A sinistra, lo studio romano di Nico Vascellari ritratto (a destra) con i dischi di Old Tower e Prurient, parte della line up di Revenge - Credits: Ph. Andrea Pugiotto
A fare da sfondo ad alcuni oggetti provenienti dalla tradizione Krampus e utilizzati per laperformance di Revenge (2016), l’opera Nido del 2009 - Credits: Ph. Andrea Pugiotto
A sinistra, un barboncino di epoca vittoriana acquistato in un negozio a Londra e scelto per le sembianze simili a una creatura di fantasia; a destra, il campanaccio appeso al tettuccio di una macchina impegnata in uno scontro con un’altra vettura sulla rampa di accesso del Maxxi, durante la perfomance di Revenge. - Credits: Ph. Andrea Pugiotto
Nico Vascellari con una matrice originale per la creazione di una toppa per le giacche di un corpo dei marines. - Credits: Ph. Andrea Pugiotto
Tra i due longilinei vasi di rame e cassette musicali, posata al centro della credenza campeggia la scultura- candelabro in alluminio Dripping on the feet of the mountain (2009). - Credits: Ph. Andrea Pugiotto
A sinistra, le fruste appartenenti ai Krampus, diavoli che accompagnano la tradizionale sfilata di San Nicolò ancora diffusa in Italia nelle zone dell’ex Impero austro-ungarico; a destra, un coperchio in rame e i manganelli di legno comprati in diversi mercatini e utilizzati come ricerca per la performance di Revenge. - Credits: Ph. Andrea Pugiotto
A sinistra, la T shirt Dream Merda nasce come opera al neon poi veicolata da Codalunga; a destra, l’intervento realizzato per la mostra Par Tibi, Roma, Nihil (2016): una caccia al tesoro che ha visto l’artista veneto estrapolare oggetti di diversa natura dal Foro Romano per ricollocarli in luoghi specifici della città capitolina. - Credits: Ph. Andrea Pugiotto
L'artista Nico Vascellari - Credits: Ph. Andrea Pugiotto
Storytelling

Nico Vascellari: voce del verbo Revenge

In una giornata grigia, come i cieli familiari del Nord Est italico, Nico Vascellari mi accoglie a Roma. Siamo sul confine tra le zone di Testaccio-Piramide e della Garbatella, vicino a due dei suoi luoghi preferiti, la Centrale Montemartini e il Cimitero acattolico. La prima raccoglie statue, epigrafi e mosaici d’epoca romana in un’ex centrale termoelettrica di inizio ‘900; il secondo un sepolcreto reso ufficiale a fine ‘700 dove riposano il poeta inglese John Keats e, tra i pochi italiani, Antonio Gramsci e Carlo Emilio Gadda.

«Uno che viene dalla provincia dev’essere pronto a spostarsi, anzi il desiderio di scoprire luoghi nuovi ha sempre dipeso per me dalla noia. Di questo ne ha beneficiato la mia immaginazione che è stata stimolata a pensare cosa ci fosse oltre il blocco delle montagne, oltre alla nebbia che sale sulla valle piatta e che impedisce di spingere lo sguardo altrove», mi racconta Nico mentre beviamo una spremuta d’arancia in un bar vicino al suo studio. E continua: «È stato importante quando ero adolescente appartenere a un gruppo più che altro per non sentirsi parte del resto, rivendicare il fatto di esser diverso dai compagni di scuola o di squadra. La definizione dell’identità si manifestava nel modo in cui ci si vestiva, dalla musica che si ascoltava, nelle cose che si facevano e come si facevano». Se Vittorio Veneto resta la sua base d’ispirazione poetica, dove l’artista è cresciuto tra i boschi e i paesaggi industriali nutrendo la sua passione per lo skate e una dipendenza per le sonorità estreme, Roma è diventata la casa del Vascellari adulto, padre. 

Finite le chiacchiere, entriamo in penombra nel basement dell’edificio che ospita il suo studio, un’ex fabbrica di mattoni, in origine a uso esclusivo di abitazione oggi spazio condiviso tra vita privata e lavorativa, col progetto di espandersi in futuro in un capannone adiacente e più ampio. Avvolti in una sottile cortina di polietilene e da un atlante, all’apparenza disordinato, di opere, oggetti, libri, dischi e (forse) reperti selezionati per lavori futuri – manganelli in legno, fruste da processione per Krampus e denti di mammut – scendiamo la scala in cemento segnata con un corrimano di acquasantiere e raggiungiamo la sala principale col banco di lavoro, circondato da poltrone in velluto e un tavolo da burraco. «Sono metodico. Mi sveglio presto e vengo in studio con regolarità verso le 10, ci resto tutta la giornata», mi spiega Nico, «Anche se non è propriamente il luogo dove concepisco le idee, è qui che la pratica crea i presupposti per svilupparle. La fase creativa per me coincide spesso con quella di transito e di spostamento, perché mi trovo sospeso tra due mondi, in una zona di dormiveglia che fa resistenza alla logica e che è ideale al pensiero».

Il viaggio è occasione di consapevolezza della misura che l’uomo ha nel mondo e di scoperta del passato attraverso i luoghi e le cose. Molti oggetti raccolti negli anni provengono da antiquari e rigattieri sparsi in diverse città, come l’ultimo entrato in collezione, un decanter di inizio ’800 a forma di tricheco con intarsi di avorio, bronzo e vetro, che Nico aveva visto dieci anni fa in un negozio di Torino e che ha ritrovato casualmente dopo aver contattato il gestore del magazzino per l’acquisto di un altro oggetto. In uno stimolo visivo continuo scopro attorno a me una serie di minerali e conchiglie marine – “La natura spesso riesce a creare cose molto più belle di quelle che immaginano gli uomini” –, un barboncino impagliato d’epoca vittoriana, il coperchio di una vecchia pentola di rame che pare un ventaglio orientale, un manuale dell’istituto scientifico di ricerca paranaturalista su una specie di polipi suicidi chiamati “vampiri infernali”. «Ora colleziono meno di un tempo perché non voglio che gli oggetti non siano valorizzati. Il collezionismo mi rende costantemente consapevole della morte, non perché la temo, ma perché ogni cosa materiale dalla quale faccio fatica a distaccarmi mi crea questa consapevolezza. Per me è un problema per le cose che rimangono quando non ci sarò più. Sotto questo punto di vista trovo che Toy Story sia un film molto profondo per l’idea che ha della vita dell’oggetto».

Molte delle opere di Vascellari – che siano fisiche come sculture oppure esperienziali come azioni performative – nascono da incontri, più o meno casuali, di elementi che l’artista trasforma o reinterpreta sotto nuove forme o che fungono da ispirazione per il contesto narrativo nelle quali si manifesteranno. Presenze ricorrenti nel suo lavoro, che si ritrovano nel suo studio, sono legate ai segreti della natura e al linguaggio degli animali – come nelle recenti azioni al Palais de Tokyo di Parigi Scholomance (2017) e alla Triennale di Milano Lavascar (2018) –, elementi che vengono da un mondo avvolto nell’ombra e nella nebbia, ma nel quale le luci si muovono secondo una dualità che è propria dell’artista – come nelle sculture Earthrise (2016), una struttura in ferro con due lampadine a intermittenza che roteando su se stesse creano presenze effimere di luce, o Into the Infinity of Thought (2014), composta da due tavole di legno di pino i cui nodi dell’una e dell’altra sono stati scambiati mutuamente. Di recente Basement Roma, lo spazio espositivo di Cura, ha ospitato la sua “Bisca Vascellari” alla quale potevano accedere solo 33 persone a sera e il cellulare non era ammesso: il mondo esterno restava fuori e l’ambiente era preservato nella sua identità. «Mancano luoghi del genere, dove vivere un momento di condivisione. Il momento dell’arte per me è questa relazione non forzata, che nel tempo ho sviluppato grazie alla performance, dove spesso metto me stesso in una condizione scomoda trascinando anche il pubblico».

Così è stato fino al 2 settembre al Maxxi, che ha ospitato la riattivazione di Revenge: un corpo sonoro esposto per la prima e unica volta alla Biennale di Venezia nel 2007, costituito da una parete di legno che rimanda attraverso amplificatori incastonati i suoni prodotti (registrati la sera inaugurale del 7 giugno) da una serie di azioni corali disseminate in aree e livelli del museo. La partecipazione sincronizzata dei gruppi, fisicamente separati, ha messo in scena il tempo dell’opera secondo la drammaturgia diretta dall’artista che, date le condizioni e le regole basilari dell’azione, lascia libero corso alla restituzione esperienziale del pubblico e di se stesso. «L’opera si chiama Revenge, vendetta, perché è una rivalsa, come El Topo di Jodorowsky rinasce dopo essere stato ucciso ed esce dalla grotta tentando di portare con sé i mostri che erano là sotto con lui; metaforicamente anch’io vengo da un sotterraneo e tento di uscire verso la superficie portando con me quanto più posso dal sottosuolo che mi appartiene, ma perdendo anche qualcosa. Nel 2007 persi i With Love, mio gruppo storico; oggi il dilemma è su come continuare a portare questo mio vissuto nel mondo dell’arte, perché mi sembra il modo più completo di fare ciò che voglio, al di là della noiosa diatriba del Vascellari artista, performer, musicista, bla bla bla».

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