Naoto Fukasawa ritratto in uno dei terrazzi dello studio di Tokyo - Credits: Ph. Jeremy Liebman
A sinistra, stivali da agricoltore in gomma naturale e, a destra, il designer con un pezzo di una seduta Thonet; questi sono alcuni tra gli oggetti di ricerca raccolti nello studio - Credits: Ph. Jeremy Liebman
Lo studio privato sul soppalco con alcuni pezzi disegnati da Naoto: le due sedute centrali con la scocca bianca sono Substance di Magis, quella di destra è Papilio Shell di B&B Italia, tavolo di Thonet, umidificatore di ±0, sedia di Maruni. - Credits: Ph. Jeremy Liebman
La sala riunioni arredata con i pezzi del progettista. Da sinistra: lampada da terra di Belux, poltrona e pouf Grande Papilio di B&B Italia, tavolo di Muji, sedie di Maruni e lampade Panasonic. - Credits: Ph. Jeremy Liebman
Naoto sta scattando una foto di alcuni modelli in scala. Questo, allo scopo di visualizzare la prospettiva dell’ambiente percepita dall’occhio umano. - Credits: Ph. Jeremy Liebman
Gli studi di progetto della sedia Belle, presentata insieme al tavolo Bull da B&B Italia durante il Salone del Mobile di Milano 2018. - Credits: Ph. Jeremy Liebman
Naoto Fukasawa mentre controlla i dettagli di una seduta. Prima di presentare la proposta al cliente, in studio viene sempre costruito il modello per verificarne le esatte proporzioni. - Credits: Ph. Jeremy Liebman
Storytelling

Naoto Fukasawa: “Il mio obiettivo è creare qualcosa che faccia del bene”

L’ha disegnato Naoto Fukasawa il lettore cd più famoso al mondo, prodotto da Muji: una scatola bianca che si appende al muro con una cordicella che scende verso il basso per l’accensione; proporzionato, si mimetizza nell’ambiente in modo sublime. È lui anche l’autore di Papilio, la collezione di arredi tra i più venduti da B&B Italia e di molti altri pezzi del loro catalogo. E persino dietro le biciclette a noleggio che hanno invaso le città, con i cerchi arancioni e la struttura in alluminio, c’è la sua firma. Silenziosa, mai strillata, perché i suoi progetti si dedicano alla semplicità e alla bellezza pura. Nelle sue forme eleganti non esistono eccessi, soltanto quello che è necessario. Il suo obiettivo? Migliorare con il design l’atmosfera dei luoghi e la vita di tutti i giorni. Molti dei suoi pezzi fanno parte della collezione permanente del Museum of Modern Art di New York e del Victoria and Albert Museum. La Royal Society of Arts del Regno Unito gli ha conferito il titolo Honorable Royal Designer for Industry. È membro del comitato consultivo per il design di Muji ed è Art Director di Maruni. Nel 2006 ha fondato insieme a Jasper Morrison il progetto Super Normal, manifesto con cui mostrano quello che per loro il design dovrebbe essere: il progetto di oggetti che si misurano con la realtà quotidiana della vita. E per tornare a oggi, Phaidon gli dedica Embodiment: una monografia fresca di stampa che racconta la sua carriera, i suoi lavori  e la sua filosofia. Ci incontriamo la mattina presto nella sala riunioni del suo studio di Tokyo. Sembra un appartamento: soppalco, due terrazzi, ricordi, libri, prototipi, luce e aria. L’aria è tutto, ma non si vede, come i suoi oggetti: essenziali e perfetti, capaci di trasmettere un senso di benessere grazie alle loro forme fondamentali.

Dove ha origine il tuo interesse per il design?

Avevo diciassette anni e stavo cercando di capire che cosa sarei voluto diventare, non professionalmente, ma quello che sarei dovuto essere. Cercavo la risposta leggendo molto e ho trovato il nome di “product designer”: in un libro lo descrivevano come qualcuno che rendeva le persone felici disegnando cose. Quella fu la prima volta in cui capii che sarei dovuto diventare un designer. È accaduto 45 anni fa.

Le tue competenze spaziano dall’elettronica all’arredamento: com’è stato il tuo percorso?

Ero un giovane designer e non sapevo che tipo di prodotto mi piacesse, ero più curioso di capire per quale azienda lavorare. Così, dopo essermi laureato, ho iniziato la mia carriera da Seiko. Lavorando lì ho imparato molto sul lavoro di micro precisione e micro elettronica: ero nel team della tecnologia avanzata. Attorno ai 31 anni ho però capito che se fossi restato lì, sarei rimasto un designer locale, interno alla società. Non trovavo interessante quel tipo di carriera; volevo fare esperienze diverse, così decisi di lasciare il Giappone. Mi trasferii a San Francisco e venni assunto da Ideo, la più grande azienda di consulenza nel campo del design. Vi rimasi per otto anni. Quindi venni nominato capo dell’ufficio di Tokyo, rimanendo lì per altri sei anni prima di diventare indipendente, aprendo la mia società: la Naoto Fukasawa Design, nel 2003.

Dove si concentra ora la tua ricerca?

M’interessa l’essere umano, la relazione fra l’uomo, gli oggetti e l’ambiente. Cerco di dimenticarmi della mente delle persone, altrimenti è troppo complicato; gli europei hanno una mente diversa dagli asiatici e anche le persone dello stesso Paese ragionano ovviamente in modo molto differente. Molti progettisti prendono come spunto le emozioni e creano per l’intelletto. Io, invece, sono più orientato a disegnare per l’essere umano trascurando il fatto che pensa, immaginandolo come una semplice creatura, un animale. Così, concentrandomi sul corpo, posso vedere come interagisce con tutte le cose in modo naturale. Mi pongo in una posizione neutrale di osservatore obiettivo. Ciò che creo non deve esprimere il mio pensiero. Ora sono conosciuto come il designer che crea cose per persone comuni, normali, anonime, questo per me è un concetto estremamente importante. Il nostro ruolo non è creare lavori etichettati come “il mio oggetto”, il prodotto dovrebbe essere un semplice progresso per gli individui. Il mio obiettivo e scopo è far sì che le persone che utilizzano i miei prodotti abbiano la vita semplificata, felice in modo naturale.

Lavori per molte aziende italiane come Artemide, Boffi, Magis, B&B Italia. Quali sono le differenze che ha notato rispetto allo sviluppo delle idee creative in Europa in confronto all’Asia?

In Italia il proprietario dell’azienda parla direttamente con il designer per discutere cosa fare insieme. Ritengo che questo sia il miglior modo di lavorare perché il design non è una questione di affari: il design è anima. In Giappone non è così, qui non ho mai incontrato il proprietario delle compagnie con cui lavoro; non mi piace questo tipo di procedimento, in Italia tutto è più fluido e anche più veloce, io mostro qualcosa al proprietario dell’azienda e dico “Vorrei fare questo, cosa ne pensi?” e, se concorda, iniziamo a lavorare subito, in maniera molto lineare.

Che rapporto hai con i limiti che ti pongono i clienti. Vivi situazioni frustranti?

L’oggetto che mi chiedono di realizzare deve avere uno scopo per la vita dell’uomo. Se è soltanto per fare soldi non accetto. Molte aziende mi chiedono di usare il mio nome per realizzare qualcosa che a me non interessa, in questi casi mi rifiuto. Il mio obiettivo è creare qualcosa che faccia del bene.

La qualità che passa attraverso l’etica.

Sì, credo che le persone non siano consapevoli dei dettagli. Ma sono le sfumature che rendono l’esistenza migliore. Il mio compito è aumentare il benessere percepito attraverso la normalità. La praticità di un oggetto, la sua funzionalità, lo rende adatto a ogni stile di vita. L’oggetto speciale destinato a una persona in particolare non m’interessa: è più vicino all’arte. A me piace la produzione di massa degli oggetti usati dalle persone, senza bisogno che si sappia che li ho creati io.

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