A sinistra, Patrick Norguet con le luci Gio disegnate per Artemide; a destra, le sedute progettate per Tacchini (gialla), Arflex Japan (beige), Artifort (rossa) e Cassina (nera). - Credits: Ph. Martin Müller
A sinistra, uno scorcio dello studio parigino di Norguet, con alcuni collaboratori. A destra, alcuni studi di scocche. - Credits: Ph. Martin Müller
A sinistra, la poltroncina Fox che ha progettato quest’anno per Pedrali: ha la scocca in polipropilene, montata su una struttura in frassino curvato e arrotondato. A destra, alcuni prototipi di sedie e studi sui materiali. L’ambiente creativo di Norguet è invaso da scheletri di poltrone, pezzi di materiali, modellini e schizzi. - Credits: Ph. Martin Müller
La chaise longue Atoll, progettata per Tacchini e rivestita in tessuto giallo; a sinistra, la seduta Nef da esterno con schienale alto, disegnata per Emu. - Credits: Ph. Martin Müller
Patrick Norguet al lavoro su nuovi progetti: i pezzi da presentare al Salone 2019, una nuova gamma di prodotti per l’architettura, rivestimenti murali e la creazione di un marchio di arredamento nel mercato cinese. - Credits: Ph. Martin Müller
Storytelling

Patrick Norguet: “Mi rifiuto di avere uno stile”

Uno studio, a Parigi, in continua mutazione. Un approccio al progetto dove, come le stagioni nel corso dell’anno, si susseguono decisi cambiamenti di stile e di obiettivi. Ma le idee sono molto chiare nell’universo creativo del progettista francese Patrick Norguet: l’industrial design deve essere serio, tecnico e commerciale; funzione e bellezza devono aspirare all’equilibrio. L’immagine che Patrick Norguet dà di sé, mentre parla, rimanda ai suoi progetti: precisi, semplici, essenziali, ma solo come il naturale risultato di un grande lavoro di ricerca che si intuisce lievemente e che nasconde sempre una soluzione inaspettata.

Il successo è oggettivo, le aziende per cui lavora sono moltissime, internazionali e soprattutto italiane come: Artemide, che ha lanciato sul mercato la sua lampada Gio, durante Euroluce 2018; Tacchini per cui ha disegnato Jak il nuovo scrittoio e alcuni precedenti imbottiti; Emu con cui lavora sull’evoluzione dell’arredo outdoor; Pedrali per cui inventa sedute versatili e competitive come Fox Upholstered Vic Chair, poi Lea Ceramiche, Alias, Cassina... Se il suo ambito fosse la moda sarebbe un sarto, non uno stilista, perché i suoi progetti sono come abiti su misura per le aziende. Non gli interessa fare la star, vuole creare il meglio per ogni cliente, lavorando in sinergia con la committenza.

Ho l’impressione che la tua cifra stilistica non sia lo stile, è così?

Infatti mi rifiuto di avere uno stile! Il mio lavoro e il mio ruolo sono quelli di disegnare per diversi marchi entrando nella storia delle aziende per sviluppare prodotti che corrispondano a ciascuna di esse. Molti designer impongono la loro mano, a me non interessa far prevalere il mio ego. È un mercato complesso, il mio compito è adattarmi al loro percorso, comprendere il Dna e proporre soluzioni pertinenti. I miei requisiti sono: rigore e molto lavoro. Affronto ogni progetto facendo una pulizia del precedente, parto senza uno storico, credo sia essenziale per i miei clienti. Mi piace affrontarli creando storie inedite, perché sono nuovi incontri con fabbriche sempre diverse, ciascuna con una propria cultura. So che per ogni progetto dovrò osservare e analizzare molto e trovare varie soluzioni per mantenerne infine solo una: quella che funzionerà meglio nel contesto.

Qual è il ruolo del designer?

Prima di tutto deve ascoltare, poi avviare un processo analitico degli obiettivi e delle strategie dell’azienda, condividere una visione e cercare di risolvere problemi. La differenza passa attraverso il talento, quello di capire le situazioni, i contesti, le storie, per poter pensare e proporre soluzioni giuste e durature.

Che rapporto hai con i limiti che ti trovi ad affrontare, sono stimoli o frustrazioni?

La mia missione è spingere oltre i confini, rompere le abitudini, andare a scardinare ciò che è certo. In questo mondo in cui gli oggetti e le immagini vengono consumati ad alta velocità, sento il bisogno di aiutare i miei clienti a finire la storia. Il prodotto, l’immagine, la comunicazione, la distribuzione: troppo spesso sono ambiti separati, ma è necessario trattarli con coerenza per uno sviluppo commerciale di successo. Per me è importante lavorare su tutti gli argomenti relativi al pro- dotto, chiamiamola “direzione artistica”, anche se è un termi- ne abusato che non mi piace. Un oggetto che colpisce, spesso raccoglie un insieme di codici e messaggi, che si traducono in numerosi riferimenti all’inconscio collettivo. Quando sono giusti ed equilibrati non richiedono alcuna spiegazione: le persone ne prendono possesso immediatamente e naturalmente.

Che caratteristiche deve avere un progetto per essere intelligente?

Deve essere penetrante e questo si traduce nella sua capacità di diventare oggetto di comunicazione, senza far troppo rumore. E poi, se ben condotto, per me deve essere ovvio e innovativo.

C’è qualcuno a cui ti senti grato per la tua carriera?

Naturalmente se ho fatto questo percorso sul piccolo palcoscenico del design internazionale, lo devo alla mia buona stella che mi ha messo sulla strada di Giulio Cappellini nel 1999, gli devo molto. Ho disegnato per lui la sedia Rainbow, tre mesi dopo entrò a far parte della collezione permanente del MoMA di New York. Ancora non ne capisco il perché.

Cosa pensi del fenomeno dell’art design?

L’art design è un business interessante, da più di dieci anni vediamo le gallerie vendere il pezzo unico, ma a me non interessa, non è il mio lavoro. Adesso ti faccio io una domanda: quanto pensi possa costare al pubblico questa sedia che ho disegnato per Pedrali?

350 Euro?

Ne costa 145. Tutta fabbricata in Italia compresi i materiali. Questo è ciò che amo, quello che mi piace fare: lavorare con aziende eccellenti, massimizzare il processo, ottenere ottime prestazioni e dettagli perfetti. E con un prezzo così sul mercato, la possono avere tutti. Possiamo offuscare Ikea con la qualità e abbiamo il dovere di farlo!

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