Michele Guido, Play in the garden - Credits: Lia Rumma Napoli / Milano
Michele Guido, Play in the garden - Credits: Lia Rumma Napoli / Milano
Michele Guido, Play in the garden, gioco dei tarocchi _145*/2018 - Credits: Lia Rumma Napoli / Milano
Michele Guido, Play in the garden - Credits: Lia Rumma Napoli / Milano
Michele Guido, Play in the garden - Credits: Lia Rumma Napoli / Milano
Michele Guido, Play in the garden, tarocchi bembo _145*/2018 - Credits: Lia Rumma Napoli / Milano
Michele Guido, Play in the garden, gioco delle carte - Credits: Lia Rumma Napoli / Milano
Michele Guido, Play in the garden, Antonini showroom Milano, Palazzo Borromeo - Credits: Lia Rumma Napoli / Milano
Michele Guido, Play in the garden, Antonini showroom Milano, Palazzo Borromeo - Credits: Lia Rumma Napoli / Milano
Storytelling

Michele Guido in mostra a Palazzo Borromeo a Milano

Fuori dai circuiti dell’arte più noti a Milano, nella sede espositiva di Antonini Milano (azienda di diamanti e pietre preziose nata nel 1919) all’interno di Palazzo Borromeo, Michele Guido (1976) ha sviluppato un intervento artistico di rilettura dello spazio, ispirato alle due camere gemelle de La raccolta della Frutta e de La stanza dei Giochi. Mentre della prima è andato quasi tutto distrutto con i bombardamenti del ’43, la seconda sala conserva la totalità dei suoi dipinti murali eseguiti dal Maestro dei Giochi Borromeo a metà del 1400: una parete è dedicata al Gioco dei Tarocchi, 
una al Gioco della Mano 
ed una al Gioco della Palla.

Interessato dalla specificità e dalla rarità di questi dipinti, Michele Guido ha riprodotto in scala 1:1 nella sala de La raccolta della Frutta alcune porzioni dell’affresco della camera adiacente. E l’ha fatto sotto forma di un rilievo stratigrafico, riportando le immagini al loro stato primordiale di disegno private del colore, e creando quattro livelli di passaggio temporale che si sviluppano dall’intonaco, alla carta da lucido utilizzata per lo spolvero alle forme in negativo in bianco e nero e alla proiezione delle immagini serigrafate su vetro.

La mostra, intitolata Play in the garden_2018, è aperta al pubblico fino al 22 dicembre dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 13 e dalle14 alle 18 nello Showroom di Antonini a Palazzo Borromeo a Milano. Michele Guido è rappresentato dalla galleria Lia Rumma.

Com’è nata l’idea del progetto?

Quando sono venuto a vedere gli spazi di Palazzo Borromeo per la prima volta ho notato che queste due sale sono gemelle, perciò ho pensato di riportare in scala 1:1 l’affresco de “La Sala dei Giochi” al suo stadio primordiale di progettazione, prima della realizzazione dell’affresco. L’altra lettura che si può dare è quella di una stratificazione delle pareti, come se fosse un’indagine stratigrafica.

Tecnicamente come hai lavorato alla produzione del disegno?

Ho dedicato una giornata a fare i rilievi fotografici del dipinto. Per fortuna l’affresco all’epoca era stato realizzato in solo 5 giornate quindi il colore era stato dato a secco sulla parete, e con l’umidità tutta la parte di colore era caduta lasciando la sinopia cioè la parte di disegno. Grazie ai rilievi fotografici sono riuscito a tenere solo questa parte senza fare nessun tipo di ritocco o postproduzione, è come se lo strato pittorico fosse stato strappato dal disegno e riportato sul vetro serigrafato col monocromo. Ho usato la pittura serigrafata su vetro perché volevo mostrare la pellicola pittorica nello spazio vuoto. Per quanto io potessi fare un monocromo su tela questa sarebbe sempre rimasta un supporto e quindi un limite, mentre il vetro è nello spazio vuoto. Le parti della sinopia invece sono riportate, in bianco e nero, su carta da lucido, come se fossero uno spolvero pronto per trasmettere il disegno sulla parete. I vetri sono appoggiati sulle sezioni del bulbo del loto e dallo spazio vuoto che c’è tra una sezione e l’altra si crea l’immagine mantenendo quindi un legame fisico con la parete.

C’è un rapporto scientifico tra il dipinto e l’architettura o i soggetti rappresentati?

Dall’affresco non emerge uno studio scientifico dello spazio. C’è sicuramente un rapporto con l’architettura che deriva dal disegno degli alberi, disposti come un portico, ma non delinea una posizione geometrica precisa. Siamo nell’ultimo periodo prima dell’arrivo del Mantegna e di Bellini, cioè dello studio razionale sullo spazio e del rettangolo aureo. Tutto si svolge all’esterno ed è riconoscibile la struttura tipica di un hortus conclusus, come in una rappresentazione dei giardini degli antichi Tacuina Sanitatis (1350/1450), con alberi da frutto come melograni e siepi rigogliose.

C’è un elemento di novità rispetto ai tuoi lavori precedenti sullo studio del rapporto tra architettura e natura…

In questo progetto non vi è una ricerca incentrata sul rapporto che c’è tra natura e geometria, ma un rapporto diretto con lo spazio architettonico e la pittura. Non ho sezionato un vegetale, ma ho sezionato le pareti dello spazio come se fossero un vegetale. Ho allargato gli strati della parete per portare alla luce quello che c’era nel loro interno. Non mi ero mai rapportato direttamente alla superficie pittorica e questo mi ha dato modo di avviare una serie di indagini che svilupperò nei lavori futuri.

Tuttavia il rimando al vegetale c’è anche in questo lavoro, per esempio nei tarocchi…

Sì, nelle carte dei tarocchi (Bonifacio Bembo, 1463); sono riportate solo quelle col seme dei denari perché nell’affresco del “Gioco dei tarocchi” s’intravede un tre di denari. Nella parte superiore, troviamo solo le prime quattro carte con i numeri della serie numerica di Fibonacci  perché è quella che regola la crescita delle piante (1,3,5,8); mentre in quella inferiore verdiamo: il valletto, il fante e il re di denari che è sostituito dalla foto di un melograno, perché è simbolo di fertilità, denaro e la carta della ruota della fortuna che genera invece un diamante aureo, diviso in 89 facciate (un altro rimando a Fibonacci), e inscritto in un rettangolo aureo.

Come definisci il tuo approccio artistico?

Il mio è un lavoro oggettivo, e per questo annullo il colore tenendo spesso, l’immagine di partenza in negativo. Cerco di essere il più possibile essenziale. Nei progetti tipo questi, mi piace molto rapportarmi con l’arte antica, dalla quale non voglio né aggiungere né togliere niente, ma solo tirar fuori qualcosa che è nascosto per ridarle una nuova lettura. Quando agisco negli spazi esterni, cerco di mimetizzarmi con la natura: non m’interessa realizzare il monumento, ma ridare una porzione di area selvatica che in precedenza era stata sottratta alla natura.

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