Il designer Michael Anastassiades - Credits: Ph. Barrie Hullegie
Modelli Flos presentati a Euroluce 2017: anelli e barre di Arrangements, sistema di illuminazione modulare, e Last Quarter, lampada con diffusore in resina “cocoon” spruzzata su struttura interna in acciaio – la stessa tecnica usata per le sospensioni Taraxacum e Viscontea dei fratelli Castiglioni (1960) - Credits: Ph. Barrie Hullegie
In studio, nel corso del processo ideativo, dagli schizzi si passa subito ai mockup e, solo alla fine, al computer: «Non voglio perdere tempo a immaginare l’aspetto di un oggetto, preferisco sperimentarlo fisicamente», sostiene il designer. In occasione del Salone del Mobile 2018 il designer ha presentato un tavolo per Cassina, un sistema di mensole modulari per B&B Italia e una linea di rubinetti per Fantini - Credits: Ph. Barrie Hullegie
Modellini raccolti per progetto - Credits: Ph. Barrie Hullegie
Strumenti di montaggio - Credits: Ph. Barrie Hullegie
A sinistra, due esemplari di Overlap, lampada a sospensione costituita da anelli in metallo intersecati e rivestiti con resina “cocoon”, progettata dal designer per Flos e presentata a Euroluce 2017 (da aprile in produzione). A destra, due esemplari di Overlap, lampada a sospensione costituita da anelli in metallo intersecati e rivestiti con resina “cocoon”, progettata dal designer per Flos e presentata a Euroluce 2017 (da aprile in produzione). - Credits: Ph. Barrie Hullegie
Il numero 50 di Rochester Place, con i led OWKS Aluminium 01 di Michael Anastassiades. Il brand Michael Anastassiades, fondato nel 2007 a Londra, realizza lampade e oggetti impiegando eccellenze artigianali riconosciute a livello internazionale per la lavorazione dei materiali. Produce metalli (e patine) in India, vetro in Polonia e Repubblica Ceca, marmo in Italia e assembla le singole parti a Birmingham, spedendo dalla Gran Bretagna in tutto il mondo. I manufatti sono acquistabili su web o nei design store più prestigiosi e sono curati in ogni dettaglio dal designer, e dal suo team, che si occupa di controllarne personalmente la fattura - Credits: Ph. Barrie Hullegie
Storytelling

Michael Anastassiades, il designer della sorpresa

Da Waterloo a Camden sono poco più di 15 minuti di auto. Attraversi Russell Square lungo Eversholt Street fino a Rochester Place. Numero 50 la destinazione. Lo studio, una vecchia officina recuperata in bianco e luce, profuma ancora di nuovo: gli arredi, pochi e funzionali; sulle mensole, falangi di modellini in file perfette; alle scrivanie, una squadra di alacri collaboratori – tre designer oltre a Laura, la studio manager, alcuni addetti alla produzione, due responsabili delle vendite, una bassotta. Qui la giornata scorre scandita dalle riunioni e il mockup; mentre a Waterloo il tempo di vita e quello del design si rincorrevano senza sosta in una casa su quattro piani in cui le stanze non avevano porte e gli abitanti si mescolavano ad assistenti, clienti e visitatori in un flusso continuo. Ci sono voluti 15 anni per sistemarla e trasformarla da una macelleria-deposito a centro di tutto: il progetto più lungo dei tanti, distillato di esistenza e delle sue conquiste, giorno dopo giorno. Il nuovo indirizzo, da fine agosto, invece, per “separare vita e lavoro”. Che poi, alla fine, separare la vita dal lavoro davvero non si può: «Non posso smettere neanche un momento di ragionare e di disegnare ciò che mi circonda». Si stringe nelle spalle e sorride Michael Anastassiades, primo nome Genethlios: in greco, divinità tutelare della famiglia e di ogni individuo, l’antecedente del Genius dei Latini. Come dire, una strada già segnata. Mai diritta. Prima la scuola e il servizio militare a Cipro, dove è nato nel 1967, poi la scelta di trasferirsi a Londra per l’università. Ingegneria civile all’Imperial College prima, quindi il master in industrial design engineering al Royal College of Art.

«Penso in continuazione, ossessivamente. Sono attratto da ogni forma di creatività», racconta, «Da piccolo sognavo di essere un creativo ma non ho mai saputo davvero come sarei stato capace di diventarlo. Ed è forse il motivo per cui mi sono ritrovato nel design in modo accidentale: ho scoperto il Rca perché si trovava a 100 metri dal mio college. Se sono stato un buon studente? Sì, ero una spugna. Ma ho raggiunto ogni obiettivo attraverso un processo di eliminazione di cosa non volevo fare: dal passaggio al design, al post-diploma, quando mi sono reso conto che la scuola non mi aveva insegnato quello che volevo e che avevo bisogno di tracciare un mio percorso di ricerca; fino a oggi. Cerco costantemente di rimuovere ciò cui non mi sento affine».

La tesi di laurea nel 1993: tazze capaci di registrare messaggi (Message Cups). Diritte: c’è una nota vocale; capovolte, silenzio: un progetto che indagava le interazioni tra le persone attraverso le cose (ora appartiene alla collezione permanente del V&A di Londra). Quindi gli anni della sperimentazione: sull’esperienza psicologica dell’oggetto, l’umanizzazione delle cose, le ossessioni dell’individuo, in un ambiente culturale inglese orfano delle grandi idee degli anni 60 e 70, che spingeva i designer a mettersi in discussione per intraprendere nuove direzioni. Insieme a Anthony Dunne e Fiona Raby realizza una serie di lavori che indagano prima la mania britannica per la cura del giardino (Weeds, Aliens and Other Stories, 1994-1998), poi le fobie più comuni, con la collezione Design for Fragile Personalities in Anxious Ti- mes (2004), per cui disegna un peluche a forma di fungo atomico (Priscilla Huggable Atomic Mushroom) che dopo essere stato esposto nella mostra Safe: Design Takes on Risk è stato acquisito dal MoMA di New York e dal The Art Institute of Chicago. E ancora, con Do You Want to Replace the Existing Normal è la volta della dipendenza dalla tecnologia: Perfect Alignment (2007) è tra i progetti più potenti, un dispositivo che segnala il momento in cui si è pronti ad amare. C’è genio, humour; pathos. Anastassiades crea oggetti familiari ma non domestici, che interpretano lo spazio senza monologhi e svelano le proprietà nascoste dei materiali – il marmo si sfoglia, il legno si assottiglia, l’ottone diventa da decoro a struttura. Nobilita le patine, il designer, addomestica gli specchi e il colore come veicoli comunicativi; predilige le sfere, perché primordiali, gli angoli retti, le composizioni di geometrie semplici; elegge i meccanismi precisi; nei dettagli cerca la magia della miniatura. Persegue la coerenza, la sottrazione che scopre l’essenza midollare delle cose, il senso assoluto. Per lui la ricerca dell’equilibrio è una regola, nel design come nella vita, in un’oli- stica dimensione esistenziale che trova nell’ascetismo sostegno e risposta: studia lo yoga e la meditazione con maestri come Richard Freeman e Sri K. Pattabhi Jois e impara che nella perfezione delle parti si rinnova sempre la bellezza, oltre ogni limite temporale. Sarà insegnante di Ashtanga Vinyasa Yoga per 15 anni: «Mi ha aiutato a crescere come individuo pensante e a diventare chiaro nel lavoro. Nella vita ho fatto solo le cose di cui ero convinto, che vedevo come parti importanti di un percorso di apprendimento e investigazione. Anche la passione per il prodotto di design vero e proprio è arrivata dopo le tante sperimentazioni, esattamente quando ho dovuto scegliere gli arredi per la mia casa a Waterloo. Ho sentito il desiderio di entrare nel mondo della produzione industriale ma in un modo, ancora una volta, personale. Per questo ho fondato un brand, con il mio nome. Per avere la piena libertà di esprimermi come volevo».

Arredi, gioielli, accessori per la tavola ma soprattutto illuminazione. Il Mobile Chandelier 1, del 2008, è tra le prime lampade con il marchio Anastassiades: una scultura di linee nere e punti opalini. Ricostruisce: «È stato anche grazie all’incoraggiamento di Bijoy Jain che ho deciso di dedicarmi all’auto-produzione. Ci siamo conosciuti a Londra a metà degli anni 90: stavo aprendo il mio studio. Ho trascorso lunghi periodi in India da lui; le mie prime lampade, tra cui le Ball Lights, sono state prodotte là. E il Tube Chandelier: è stato realizzato per una casa indiana disegnata da Bijoy, anche se il prototipo è stato fatto per Waterloo. Da allora ci vediamo regolarmente. È un percorso in solitaria quello del creativo ma è bello e interessante trovare lungo la strada persone con cui condividere un pezzo di cammino».

Gli incontri, già. Quelli fortunati, che disegnano le svolte. Ce n’è un altro fondamentale, con Piero Gandini: «Piero vide i miei Mobile Chandeliers da Moss, a New York, nel 2009; fu la prima volta che sentì parlare di me. Ci siamo incontrati solo nel 2011, all’esordio del mio brand a Euroluce; chiarì subito che non potevo collaborare con Flos perché l’azienda lavorava con i designer in esclusiva. Il settembre seguente dovevamo pranzare insieme a Londra. Alla fine abbiamo avuto la nostra chiacchierata in un taxi: 20 minuti per mostrargli gli schizzi delle String Lights. E lo convinsi: disse che quello sarebbe stato il nostro primo lavoro insieme. Da lì ce ne sono nati tanti: Flos è diversa dagli altri marchi, perché sostiene la mia creatività, mi dà energia e per me è una piattaforma di libertà». In questa dichiarazione di autonomia c’è tutta la filosofia di Michael Anastassiades: un’inchiesta sofisticata, che punta a funzione ed emozione senza compromessi, attraverso forme comunicative e rarefatte di un’eleganza semplice ma intrisa di ambigue suggestioni poetiche e filosofiche, a metà tra arte e design. Una semplicità che è esercizio continuo del dubbio, lavoro al setaccio dell’ovvio, della moda, dell’orpello, e che tende al “senza tempo”: «Il concetto di timelessness è molto importante per me perché va in contraddizione con i principi della cultura attuale, in cui tutto è props e il valore passa in secondo piano. Timelessness è sinonimo di reale, significativo. I miei progetti offrono la possibilità di scoprire nuove cose mentre si vive insieme a loro e questo automaticamente ne aumenta la virtù. Puntare al timeless design è il mio contributo per salvaguardare l’ambiente. Voglio creare oggetti con cui vuoi trascorrere il resto della tua vita». Michael ne ha disegnati, oltre che con il brand Anastassiades e con Flos, per Salvatori, Herman Miller, Lobmeyr, Puiforcat, Svenskt Tenn, Nilufar; da quest’anno anche per Cassina, Fantini e B&B Italia. Prodotti e allestimenti per un’arte che è immaginazione, coscienza, oltre a verità, che genera lirismo: «Io cerco la poesia dietro l’idea. È il motivo per cui un’idea esiste. Per questo mi piace disegnare la luce. La lampada è un oggetto molto poetico, e speciale perché è spento per l’80% del tempo. Inoltre, il fatto che la luce è nelle forme più belle già in natura determina un’ulteriore complessità, che però mi attrae e mi mette alla prova. Ho celebrato il bulbo in ogni sua forma, come espressione di eternità e come verso perfetto. Oggi la tecnologia si è evoluta e la luce può essere qualsiasi cosa grazie al led. Una nuova sfida, che come lighting designer devo affrontare».

Una lunga strada, mai diritta appunto. Vengono in mente le prime lampade, veri esperimenti sociali: l’Anti-Social Light si accendeva solo in condizioni di totale silenzio, la Social solo quando c’era qualcuno nei paraggi a parlarle. Era il 2001: «È passato del tempo da allora. Quando le persone scoprono i vecchi progetti rimangono sorprese dal mio “lato sconosciuto”, semplicemente sono aspetti diversi dello stesso “me”. Ora il mio atteggiamento di lettura dei bisogni emotivi delle persone è meno “diretto” e sembra essersi evoluto in altre forme ma appartiene sempre al mio lavoro. Per esempio gli oggetti Reload the Current Page, per il Point Centre of Contemporary Art di Cipro, del 2014, rileggono le ansie dei moderni ciprioti con materiali, forme e un titolo che richiama alla storia suggerendo allo stesso tempo nuovi rimandi simbolici». E oggi a quale evoluzione siamo? «Non ho finito di imparare, non sento ancora di poter rilassarmi. Ogni persona creativa ha bisogno di trasformarsi. Di certo ora mi sento molto fortunato perché posso esprimere le mie idee in modo libero. Ho un nuovo studio, sto lavorando a nuovi progetti e a una monografica che si terrà a Cipro il prossimo anno. Nel mio processo di evoluzione il legame con l’isola è rimasto un punto fermo. La guerra e la ricostruzione hanno segnato la mia crescita e quindi il mio modo di affrontare gli avvenimenti e di attribuire qualità alle cose. Non si può scappare da ciò che ti appartiene, lo porterai con te e anzi finirà per diventare la tua forza. Non si fugge mai definitivamente da nulla nella vita».

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