L’artista Olafur Eliasson - Credits: Ph. Barrie Hullegie
Una vista dello Studio Olafur Eliasson a Berlino costellato, sui mobili e tra le scansie, di modelli e prototipi per esperimenti e investigazioni geometriche - Credits: Ph. Barrie Hullegie
Un momento di lavoro nel laboratorio del vetro. Rifrazione e colore sono fenomeni investigati attraverso l’analisi del comportamento di poliedri complessi, dalle facce pentagonali, quadrate, triangolari - Credits: Ph. Barrie Hullegie
A sinistra, il refettorio-cucina: non solo mensa ma laboratorio, si servono menù vegetariani e il cibo è materia di studio. Phaidon gli ha dedicato un volume, Studio Olafur Eliasson – The Kitchen. A destra, un angolo con materiali di studio. Forme e fenomeni naturali costituiscono una continua fonte d’ispirazione, assieme all’osservazione e al lavoro critico sul cambiamento climatico. - Credits: Ph. Barrie Hullegie
Lo spazio (dietro il refettorio) dove lavorano gli architetti, guidati da Sebastian Behmann. Sulla parete in fondo alcune foto di Fjordenhus in Danimarca, primo edificio dello studio - Credits: Ph. Barrie Hullegie
A sinistra, un artigiano all’opera in uno dei laboratori specializzati dello studio. Dal progetto alla costruzione, dalla comunicazione all’archivio, ogni fase è gestita internamente. A destra, scultura nel lab del metallo. Il libro Studio Olafur Eliasson – Open House, edito da Studio Olafur Eliasson (2017), può essere ordinato su buchhandlung-walther-koenig.de. - Credits: Ph. Barrie Hullegie
L’artista nella stanza dei test. La sua opera è in mostra al Red Brick Art Museum di Pechino con Olafur Eliasson: The unspeakable openness of things fino al 12 agosto 2018 - Credits: Ph. Barrie Hullegie
Storytelling

In conversazione con Olafur Eliasson

Diceva Alberto Giacometti che l’oggetto dell’arte non è una riproduzione della realtà, ma una realtà della stessa intensità. Nell’officina fluida di Olafur Eliasson accade qualcosa del genere. Dietro una porta bianca sbarrata, l’artista – tra i più noti ma meno classificabili del panorama contemporaneo – siede con un manipolo dei suoi. È una delle tante riunioni messe in fila a scandire la sua giornata fitta, concitata persino, con l’agenda che si frammenta in quarti d’ora. Quando riemerge dal meeting non pare però per nulla concitato, è piuttosto la bionda assistente che lo insegue sui tacchi, con la lista degli appuntamenti sotto braccio, ad apparire in lieve affanno, mentre lui si trastulla con un autentico bulldog francese chiamandolo per nome (pardon, per numero: per facilità ha rinominato i cani dello studio Uno, Due e Tre).

Il quartier generale a Berlino è insediato in un antico birrificio illuminato da ampie finestre e arredato con mobili in legno autoprodotti, a eccezione delle sedie, per cui Eliasson pare abbia una fissazione: prova ne sarebbe la variegata rassegna che cela nel suo ufficio, ma anche le poltroncine vintage un po’ sfondate di Dieter Rams appena oltre la reception. Proprio lì, in prossimità dell’ingresso, accanto al display di numerose pubblicazioni autoreferenziali, c’è una bacheca verniciata di giallo che assembra modelli di poliedri in carta dell’architetto Einar Thorsteinn, che fu collaboratore e figura ispiratrice di Olafur Eliasson. Oggi lavorano con lui circa 100 persone. Cifra abbastanza impressionante per uno studio d’artista che, d’altra parte, si è evoluto negli anni in un sistema complesso, come racconta Joanna Warsza nell’ultimo loro libro, Open House, uno sguardo dentro questo peculiare ambiente: “È un hub artistico, un’azienda efficiente, un centro di ricerca, un ufficio amichevole che annovera fantastici laboratori, curatori in-house, ricercatori, editori, architetti e artigiani, un archivio, un magazzino, una cucina vegetariana e, più recentemente, un gruppo di advocacy”. Eliasson, dal canto suo, dice che avere un grande studio non è mai stata un’aspirazione ma che, col tempo, ha finito per apprezzarne il potenziale, «Come istituzione». Già si scova dietro la terminologia l’indirizzo della sua visione complessiva: «Un luogo dove viene prodotta l’arte non è, come alcuni credono, uno spazio fuori dal mondo», spiega. «Preferisco pensare sia una macchina che produce realtà».

Al centro della topografia c’è infatti il refettorio al secondo piano, dove quattro giorni la settimana, per pranzo, il team si ritrova al lungo tavolo che abbraccia la cucina e, dove, in maniera esemplare si realizza la commistione tra il reale fisico e l’intellettuale utopico. «Il cibo non è solo una questione pragmatica», Eliasson lumeggia. «Ha a che fare con il subconscio e crea uno spazio informale che favorisce lo scambio d’idee». È un tratto così essenziale alle dinamiche dell’atelier da diventare, la cucina, catalizzatore di eventi che vanno dagli incontri con Alain Ducasse ai simposi sui menù ospedalieri. «Si parla di politiche alimentari e si mangia sostenibile». E allora, ratatouille di melanzane e purè di albicocche. O anche cavolini di Bruxelles a chilometro zero in ciotole di terracotta, secondo stagione. Mentre il quinto giorno ci si riversa in città, perché l’interazione con il contesto è indispensabile.

Olafur Eliasson nacque nel 1967 da genitori islandesi, a Copenaghen, dove tuttora vive. Tra le prime opere a esporlo all’attenzione internazionale ci fu un intervento di guerrilla-art nel 1998, Green river, quando a Stoccolma versò nel fiume una sostanza innocua che colorava l’acqua di verde. Ma l’installazione più famosa a oggi rimane The weather project, che nel 2003 trasformò la Turbine Hall della Tate a Londra in un ciclopico solarium artificiale, attirando due milioni di visitatori. Lo scorso giugno poi, si è inaugurato Fjordenhus, il primo edificio disegnato interamente dallo studio: sede di Kirk Kapital (società in mano alla progenie del fondatore di Lego), non è tuttavia la prima incursione di Eliasson nell’architettura. Le altre includono il padiglione della Serpentine Gallery nel 2007 e la facciata dell’Harpa Conference and Concert Hall a Reykjavík, con cui vinse il premio Mies van der Rohe. Nel 2014 ha inoltre fondato, con Sebastian Behmann, Studio Other Spaces per progetti sperimentali su larga scala. E siccome l’attenzione alla “realtà” non è solo teoretica, recentemente è stata annunciata la collaborazione con Ikea per lo sviluppo di una linea di prodotti accessibili a energia rinnovabile sulla scorta di Little Sun, impresa filantropica fondata da Eliasson sei anni fa. «Come rendere emozionante la sostenibilità? Come dare una forma all’energia, che di per sé non ne ha nessuna?», si era chiesto l’artista. La risposta è una giocosa torcia ad alimentazione solare per promuovere “Il diritto all’energia”. Ne sono già state distribuite mezzo milione in aree prive di elettricità grazie ai proventi delle vendite dei pezzi negli shop dei musei.

«Tutta la mia attività riguarda la percezione e la possibilità di creare connessioni», spiega. «Ora, non significa che i miei progetti più attivisti, fuori dal perimetro convenzionale dell’arte, come questo nell’Africa rurale, siano meno artistici». E infatti il giorno della nostra visita, Eliasson è da poco rincasato dall’Etiopia (ha fondato con la moglie l’associazione 121ethiopia, a sostegno dei bambini orfani, e ha due figli adottati da Addis Abeba) e indossa un dolcevita nero esistenzialista. Mantiene salda l’idea – un po’ old-fashioned – che l’arte possa cambiare il mondo. «Si confonde erroneamente l’arte con il suo mercato: se questo riguarda il denaro, la prima concerne estetica, etica, identità, società; in definitiva la qualità della nostra vita. Penso che si tenda a sottostimare quanto la cultura ha da offrire fuori dal settore culturale, fuori dalla sua comfort zone». Come quando, alla 57a Biennale di Venezia, il suo intervento Green light sfruttava la piattaforma artistica per affrontare il tema delle migrazioni dei popoli. «Dovremmo esser tutti più attivisti», suggerisce. Qui nello studio, tra le maquette sulle scansie e nel moto perpetuo dei laboratori (falegnameria, officina dei metalli, del vetro, stanzini per gli esperimenti ottici), ci sono le forme di un pensiero che aspira a trasformarsi in azione. Il tutto a un ritmo notevolissimo e incommensurabile per un flâneur. A cui Eliasson trova il tempo di dire, guardando il bulldog francese: «Questi cani di piccola taglia portano sempre felicità».

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