Ricavata nel volume dell'edificio, come vuole la tradizione del villaggio di Manigod dove ancora esistono numerose fattorie in attività, la grande terrazza coperta si affaccia sulla catena prealpina degli Aravis. La poltroncina Acapulco è del brand francese Boqa. - Credits: Foto: Frenchie Cristogatin
Spaziosa e luminosa grazie ai soffitti alti oltre quattro metri e alle grandi vetrate panoramiche, la zona living è il cuore pulsante dello chalet. Al centro, tre pezzi di design scandinavo: il divano Mags Soft di Hay, la chaise longue Flag Halyard di Hans Wegner in acciaio e corda con la sua pelle di pecora a pelo lungo a smussare il rigore industriale, la poltroncina Flag Halyard di Hans Wegner. Lo scaffale in teak e il lampadario sono vintage, così come l’applique disegnata da Serge Mouille. - Credits: Foto: Frenchie Cristogatin
Le camere, matrimoniali o con letti a castello nello stile dei rifugi alpini, condividono tutte lo stesso rivestimento in legno e la stessa moquette. La scelta di limitare la palette cromatica al nero e a poche tonalità di grigio corrisponde a una ricerca di essenzialità. - Credits: Foto: Frenchie Cristogatin
“Impilati” su un basamento di cemento, i due volumi di legno rileggono in chiave contemporanea la struttura tradizionale delle fattorie della zona mentre le ampie vetrate annullano la distanza tra interno ed esterno. - Credits: Foto: Frenchie Cristogatin
Storytelling

Mountain View

Barma, il termine scovato da uno dei figli di Yann e Cathy Bombard in un libro sulla montagna e scelto per battezzare lo chalet di famiglia a Manigod, in Alta Savoia, significa roccia sporgente, e per estensione riparo, nel patois locale. Le barme sono infatti le grotte antropizzate tipiche della zona e di tutta la porzione occidentale dell’arco alpino, antri scavati nella pietra viva in corrispondenza di un masso e usati come ricovero di emergenza in caso di maltempo.

Il nome è in linea con il genius loci: la casa su tre livelli progettata dall’architetto di origine iraniana Alireza Razavi è un rifugio contemporaneo pensato per ospitare, oltre alla coppia di galleristi parigini e ai loro quattro figli, una pletora di amici in visita e, all’occorrenza, perfino degli affittuari. Il rigore delle linee e l’apparente semplicità del progetto, con due materiali principali – legno di larice e cemento – e una palette di colori limitata al nero e a diverse tonalità di grigio, accanto al biondo naturale del legno, non traggano in inganno: qui la parola chiave è convivialità. «Non volevamo uno chalet lussuoso “alla Megève”», spiega Yann Bombard. «Desideravamo piuttosto un’architettura che fosse, sì, contemporanea e che rispecchiasse il nostro gusto per l’arte e il design, ma senza tradire lo spirito del rifugio, con ampi spazi da vivere tutti insieme».

L’architetto al quale la famiglia decide di affidarsi, alla testa di uno studio con undici collaboratori nel centro di Parigi, è alla sua prima residenza di montagna e possiede gli anticorpi per non scadere nel pastiche alpino o nel vernacolare spinto. Inoltre crede fermamente nella carica poetica degli spazi abitati e nella necessità di seguire le “tracce” lasciate da chi occupa, o si accinge a occupare, una casa, con i suoi gesti ripetuti nel quotidiano. I Bombard gli lasciano carta bianca, fatta eccezione per poche semplici richieste: oltre alla possibilità di ricevere, sono imprescindibili la vista sulla vallata e sulla catena dei monti Aravis e la presenza di soffitti alti, in particolare nella zona living.

La struttura dello chalet rispetta i vincoli imposti dal piano regolatore del piccolo comune – primo fra tutti il divieto di costruire balconi aggettanti in facciata – e rilegge con un linguaggio architettonico sofisticato il modello delle fattorie della zona, organizzate su tre piani e basate sul dialogo tra un materiale pesante e uno più leggero. Un basamento di cemento faccia a vista usato al posto della pietra tradizionale sostiene due volumi di legno leggermente sfalsati che si aprono verso il paesaggio, protetti da un ampio tetto spiovente. La terrazza coperta, scavata nel corpo dello chalet, offre un colpo d’occhio di rara bellezza sulle montagne.

All’interno, la distribuzione degli spazi risponde ai desiderata del gallerista e dei suoi familiari. Le camere, per esempio – sei in totale, con tre bagni – non sono tutte matrimoniali ma si prestano a configurazioni diverse («alcune hanno i letti a castello, proprio come nei dormitori dei rifugi alpini», ride Bombard). Procedendo dal basso verso l’alto, si passa dagli spazi più compressi del piano terra – dove una vasta area comune è stata pensata per permettere agli ospiti di mettersi a proprio agio e riporre abiti e attrezzature dopo una sessione di sci o una passeggiata – e del primo piano, agli ambienti ariosi e pieni di luce del livello superiore, dove l’altezza del soffitto supera i quattro metri. Qui, le grandi vetrate si concentrano sulla facciata esposta a sud, consentendo allo sguardo di proiettarsi verso l’esterno, e un ampio spazio senza soluzione di continuità assolve a diverse funzioni: cucina e sala da pranzo, soggiorno, cinema casalingo.

Lo stile degli arredi, scelti dai proprietari, punta invece dritto verso nord, improntato a un minimalismo tutt’altro che monastico riscaldato da materiali naturali come il legno, il cuoio o la lana. Riedizioni di icone del design scandinavo come la Spanish Chair di Børge Morgensen o la poltrona Flag Halyard disegnata da Hans Wegner convivono con creazioni più contemporanee e con pezzi originali degli anni 50 scovati nei mercatini. «L’oggetto giusto è quello con una qualità scultorea che lo rende, di fatto, senza tempo», racconta ancora il gallerista. «Sono molto affezionato all’applique a tre bracci di Serge Mouille e alle lampade di Gaetano Sciolari, ma anche al tavolino basso del ceramista Roger Capron, a metà strada tra artigianato artistico e design».