio, ma con gli strumenti affinati dal talento, dalla forza e da una severa disciplina. Durante lo scorso Salone del Mobile di Milano, in occasione della mostra The Nature of Motion, promossa da Nike, Lamb ha interpretato il tema talmente alla lettera da far volare su un ring di aria compressa dei blocchi di marmo, pesanti più di 3 tonnellate l’uno, insieme a forme di alluminio e poliestere. Come dire, la leggerezza è un diritto che spetta a tutti.

Accanto a opere create in serie nel segno della tradizione industriale, Max Lamb rappresenta un ampio settore del design contemporaneo che ama sentire il contatto diretto sugli oggetti e tornare così a essere protagonista e artefice.

Icon Design lo ha fotografato nella sua casa studio londinese osservandolo al lavoro e lo ha intervistato a New York, nel Queens, una domenica pomeriggio di freddo fuori stagione – il nostro, da vero macho, si è presentato in maglietta a manica corta – in un ex teatro, sede della famosa Johnson Trading Gallery, che lo rappresenta. In una scenografia surreale, come fossero state portate lì dal vento, le sculture di Lamb accolgono il visitatore, sintesi di un’istintiva capacità manuale e di una complessa ricerca sulle tecniche di lavorazione della materia. Di nuovo un pensiero a Michelangelo e al suo “non finito”. E una strizzata d’occhio agli intramontabili Flintstones.

Peseranno quintali quei blocchi di marmo: come sei riuscito a portarli n qui?

Ho fatto tutto da solo ed è stato a tutti gli effetti un grande esercizio anche di logistica. Ho preso un volo da Londra per New York con sette bagagli extra, ho noleggiato un furgone e ho guidato fino in Vermont. Questi pezzi sono stati realizzati lì, a quattro ore di macchina a nord di Manhattan. Fanno parte di un progetto ambizioso che mi ha visto alla prova con un unico materiale e un singolo attrezzo: il marmo e il trapano. Con le mie sole forze ho cercato di ottenere il massimo risultato.

Perché una località così remota e disabitata come il Vermont?

Perché è uno scenario naturale fantastico, primigenio, tra montagne e foreste di alberi secolari. Ho vissuto da solo in un ranch di cento ettari vicino alla cava di marmo, da cui ho estratto i blocchi per le mie opere. Dopo aver selezionato il materiale, l’ho trasportato fino al ranch dove ho prodotto ogni singolo pezzo, per poi riportare il tutto a New York per una mostra in galleria.

Un lavoro degno di un curatore. Ti senti più un designer o un artista?

Io adotto molti processi e materiali che appartengono al mondo dell’arte, ma il mio lavoro è il design, io sono un designer. Il mio proposito è rispettare la funzionalità in relazione all’ambiente della casa, ma certamente adotto materiali che di solito non sono molto utilizzati per l’arredamento, o quantomeno li uso in modo diverso. In ogni caso la funzione ha sempre il sopravvento sulla forma.

Che cosa ti annoia, o temi, del design?

La serialità mi atterrisce, ed è per questo che utilizzo strumenti e materiali fuori norma. Non esiste la ripetizione nei miei lavori, il risultato è sempre unico. È un atteggiamento necessario per la mia salute mentale, per stimolare il mio interesse, e per il mio desiderio di imparare nuovi processi da nuovi materiali. Evito sempre di rifare due volte la stessa cosa.

I tuoi lavori spaziano dalla grande alla piccolissima scala: dall’imponente progetto che hai realizzato per Nike alla collezione di oggetti per la tavola di 1882 Ltd. Dove ti senti più a tuo agio?

Il mio lavoro è molto variegato, va da pezzi in vetro o ceramica all’arredamento di interni con tutto ciò che sta in mezzo e oltre. Diciamo che non mi pongo limiti. Credo che questa varietà rappresenti il mio interesse per la tridimensionalità in ogni suo aspetto. Non sono un designer di gioielli, ma li disegno, non sono un designer di interni, ma mi piace farlo e lo faccio. Vivo in questo mondo e mi interessa dare un contributo all’ambiente che mi circonda. Comunque i mobili sono la tipologia di oggetti su cui mi sto concentrando di più in questo periodo.

In che modo sei ispirato dai materiali naturali?

I materiali naturali mi piacciono perché hanno una forte identità e già da soli realizzano la maggior parte del lavoro. Sono il prodotto della natura. Di conseguenza, ogni singolo pezzo è già unico. Ciascun blocco di marmo o di legno, anche nel caso in cui sia della stessa qualità e provenga dallo stesso luogo di un altro, non è in realtà riproducibile. L’identità della materia prima è il focus su cui si basa tutto il mio lavoro. Non voglio confondere o travisare il carattere del materiale che uso, voglio solo valorizzarlo e dargli la possibilità di suggerire un utilizzo nuovo.

A sinistra, il laboratorio privato con tutti gli strumenti che servono per lavorare pietra, legno, acciaio... A destra, uno scorcio della cucina, realizzata su disegno, e un gruppo di sedute, parte della collezione del designer - Credits: Ph. Gianni Basso/Vega MG
La casa studio di Londra dove il designer inglese sperimenta materiali e costruisce la maggior parte delle sue creazioni - Credits: Ph. Gianni Basso/Vega MG
A sinistra, Max Lamb al lavoro su una delle sedie scultura nel laboratorio open air che ha ricavato fuori casa. A destra, la coppia Hard Core Chair, realizzata con tronchi di pietra calcarea per la Johnson Trading Gallery di New York - Credits: Ph. Gianni Basso/Vega MG
Il living della casa con, intorno alla stufa, le creazioni tra arte e design di Lamb che convivono con le icone anni 50 - Credits: Ph. Gianni Basso/Vega MG

Come misuri il tuo intervento?

Cerco di intervenire il meno possibile. A volte puoi riconoscere una sedia in un pezzo di marmo, ma non accade in maniera ovvia. Il materiale rimane il protagonista, la parte più importante dell’oggetto. Solo la natura ti può offrire questo vantaggio, questa libertà. La relazione della materia con l’uomo e dell’uomo con la natura è all’origine della vita. Io mi sento a mio agio nella natura e cerco di trovare il modo per costruire qualcosa di interessante, giusto e che abbia una rilevanza. Questo richiede un grande sforzo fisico e tanta dedizione per conoscere nel profondo gli elementi e sviluppare la tecnica per lavorarli rispettandoli. Ogni pezzo di marmo, pietra, legno, ha la sua identità, quindi ogni progetto si traduce in un processo di apprendimento, in un viaggio avventuroso. Non so dove si possa arrivare e come otte- nere il risultato. Ma è un dialogo e il materiale risponde sempre alle mie domande.

Che lavoro sognavi di fare quando eri bambino?

A scuola ero molto interessato al corpo umano, ai suoi meccanismi e quindi allo sport. Ero bravo nel rugby, nel basket, nel nuoto, e pensavo che da grande avrei fatto qualcosa legato all’attività fisica. In qualche modo è successo così. Ho scoperto di avere una grande facilità nel lavoro manuale e questo mi è utile ancora oggi quando lavoro sui miei pezzi con strumenti che spesso sono pesanti, motoseghe, flessibili...

Invece di uno sportivo sei diventato un designer. Il tuo percorso?

Ho studiato arte, design, e al college ho seguito anche un corso di disegno 3D, fondamentale per le mie scelte future. Dallo sport sono passato al design, ma in realtà si tratta sempre di un modo di fare che richiede potenza, manipolazione, tattilità e concentrazione.

Puoi parlarci dei tuoi futuri impegni?

In questo momento sto lavorando su vari progetti contemporaneamente. Il motivo per cui mi trovo a New York in questi giorni è proprio perché ho ridisegnato parte del negozio Opening Ceremony e sto realizzando alcuni pezzi con un carattere molto forte, da inserire nello spazio minimale dei negozi Acne Studios. Successivamente avrò una grande mostra personale nel sud della Francia, a Hyères, nella Villa Noailles, spettacolare dimora che Mallet-Stevens ha progettato negli anni Venti. E per quell’occasione sto preparando nuovi pezzi e sto curando anche la scenografia e l’allestimento. Questo ha fatto sì che mi avvicinassi a materiali per me inediti e affrontassi nuove importanti tematiche progettuali. In particolare, ho studiato il pavimento che, in collaborazione con una giovane azienda di tappeti, diventerà una particolare superficie tessile.

Qualcosa di morbido dopo tanta durezza?

Sì, è la prima volta che lavoro con la morbidezza dei filati. È come se stessi disegnando un tessuto, ma sarà la base dell’intera mostra, e per questo è molto importante. I miei pezzi saranno posati su questa superficie. Quindi, di nuovo, sto pensando alla relazione tra i miei mobili e l’ambiente domestico nel quale saranno inseriti, perché i miei pezzi non volano.

Ne sei proprio sicuro?

In effetti a volte volano...

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Fukasawa è il designer giapponese che pratica la semplicità. Nelle sue forme equilibrate non esistono eccessi, solo quello che è necessario. In trentotto anni di carriera ha reinventato sedie, divani, mobili, lampade, congegni elettronici, telefoni. Il suo obiettivo? Migliorare con i suoi progetti la vita di tutti i giorni, attraverso un design “giusto”