Michael Elmgreen & Ingar Dragset - Credits: Foto: Elmar Vestner
 Prada Marfa (2005), struttura realizzata con mattoni, intonaco, alluminio, vetro, mdf, pittura, tappeti, scarpe e borse di prada. - Credits: Courtesy Art Production Fund, New York, Ballroom Marfa, Marfa; The artists. Photo: James Evans
Memoriale agli omosessuali perseguitati dal regime nazionalsocialista (2008), opera in cemento, vetro, film. - Credits: Courtesy the artist. Photo: Anja Schiller
Storytelling

Michael Elmgreen & Ingar Dragset

Sono stati definiti artisti ironici, sovversivi e provocatori, ma, anche quando scherzano, Elmgreen & Dragset fanno sempre molto sul serio. Negli ultimi 20 anni hanno collezionato una candidatura all’Hugo Boss Prize, una menzione speciale alla 53esima Biennale di Venezia, la commissione di un’opera di arte pubblica a Trafalgar Square e l’acclamatissima installazione The Welfare Show, alla Serpentine Gallery di Londra. Come curatori, nel 2017 hanno affrontato la direzione della Biennale di Istanbul.

Icon Design li ha intervistati a proposito della loro prima mostra personale negli Stati Uniti, del rapporto tra spazio pubblico e privato e del loro feticismo per le piscine.

Prada Marfa nel Texas occidentale, il progetto vincente benché mai realizzato The Twisted Arc a Houston e ora la mostra al Nasher Sculpture Center di Dallas (fino al 5 gennaio 2020), la prima in un museo americano. C’è qualcosa che vi lega al Texas?

Per Prada Marfa (2005), la proposta ci è giunta dall’Art Production Fund, con cui abbiamo poi realizzato il progetto. Marfa è stata indicata dai committenti, che avevano agganci in loco, e il sito, dopo un sopralluogo, ci è parso adatto. Avevamo pensato a ubicazioni alternative, a un “Prada Nevada”, ma in Texas è viva la tradizione di Donald Judd, del minimalismo e della Land Art di Robert Smithson e Robert Indiana, tra gli altri. L’immensità dei cieli e degli orizzonti crea uno sfondo sereno e surreale per l’opera di artisti come Judd, che sono stati attratti da questi luoghi. Questo artista creò la Chinati Foundation in un’ex base dell’esercito per esporre opere in un ambiente non museale... e chissà perché questa cosa ci è piaciuta, ahah (ridono, n.d.r.). È senz’altro un po’ strano incontrare l’arte minimalista o un’opera come Prada Marfa nel profondo Midwest, così lontano da New York e dalle altre capitali mondiali dell’arte. La mostra sulle nostre sculture, al Nasher Sculpture Center di Dallas, permette di vedere e interpretare i nostri lavori in stretta correlazione con un’opera come Prada Marfa, che è legata al luogo in cui sorge. Inoltre, alcune nostre opere, trasferite in Texas, assumono nuovi significati. Modern Moses (2006), un neonato in porte-enfant sotto uno sportello bancomat, installato nell’atrio del Nasher, ha alimentato il dibattito sulla cosiddetta “Baby Moses Law”, che in questo Stato permette a genitori in estrema difficoltà di affidare i figli appena nati alle istituzioni senza incorrere in sanzioni. Anche One Day (2015), una scultura raffigurante un bambino che guarda una bacheca in cui è esposto un fucile, ha dato modo di discutere di leggi sulle armi, stragi e ruoli maschili negli Stati Uniti.

Come artisti e curatori, mettete in discussione i formati istituzionali dei musei. A Dallas presentate la quarta puntata della serie Diaries, una performance diacronica inaugurata nel 2003, che porta in un museo l’atto personalissimo e intimo della scrittura su diario. Perché è importante, oggi, il tema del rapporto tra spazi privati e pubblici?

Nella mostra del Nasher volevamo illustrare i diversi approcci alla scultura da noi adottati nel corso del tempo, installazioni e performance comprese. Malgrado il suo formato abbastanza classico, che è quello di un’antologica, abbiamo ugualmente potuto giocare con le aspettative di chi visita un museo. Un’opera come Donation Box (2006), installata accanto alla biglietteria, sembra la classica cassetta delle offerte, non una scultura, sennonché al suo interno, al posto dei soldi, ci sono oggetti vari – una scarpa Converse usata, biglietti per un altro museo di Dallas, scatole di medicine vuote e effetti personali – che diventano una sorta di ritratto intimo o di natura morta. Con Dallas Diaries (2019), la stranezza di trovare qualcuno che annota i suoi pensieri in un museo, diventando opera in mostra nel momento in cui se ne produce una, in un contesto in cui si va apposta per guardare, ci ricorda che ogni visitatore ha desideri personali, sogni e preoccupazioni, una storia che lo accompagni negli spazi museali. Ciò può contribuire a abbattere la barriera che si presume debba esistere tra luoghi pubblici e privati, sfidando le rigide norme che regolano il comportamento in pubblico. Quando introduciamo narrazioni su personaggi fittizi, come in Tomorrow, al Victoria and Albert Museum (2013), trasformando alcune sale del museo nell’appartamento privato di un immaginario Norman Swann (ovvero un signor Nessuno, n.d.r.), apriamo un confronto sul modo di usare e abitare i diversi ambienti. I Dallas Diaries al Nasher mettono in mostra l’atto riservatissimo di compilare un diario, ma i visitatori possono sbirciare alle spalle di chi scrive o sedersi a leggere quando chi scrive, appunto, si concede una pausa. La performance è anche un modo per celebrare l’arte diaristica, che sembra messa in pericolo dalla vigente cultura del selfie.

Avete installato opere memorabili in luoghi pubblici (Powerless Structures, Fig. 101 nel 2012, Van Gogh’s Ear nel 2016) e per la fine di quest’anno inaugurerete Bent Pool a Miami Beach. L’installazione trasforma una piscina in un arco monumentale, come quelli con cui gli antichi romani celebravano le vittorie in guerra. Come si inserisce questo lavoro nel vostro discorso sulle strutture del potere?

Le nostre Powerless Structures prendono spunto dalla teoria di Michel Foucault secondo cui le strutture in quanto tali non possono imporre il potere, e i loro significati non sono connaturati all’oggetto e nemmeno immutabili. Sono la società e gli individui a conferire loro senso: l’“arco di trionfo” è soltanto un arco, fin quando non gli si attribuisce significato celebrativo. Bent Pool, comunque, non celebrerà vittorie belliche o un nuovo imperatore, ragion per cui le connotazioni di potere legate all’arco verranno negate. La riconfigurazione di un oggetto comporta l’alterazione del suo senso e dei suoi significati. A Miami, la piscina ha implicazioni diverse da quelle che può avere, poniamo, a New York o a Shanghai. Van Gogh’s Ear – una grande piscina verticale e non funzionante installata sulla Rockefeller Plaza, a New York – sradica e ricolloca un comune scenario suburbano americano nel cuore pulsante della metropoli dove è iper-costruita. Una piscina a Miami, però, nel contesto delle celebri e decadenti piscine di hotel e ville art déco, avrà un effetto diverso: questa, minimale e distorta, ha lo scopo di gettare una luce su un oggetto d’uso quotidiano, su possibili varianti e significati ulteriori. Una piscina all’aperto è di solito associata allo svago, al piacere, al gioco, allo sport, al denudamento del corpo, all’estate e alla bella vita. È stata anche simbolo dei valori middle-class, forse persino del Sogno americano. Classici film hollywoodiani come Viale del tramonto e Un uomo a nudo impiegano la piscina in giardino come potente metafora. Le nostre piscine, come i sogni di molte persone, sono quantomeno distorte, se non addirittura compromesse.

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