Oki Sato ritratto all’interno dell’installazione Breeze of Light per l’azienda giapponese Daikin (salone del mobile 2019). 17.000 fiori rivestiti con filtri polarizzanti, reagendo alla luce, proiettavano ombre cangianti per suggerire l’idea di movimento.
Denqul, per Sugita Ace (2018), è una batteria portatile di emergenza ricaricabile a mano. - Credits: Photo: Akihiro Yoshida
Lo spazio dedicato a mostre e eventi all’interno del Kashiyama Daikanyama, complesso commerciale a Tokyo, vicino Shibuya. Il termine “yama” significa montagna in giapponese. - Credits: Photo: Takumi Ota
La facciata del Kojimachi Terrace, edificio per uffici di 11 piani nel centro di Tokyo, recentemente ultimato - Credits: Photo: Takumi Ota
L’interno del Kojimachi Terrace - Credits: Photo: Takumi Ota
Stir-cup, per asahi soft drinks (2019), è il bicchiere da calpico, bevanda giapponese diluita in acqua. La forma facilita le dosi. - Credits: Photo: Akihiro Yoshida
Storytelling

Oki Sato: architettura e velocità

Disegna lampade e arredi, set da scrivania e kit di sopravvivenza, borse e cioccolatini. Poi interni, installazioni, allestimenti. Anche edifici. Tutto per lui può essere reinventato, mente tra le più prolifiche; tutto con una misura di magia: la sorpresa nell’ovvio, l’ironia nel rigore, la collezione nell’archetipo, le sfumature di significato nell’assoluto del bianco e del nero. È Oki Sato, progettista all’infinito. Che ha un manga per maestro ma siede al tavolo delle celebrità; che sa praticare la disciplina con leggerezza, conciliare l’ossessività e la calma, elevare il quotidiano a eccezione.

Dal 2002 il suo studio di Tokyo, con un satellite anche a Milano, ha collaborazioni in tutto il mondo: al momento sono circa 80 i clienti, 300 i progetti in parallelo. Una produzione ampia – raccontata anche nell’omonima monografia per Phaidon recentemente pubblicata – che oggi si allarga alla scala della città. E continua a essere segno distintivo di studio nendo.

Qual è l’antidoto per non annoiarti?

Cerco il più possibile di non replicare i processi, così riesco a trovare gli stimoli giusti e il divertimento nella progettazione. Ho bisogno di sentirmi coinvolto in ciò che faccio e perciò mi impegno a seguire approcci al design diversi. A supportarmi in questo, in studio, ci sono scienziati e ingegneri che si dedicano giornalmente all’analisi di nuovi materiali e alla ricerca, lavorando a fianco di designer e architetti.

E il crescente numero di progetti di architettura cui lo studio si sta dedicando va esattamente in questa direzione di rinnovamento e di continua evoluzione?

Credo che l’architettura abbia molte potenzialità e nei prossimi anni vi dedicheremo sempre più energie. Sono convinto che potremo ripensarla secondo inedite prospettive, sfumando i confini tra costruzione e furniture. In Giappone, per esempio, per una weekend house nella foresta, stiamo sperimentando la tecnologia con cui si realizzano i tunnel con blocchi di calcestruzzo; un approccio diverso all’edilizia, che va oltre i codici tradizionali di trave-pilastro-cemento-metallo. E abbiamo da poco inaugurato a Tokyo un shopping complex con café, boutique e ristorante che ha concluso un cantiere durato circa 4 anni. Si tratta di un edificio nel quartiere Daikanyama, di cui abbiamo disegnato involucro, interni, arredi e anche grafica. È la prima commessa curata dalla A alla Z.

Per questo progetto avete lavorato per Onward, colosso della moda giapponese con cui siete rimasti in ottimi rapporti dopo l’installazione realizzata alcuni anni fa per Jil Sander a Milano. Ma è sempre facile relazionarsi con i committenti?

Le difficoltà fanno parte di questo mestiere. Ogni progetto ha le sue problematicità perché implica costruire qualcosa insieme a qualcuno che non conosci. Per questo tutto migliora con la seconda o la terza collaborazione.

Come in una relazione sentimentale.

Esatto. E le complicazioni possono aumentare quando si ha a che fare con grandi aziende. Quelle giapponesi, per esempio, hanno una rigida struttura gerarchica, che impone lunghi processi decisionali. Un caso di incarico complesso? Quello per TGV. Per le Olimpiadi di Parigi 2024 lo studio sta disegnando gli interni della nuova generazione di treni veloci; un progetto in cui ogni dettaglio deve essere vagliato secondo sicurezza, business plan, flessibilità e in cui il dialogo tra i vari attori coinvolti è importante. Così l’impegno deve essere concentrato non solo nella progettazione stessa ma anche nel coordinamento delle persone.

Lo studio nendo è impegnato anche negli imminenti Giochi Olimpici di Tokyo con progetti legati allo space e product design ancora top secret. Come trovi la città, in vista di questo evento? Che legame hai con Tokyo?

La città è cambiata molto negli ultimi due anni proprio per via delle Olimpiadi: nuovi edifici e servizi, test per valutare l’uso di robot nelle stazioni e tecnologie all’avanguardia nei negozi. È tutto molto emozionante! L’unico timore riguarda il modo in cui Tokyo amministrerà l’eredità di questa grande manifestazione.

Tokyo e Milano: quale prediligi?

Penso di amarle entrambe. Ma a Tokyo ho il mio cane... Forse se portassi Kinako in Italia risponderei che è Milano la mia città preferita. A Milano respiro, sto bene, ho i miei, ormai noti, punti fermi: lo studio di Moscova, l’hotel dove mi appoggio, il bar e la pizzeria dove mi piace mangiare.

Anche a Tokyo hai una tua consolidata routine.

Già. Non vado molto alle feste, non incontro gente così sovente, frequento sempre gli stessi locali a colazione, pranzo e cena, porto il mio cane a passeggiare tutti i giorni negli identici posti. Disegno nella mia stanza bianca dove non ho quasi nulla – assomiglia molto all’installazione per Daikin, ma senza fiori! – o in studio, dove faccio meeting con i miei designer anche sei ore al giorno. Ripetere le azioni mi aiuta a creare. Mi permette di essere focalizzato, di resettarmi ogni volta per riuscire a vedere le piccole differenze della giornata e farle diventare ispirazione. Se facessi cose spettacolari, non riuscirei a digerirle in tempo per trarne spunto.

Ciò succede quando non sei via per lavoro. Cioè spesso.

Diciamo che ho sulle spalle moltissime miglia! Sono spesso in jet lag. Trascorro fuori dal Giappone circa 15 giorni al mese. E quando sono via mi manca tanto il mio cane! Per fortuna se ne prende cura mia madre.

Ma tua madre sa che sei un designer così famoso?

Non credo. Ma neanche io ne ho consapevolezza. Passando molto tempo lontano da casa, non ho la percezione di come le persone mi vedano qui. Comunque sì, lei sa che sono un designer. Anche se non sono sicuro che sappia esattamente cosa faccio!