Patricia Urquiola con in mano il posacenere Synthesis 02 di Ettore Sottsass (Olivetti). Sul ripiano in basso, lampada Bague (Foscarini) e vaso Y-Tube (Budri). In tutto il servizio, Patricia Urquiola indossa, oltre a capi personali, cappotto Burberry Prorsum, scarpe Bottega Veneta. - Credits: Foto: Nicola Carignani, Fashion director: David St John-James
Storytelling

Patricia Urquiola: confessioni di una mente geniale

È nata a Oviedo, la città di Fernando Alonso. Va più forte di Alonso, un fenomeno. Traguardi tagliati: una quantità impressionante. Design e architettura, le specialità. Talento e determinazione; esuberanza e un trasporto emotivo contagioso. Patricia Urquiola – classe 1961 – conserva il sorriso della bimba sveglia che è stata, prima di diventare una studentessa in gamba, una ragazza prodigio, e poi moglie (di Alberto Zontone), imprenditrice (studio aperto nel 2001), mamma (Giulia e Sofia, 21 e 10 anni).

Il suo curriculum contiene un elenco sterminato: grandi maestri, grandi marchi, oggetti e progetti ambiti, apprezzatissimi, celebrati con i premi che contano. Pare una pagella costellata di ottimi voti. Ride. spiega: «C’è un po’ di fortuna, per cominciare. Figlia di mezzo. Una sorella maggiore, Lucia; un fratello minore, Juan. È la condizione ideale per guardare a destra e a sinistra imparando sempre un po’, sfruttando quella libertà che riguarda chi sta nel mezzo. studiavo con facilità, questo sì, perché avevo capito che era un buon sistema per ridurre i problemi e aumentare l’indipendenza. Mi sottoposero a un test insieme con i miei compagni di scuola, avevo 13 anni. Venne fuori che manifestavo un alto livello di concentrazione. Io avrei voluto sentirmi dire altro ma in effetti è così ed è una buona cosa. Mi piace indagare a fondo un tema, stare sul pezzo, analizzare e approfondire».

Da Oviedo a Madrid, a Milano. Politecnico. Laurea (110 e lode, ovviamente) nel 1989, con Achille Castiglioni come mentore. Tomàs Maldonado presidente della commissione: «All’età di 18 anni desideravo uscire di casa, ero brava in matematica e possedevo un forte istinto creativo. L’architettura divenne una possibilità, forse anche perché la facoltà, a Oviedo, non esisteva. Appartengo a una famiglia borghese, padre ingegnere, madre studiosa di filosofia, una donna molto simpatica, vivace, la cui opinione conta molto per me. La Spagna franchista aveva sviluppato in lei il desiderio di spalancare il panorama, di uscire, di viaggiare. Comprese immediatamente la mia voglia di andar via, di mettermi in una posizione più scomoda e quindi più stimolante. Per lo stesso motivo scelsi Milano. Trasferirmi qui significava aumentare la difficoltà ma anche affrontare un’evoluzione, covare un cambiamento. Fu una buona scelta. Milano mi ha dato moltissimo, ha creduto in me, qui ho sviluppato delle belle radici».

La tesi come una rampa di lancio. Assistente di Castiglioni ed Eugenio Bettinelli al Politecnico e all’ENSCI di Parigi, una lunga collaborazione con De Padova al fianco di Vico Magistretti, coordinatrice del Gruppo design dello studio Piero Lissoni. Domanda: quale eroe compare sul poster appeso nella cameretta? «Castiglioni mi diceva: vai a trovare Maldonado, in quella casa piena di libri troverai di sicuro qualcosa di utile. Era un ottimo consiglio. La voglia di rivedere Maldonado, di ritornare nella sua straordinaria biblioteca, è ricomparsa poco tempo fa. mi sono detta: vorrei parlare con lui per ricominciare un percorso, per ritrovare una circolarità preziosa. Ricordo sempre le sue parole. Quando arrivò a Milano dalla Germania nei primi anni 60, con il suo rigore razionalista da docente della scuola di Ulm, fu spiazzato dalla libertà nella quale operavano Castiglioni e Magistretti. spiazzato e conquistato. Questo per dire che è difficile scegliere un modello. Non ho lavorato con Ettore Sottsass, per esempio, ma l’ho ammirato moltissimo. E sono grata a Maddalena De Padova per la sua straordinaria visione da editore, diciamo così; a Piero Lissoni che, come un fratello, mi ha dato la possibilità di frequentare una palestra decisiva se penso ai rapporti con aziende diverse, all’evoluzione della mia mentalità».

Maestri, opportunità. Sì, sì, ma anche un elenco di nomi maschili, dentro un universo non proprio abituato a una presenza ingombrante e femminile: «Intanto, ormai siamo in una fase che va oltre ogni pregiudizio. E poi penso che se ami il tuo lavoro poi si tratta di scegliere un modo appropriato di proporti. Se lo individui, il fatto che ci sia di mezzo un uomo o una donna passa rapidamente in secondo piano. Piuttosto, contano l’intuito, la sensibilità, la cultura. Conta la curiosità e la capacità di interpretare un’azienda, un cliente, di capire come portare avanti le cose in quell’ambito preciso. Credo si tratti di scegliere quali compromessi accettare e quali no e questo accade entrando in un merito. A me pare di aver rotto molti pregiudizi. C’è sempre un prezzo da pagare, scegliendo. Devi abbandonare qualcosa per accogliere altro. spesso ne vale la pena. Insomma, il lavoro occupa una parte grande della mia vita, ma genera anche il privilegio di poter conversare come stiamo facendo noi ora. Ho unito lo studio con la casa per poter stare più tempo con la mia famiglia. Alberto, mio marito, lavora con me; insieme alle nostre figlie abbiamo creato una serie di fast track per condividere, per proteggere gli affetti e coltivarli. Penso si possano trovare sempre delle soluzioni quando tieni alle cose».

A sinistra, Patricia Urquiola. A destra, sul tavolo Diamond (Molteni&C), da sinistra, brocca Jellies Family (Kartell), texture da parete in marmo Lace (Budri), modellino sedia Clarissa Hood (moroso), prototipo sistema Openest (haworth), portaagrumi Spirogira (Alessi), lampada Tatou (Flos). A parete, Arazzo (Nilufar); tappeto Logenze (Ruckstuhl). - Credits: Foto: Nicola Carignani, Fashion director: David St John-James
A sinistra, in primo piano, prototipi della nuova collezione per Kartell, presentata al salone del mobile 2016, e ceramiche Tierras (mutina); dietro, vaso Landscape (Rosenthal) e cavallo di legno, premio milano design Award (2013). A destra, Patricia Urquiola - Credits: Foto: Nicola Carignani, Fashion director: David St John-James

Moroso, Molteni&C, B&B Italia, Rosenthal, Mutina, Alessi. Poltrone, sedie, divani, letti, armadi, porcellane, tavoli, cesti. Dallo scorso settembre, Art Director di Cassina. L’ultimo capitolo è un capitolo a parte. Carico di storia e gloria; di onori e oneri: «È capitato. E credo che la parola chiave sia “consistenza”. Penso sempre che serva anche un po’ di leggerezza per muoversi tra cose molto importanti. In questo caso possiamo intenderla così: aspiro a non sentirmi appesantita da un archivio incredibile. Cassina significa tanti temi diversi. Quindi, ora serve riflettere, abbinare intensità, passione e concentrazione per ragionare attorno a un’azienda che coinvolge da sempre personaggi molto diversi tra loro. ma penso anche che sia possibile avere a che fare con poetiche diverse, così come ogni progetto è frutto di più percorsi. È importante formare una squadra empatica per cominciare a camminare. Credo che occorrerà un anno per manifestare una prima evoluzione, la tappa che deve prepararci ad affrontare i 90 anni dell’azienda».

Il curriculum, dicevamo. Comprende anche allestimenti e architettura. showroom per una quantità di aziende, alberghi (Mandarin Oriental Hotel di Barcellona), scenografie, case private. Anche se il primo amore resiste, resta: «se devo scegliere, se posso farlo, scelgo il design. Penso sia anche il patrimonio della mia vecchiaia. Ogni viaggio innesca uno stimolo nuovo, un coinvolgimento che fa scattare qualcosa. Lo dico consapevole del valore che ha l’architettura per me. ho aperto lo studio quando ero nei pressi dei miei 40 anni, spinta da Piero Lissoni soprattutto. mi sembrava di essere matura per esprimere il mio linguaggio. Lissoni diceva: “se hai un criterio, un’opinione, devi provarci”. Ma quando arrivò la proposta di lavorare per il Mandarin Oriental di Barcellona aspettai un mese prima di andare a vedere di cosa si trattava veramente. C’era come un freno tirato da qualche parte. Poi compresi che ogni regola può cambiare anche in mezzo a catene robuste. se penso al design, be’, vedo oggetti che nascono e crescono felicemente, visti da dentro e da fuori. ma ogni approccio fa sempre parte di un percorso personale. E lungo questo percorso incontri continuamente un tema nuovo, un orizzonte che emerge e che ti occupa completamente. La verità è che sono attratta da ogni possibile conquista perché sperimentare significa anche sbagliare e poi riprovare. Ogni frazione del presente contiene qualcosa che riguarda il futuro. La vita è così. Ed è bello che sia così».

Un’esuberanza contagiosa. Be’, proprio così. soprattutto quando saltano fuori ragione ed emotività come ingredienti del fare.  Connessi con il senso più alto del fare: «so di poter contare su un lato femminile un po’ materno. E so che la memoria e l’esperienza sono fatte di curiosità, alimentate da una serie di cortocircuiti che collegano frammenti all’apparenza distanti. Se lavori a un progetto industriale hai a che fare con una serie di calcoli ma anche con la possibilità di rompere alcuni schemi. Serve un’intuizione e le intuizioni sono mosse dall’emotività. Ma non sta tutto lì, altrimenti il tuo approccio sarebbe simile all’approccio di un’artista. Così, si tratta di comporre una metrica, un mix, una specie di ricetta applicata a un determinato contesto che è diverso da ogni altro. Mi hanno chiamato in Giappone – il luogo dove vorrei trascorrere il mio anno sabbatico – per incontrare grandi maestri delle tecniche della ceramica, del bambù e della porcellana. Tecniche da rivisitare... Pensavo di sapere come muovermi. Macché. C’è sempre una pagina bianca che compare davanti a te. Chiede implicitamente e immediatamente una reazione, un’applicazione. Se parliamo del rapporto tra design e industria, abbiamo a che fare con una storia straordinaria che affronta e risolve problemi molto complessi.

È qualcosa che incide nel costume, talvolta in modo diretto, altre volte in modo indiretto, soprattutto in un tempo in cui gli interventi pubblici votati a un cambiamento sociale sono bloccati. Questo, come al solito, innesca altre opportunità, mette in circolazione qualche virus contagioso che magari produrrà una narrazione diversa rispetto al passato, da offrire ai nostri figli. Sto pensando alla duttilità di molte aziende che investono e si evolvono, rispettando le condizioni di chi lavora e produce secondo metodi e tempi propri, molto artigianali. L’abbiamo fatto in India come in Sardegna. Sto pensando al valore delle sinergie che mettono in contatto esigenze e bisogni. Progettisti, aziende autenticamente connessi alla realtà, al clima, all’acqua, all’aria. Come ci poniamo, per esempio, di fronte all’acqua, considerando questo tempo, il tempo che verrà? Ragionando in termini evoluti sulle rubinetterie, sulla vita dei prodotti, sui risparmi energetici, i materiali riciclabili. Io ne sono convinta: ci troviamo solo all’inizio di un altro grande cambiamento. E penso che siano disponibili molte strade da percorrere. Il motivo è semplice: abbiamo a che fare con una professione storicamente e naturalmente vicina all’evoluzione della società».

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