L'artista Patrick Tuttofuoco con la moglie, la fashion e set designer Alessandra Pallotta, e il cane TY - Credits: Ph. Mattia Balsamini
Alle spalle di Patrick, il fregio che ha realizzato su ispirazione di quello del Tempio di Rasho nel film di Kurosawa; a parete la caramella gigante, una sua opera - Credits: Ph. Mattia Balsamini
A sinistra, la cappa OM è di Elica brand conosciuto da Patric alla Fondazione dedicata al Fondatore dell'azienda Ermanno Casoli; la moka è di Mendini per Alessi. A destra, il piano della cucina rievoca il celebre batterio di Sottsass, prodotto da Abet Laminati - Credits: Ph. Mattia Balsamini
A sinistra, la lampada Santa Fe di Matteo Thun per Memphis; i pupazzi di Ultraman, serie televisiva di fantascienza giapponese degli anni 60 - Credits: Ph. Mattia Balsamini
Di fianco al divano, un modello diffuso di Liguria negli anni 60, il tavolino 1027 di Eileen Gray; a destra, il volto in gesso rappresenta L'Inconnue de la Seine - Credits: Ph. Mattia Balsamini
A sinistra, il vaso e le ceramiche sono dei cimeli recuperati dalla casa dei nonni dell'artista. A destra, in uno dei due bagni, la moglie ha deciso di appendere il lampadario della casa vecchia di Annibale Tuttofuoco, padre di Patrick - Credits: Ph. Mattia Balsamini
A sinistra, il servizio da caffè e il vassoio, appartenuti alla famiglia Tuttofuoco, vengono utilizzati quotidianamente nella casa in Città Studi a Milano. A destra, le sedie Standard di Jean Prouvé sono prodotte da Vitra; il tavolo Vidun è di Vico Magistretti per De Padova - Credits: Ph. Mattia Balsamini
Storytelling

A casa di Patrick Tuttofuoco a Milano

Sono le 9 del mattino, Milano è già sveglia mentre attraverso Corso Buenos Aires e il sole è alto. Patrick mi accoglie sull’uscio di casa con un sorriso e seguiamo l’odore del caffè fino al giardino, dove non c’è più traffico. Dopo 12 anni di vita a Berlino con sua moglie, Alessandra Pallotta, i suoi due figli Rio e Vico e il cane Ty, i Tuttofuoco sono tornati in città, ma a una condizione: abitare in una casa con uno spazio all'aperto. Dopo mesi di ricerca la madre di Patrick ha finalmente intercettato un annuncio in zona Città Studi e grazie all’insistenza di Alessandra – venuta temporaneamente a Milano per aiutare Annibale Tuttofuoco, il padre di Patrick, a sgomberare il vecchio appartamento – l’accordo si è concluso: «La prendiamo subito!». Nato in piazza San Nazaro in una famiglia di filatori di perle (la nonna aveva un’oreficeria in piazza Sant’Alessandro), e cresciuto in Porta Venezia, anche dopo l’acquisto della sua prima casa, un loft in via Panfilo Castaldi – precedente sede della galleria Massimo De Carlo dove tra le altre si è tenuta la prima mostra di Maurizio Cattelan – Patrick ha sempre avuto un rapporto intenso con Milano.

La sua passione per Ettore Sottsass e la dimensione radicale e postmodernista degli anni 80 associata al gruppo Memphis compare un po’ ovunque in casa, dalla lampada Santa Fe di Matteo Thun al top della cucina che evoca il “batterio” di Sottsass, fuori produzione ma comunque realizzato da Abet Laminati con una grafica rivisitata nell’aggiunta delle iniziali dei componenti della famiglia. Milano è sempre stata fonte d’ispirazione dal punto di vista estetico, dagli anni di formazione al liceo artistico con Paola Mola, «una delle esperte mondiali di Medardo Rosso più accreditate», precisa Patrick, agli studi in Design e Architettura al Politecnico di Milano sotto la guida di Corrado Levi, che gli ha fatto scoprire il lavoro di Carol Rama in studio e poi all’Accademia di Brera e l’incontro con Alberto Garutti, suo professore, e i compagni di classe Roberto Cuoghi, Lara Favaretto, Massimo Grimaldi, Cristian Frosi e molti altri. «C’era un contesto stupendo, l’essere a Milano ha fatto la differenza nei miei anni giovanili. Dopo i 2000 con l’arrivo della crisi c’è stato un crollo devastante, così in maniera un po’ egoista ce ne siamo andati via tutti, un’intera generazione. Io ci ho messo 12 anni per tornare, voglio davvero bene a questa città e ora vedo la qualità immensa che può avere, per esempio nel rapporto con la produzione. È incredibile quello che puoi fare solo nell’area Milano-Meda: puoi progettare qualsiasi tecnologia o finitura, è un’eccellenza micidiale».

Nel corso di vent’anni il lavoro di Patrick ha risentito di tutti questi cambiamenti: se agli inizi, tra il 1997 e il 2007, era più concentrato sulla capacità di scovare dimensioni produttive interessanti e nel trasformare queste linee ed energie in qualcosa di diverso e totalmente nuovo, il periodo trascorso in Germania l’ha portato a una sperimentazione sul versante opposto, al confrontarsi con la propria capacità di progettare e produrre, anche artigianalmente.

Dalle forme quasi del tutto astratte evocative del paesaggio urbano si è imposto il figurativo, il corpo e il suo rapporto con la tecnologia. Negli ultimi anni Patrick ha intrapreso la ricerca di un’espressione artistica come una sorta di spiritualità laica, dove corpo e tradizione sono i suoi elementi principali, spesso in relazione con la dimensione pubblica, come in Elevatio Corpus, progetto pubblico in Toscana che sarà inaugurato nei prossimi mesi, e il più recente Zero (Weak Fist) – progetto vincitore del bando Italian Council 2017 e prodotto dal Polo Museale dell’Emilia Romagna –, una scultura luminosa mobile a forma di mano chiusa che rappresenta lo zero nel linguaggio dei segni, collocata prima all’Arco di Augusto di Rimini, poi nel cortile dell’Ambasciata Italiana a Berlino e in Porta San Donato a Bologna.

Mentre parliamo dei suoi ultimi progetti siamo seduti attorno a un’altra icona degli anni 80 italiani, il tavolo Vidun di Vico Magistretti, che Patrick mi confessa aver acquistato per uno scopo ben preciso: collezionare e disseminare per la casa quanti più elementi possibile del designer milanese e lasciarli in eredità a suo figlio Vico. Dalla sala da pranzo si intravede la luminosa cucina, completamente rifatta in stile anni 80 dall’architetto Tiziano Combi di NULL_Studio, adiacente alla veranda e al prezioso giardino, dove Patrick ha trasformato un lampione da esterno in una caramella gigante. Tra il 90 per cento degli oggetti recuperati dalla vecchia casa del padre Annibale (dall’arazzo nel salotto al lampadario veneziano in bagno), si mimetizzano alcuni lavori di Patrick come la ceramica appesa sopra al divano, ispirata al fregio del tempio di Rasho del film Rashomon di Akira Kurosawa, o la mano al neon sospesa in mezzo al corridoio, la più rappresentativa di casa Tuttofuoco. È l’opera che Patrick ha dedicato alla sua famiglia: cinque dita di colori diversi, una per ciascun componente, Patrick, Alessandra, Rio, Vico e Ty.

Traduzione di Richard Sadleir.