Vista del living dalla sala da pranzo - Credits: Ph. Federico Torra
Sulla consolle, box progettato da Nadja Zerunian - Credits: Ph. Federico Torra
Divano Knoll e due tavolini Log di Paola Navone. Alla parate paravento giapponese. Accanto, ritratto di Nadja Zerunian - Credits: Ph. Federico Torra
Lo studio di Nadja Zerunian; dipinto di Judith Eisler; sulla scrivania, lampada Tizio di Richard Sapper per Artemide - Credits: Ph. Federico Torra
Orgone Table di Marc Newson per Cappellini - Credits: Ph. Federico Torra
Nello studio, mobile e sedia Biedermeier. Sulla sedia è poggiato un Tsurusi-Bina Kemari, oggetto devozionale giapponese - Credits: Ph. Federico Torra
La libreria disegnata da Nadja Zerunian e il divano Ghost di Paola Navone per Gervasoni - Credits: Ph. Federico Torra
Cucina su misura disegnata da Andrea Burghardt; piatto in marmo di Carrara di Nadja Zerunian - Credits: Ph. Federico Torra
Nadja Zerunian in salotto - Credits: Ph. Federico Torra
Storytelling

Nadja Zerunian: spirito libero

Nel cuore di Vienna, dove le campane della cattedrale ti buttano giù dal letto la mattina, vive Nadja Zerunian, designer e spirito irrequieto. I suoi nonni erano arrivati nella capitale austriaca dalla lontana Armenia e dalla regione alpina del Tirolo. Ma non c’era nulla nell’indole di Zerunian che la rendesse adatta a quella città percepita come “cupa, affatto multietnica e troppo borghese”. Solo quando giunse a New York, a lavorare per Calvin Klein, si sentì per la prima volta a casa. «In fondo sono una specie di hippie», racconta a molte stagioni di distanza. «Lì c’erano persone come me, radunate da ogni dove».

Fu allora che individuò questo ampio appartamento: «Doveva servire da pied-à-terre, e ci abitiamo da 12 anni». Dopo aver fatto da direttore creativo per Swatch e Georg Jensen, infatti, la designer ha trasferito qui il centro delle sue attività, nel piccolo studio all’estremo dell’abitazione. Lo si raggiunge attraversando un corridoio di specchi, che in casa abbondano, disposti in maniera tale da amplificare la prospettiva. L’ingresso, illuminato dalla luce fioca di un lampadario modernista, è tinteggiato di nero e contrasta con l’algido biancore che irraggia il resto degli ambienti. L’edificio – completato nel XIX secolo – è di pertinenza della chiesa di Santo Stefano e tuttʼora alloggia 12 preti. «Con le camere che si aprono una sull’altra è piuttosto incongruo per la vita di una famiglia», commenta. Ma dal momento in cui vi si stabilì, al terzo matrimonio, i figli erano già cresciuti e partiti.

Nel 2013, Nadja Zerunian venne invitata a partecipare a un programma di sostegno dell’artigianato locale Rom, in Transilvania. «Faceva freddo gelido ed erano così poveri... I bambini non avevano le scarpe», ricorda. «Ho capito di essere cresciuta in una bolla: disegno accessori di lusso, fin da quando non me li potevo nemmeno permettere, ma fuori c’era un mondo reale, di cui sapevo pochissimo, che adesso ha un volto, quello dei miei artigiani». Così, poggiando sull’abilità dei Rom nella lavorazione dei metalli, sono nate alcune delle collezioni più recenti di Zerunian, sofisticate e sorprendenti elegie di oggetti. «La collaborazione è il modello da replicare in comunità emarginate assieme alle quali sto sviluppando nuovi progetti. Con loro ho scoperto la possibilità di sperimentare altre strade, anche quando tutto sembrava essere ormai stato fatto».

Non c’è da stupirsi che Zerunian sia una designer: attraverso il filo invisibile che congiunge oggetti e relazioni ha costruito la sua grammatica. «Il fatto è che amo raccontare storie, ma sono spaventata dalle parole». Le suppellettili raccolte in questa dimora tessono un racconto cacofonico e, infine, coerente. «Mi definisco una cacciatrice ossessiva» dice, mentre  passa in rassegna serragli assemblati nella maniera più bizzarra. Un occhio rubato a una classe di biologia, un vaso Venini, un poggiatesta del Ghana, un drago tailandese in bronzo, il tavolino Logdi Paola Navone e un uovo di struzzo, per esempio, condividono la stessa nicchia. Ci sono elementi disparati quanto una maschera africana in fango nel salotto e un cabinet per i guanti dipinto da Oswald Haerdtl nel vestiaire. Design contemporaneo e souvenir di alcun valore commerciale. Come desideri trasformati in una ricerca del Graal.

«A volte perdo molto tempo dietro a qualcosa che vorrei, ma la verità è che se qualcuno mi dicesse che lo desidera quanto me, sarei felice di fargliene dono. Quel che al contrario mi disturba», prosegue, «è che le cose vadano distrutte o perse». E aggiunge che i genitori erano antiquari. Il ricordo d’infanzia più vivido è legato «a un senso di bellezza impermanente, perché a un certo punto qualcosa veniva venduto», dice.

Poi un giorno il padre dovette chiudere l’attività, e tutto sparì. Del periodo più nomade della sua vita le rimase solo una valigia di vestiti. Ora, in questa casa, a poco a poco ha cominciato a fermare oggetti attorno a sé, ricostruendo legami col passato e con l’amalgama delle origini, mitteleuropee e mediorientali. «L’insieme di cose estrapolate dal contesto rappresenta in qualche modo le mie sfaccettature e complessità», osserva. «Si dice che quando si fa una famiglia si costruisce un nido... È curioso, che questo nido sia nato quando tutti se n’erano già andati».

Traduzione di Barbara Fisher