Un angolo del living con la Womb Chair di Eero Saarinen per Knoll, un dipinto di Brian Calvin e i ritratti di Massimo, Mattia e il loro primo Jack Russell, Pane, realizzati da Luca de Gaetano. - Credits: Foto: Claudia Zalla
Massimo Giorgetti ritratto tra i lavori di Goldschmied & Chiari, Zapruder e Louis Fratino, alcune delle opere d’arte che lo stilista colleziona. - Credits: Foto: Claudia Zalla
Veduta del living con area pranzo in primo piano: il tavolo la rotonda di Mario Bellini per Cassina è personalizzato con un ripiano in marmo emperador; sedie con braccioli series 7 di Arne Jacobsen per Fritz Hansen. Lampada a sospensione Lit Lines collection pendant light 1 di Michael Anastassiades per Nilufar. - Credits: Foto: Claudia Zalla
Storytelling

A casa di Mr. MSGM

Basta un attimo perché Massimo Giorgetti trasformi il largo tavolo in marmo nella piazzuola di un picnic a base di sushi. Che siano quattro o 70 invitati, lo stilista-imprenditore è sempre pronto alla convivialità, improvvisando un pranzo tra amici con la stessa naturalezza che mette in ogni cosa – lui la chiama istinto – e che gli ha permesso, nel giro di un decennio, di creare da zero una realtà vibrante nel panorama della moda italiana, MSGM, diventata un fenomeno globale. E sebbene quando lanciò il marchio di prêt-à-porter, nel 2009, suonassero le sirene della crisi, oggi – anche grazie a un cocktail di streetyle e stile sartoriale, collaborazioni e intuito commerciale – conta negozi in tutto il mondo. Un successo che lui per primo non si aspettava.

Sei anni fa, anche la casa dove Massimo Giorgetti ora vive poteva apparire un azzardo. «Un passo più lungo della gamba», dice. Eppure, ora, si fa fatica a immaginarlo in un posto che gli rassomigli di più. Si trova in uno di quegli edifici della Milano anni 60 – atterrato come un alieno nel quartiere con i suoi corpi obliqui rispetto alla strada, è accerchiato dal verde di cedri e magnolie, e di un solitario Salix babylonica all’ingresso – che testimoniano un periodo di rapida crescita e di avventure architettoniche modernissime. «Vedevo questo complesso ogni giorno, mentre mi dirigevo al lavoro: tutto vetro, cemento armato e mattoni», ricorda lo stilista, «e non sono sicuro mi piacesse ma certo intuivo che aveva qualcosa, prima di scoprire che quella cosa si chiamasse Brutalismo»

Lui e il fidanzato Mattia, sposato nel 2018, visitarono l’appartamento in un pomeriggio di fine settembre. «Ci abitava una famiglia spagnola di sette persone e si presentava come un labirinto di piccole stanze». Per raggiungerlo, si sale fino al settimo piano con gli ascensori verdi dislocati agli snodi di un corridoio che, a percorrerlo, sembra di stare in un film di David Lynch, oppure si passa dall’esterno, costeggiando un giardino d’ispirazione giapponese, dove il rumore della città è inghiottito dal suono del vento. «È questo che ha fatto scattare il colpo di fulmine», dichiara Giorgetti dopo avermi condotto giù, davanti al quieto spettacolo. «Il giardino, il contesto unico». La piccola oasi zen è sormontata dall’edificio stesso issato su una serie di pilastri cilindrici in béton brut montanti, che sbucano nudi nell’abitazione.

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