Vista dall’alto della zona living con divano e poltrona Rift di Patricia Urquiola; tavolini Nanook di Philippe Bestenheider, Kub di Nendo e prototipo di Front; accanto alla finestra, poltrona Antibodi di Patricia Urquiola; tutto di Moroso. A destra, chandelier fatto a mano in Brasile da Tord Boontje e opera di Boubacar Touré Mandémory. - Credits: Foto: Alessandro Paderni
Patrizia Moroso - Credits: Foto: Alessandro Paderni
Vista dell’esterno della casa di Patrizia Moroso, vicino Udine; un progetto di Patricia Urquiola e Martino Berghinz. a destra, le finestre delLa cucina, che si affaccia sul giardino. - Credits: Foto: Alessandro Paderni
La zona camino e salotto, con cuscini Moroso e tavolini africani. sullo sfondo, poltroncina Binta di Philippe Bestenheider per moroso e, a parete, l’opera d’arte Eating Stars (in lightbox) di Fathi Hassan. - Credits: Foto: Alessandro Paderni
Nella zona living, In primo piano, tavolo di Ron Arad (pezzo unico).da sinistra, divano Misfits e sedie Modou di Ron Arad e coppia di pouf Dew di Nendo; Tutto di Moroso. sullo sfondo, lampade: prototipo da terra di Rontonton di Edward Van Vliet per quasar e Twiggy di Marc Sadler per Foscarini. a parete, opera di Boubacar Touré Mandémory. - Credits: Foto: Alessandro Paderni
Storytelling

In conversazione con Patrizia Moroso

Lei la chiama magia, ma è un istinto innato e visionario quello che ha permesso a Patrizia Moroso di immaginare per l’azienda di famiglia 40 anni di collezioni di arredi con le firme dei progettisti più talentuosi al mondo. Curiosa, appassionata di storie e affascinata dal mondo e dalle sue differenze, la creative director di Moroso – che abbiamo incontrato nella sua casa in provincia di Udine, dove vive con il marito, l’artista Abdou Salam Gaye, e i loro figli – ha dato vita alla pluralità di linguaggi e codici visivi che definisce il Dna dell’impresa friulana, conciliando know-how artigianale e processi contemporanei in un percorso continuo di evoluzione. Alla ricerca di sempre nuovi modi di pensare e produrre il design.

Cosa significa, nel 2020, ricoprire il ruolo di direttore creativo di un’azienda nata nel 1952?
Continuare a essere dalla parte degli autori, dei progetti, della cultura e della coerenza tra chi concepisce l’idea e chi la porta nel mondo sotto forma di oggetto.

Lei è stata una delle prime a sostenere il design come potente mezzo di cambiamento. In che modo il progetto può essere strumento per costruire un futuro più sostenibile?
Negli anni 80 la convinzione che si potesse cambiare il mondo attraverso il disegno era forte e condivisa; una sensazione esaltante. Credo ancora che il design possieda questa capacità, ma oggi l’obiettivo è pensare alla produzione in modo diverso. Se vogliamo continuare a abitare questo pianeta è necessario mutare le regole del gioco e per farlo ognuno deve dare il suo contributo. Solo così è possibile smuovere le coscienze e rivoluzionare lo status quo.

I vostri prodotti sono realizzati interamente a mano, dalla prototipazione alla consegna. Quali sono le sfide che questo approccio slow e sostenibile comporta?
La prima è essere consapevoli, così da poter guardare le cose diversamente. Cominciare a selezionare i materiali impiegati prestando più attenzione all’origine, a chi li lavora e in quali modalità, preferire quelli più naturali o, ancor meglio, quelli di recupero. Sono aspetti della produzione che Moroso ha sempre tenuto in considerazione verificando tutta la filiera della materia prima: ne è un esempio il tavolo Il Naturale, disegnato da Heinz Glatzl e Joachim Mayr nel 2018. Da quest’anno abbiamo iniziato a lavorare in sinergia con aziende che condividono con noi questi valori, con le quali racconteremo le possibilità offerte dai materiali alternativi a quelli della mass production in occasione del Salone del Mobile 2020, in uno stand interamente realizzato con un materiale di riciclo, ma nobile. E mi piacerebbe anche lavorare con i prodotti di un tempo, magari ricominciando a confezionare cuscini imbottiti di lana o di altre fibre naturali usando tecniche sofisticate per renderli soffici e leggeri.

Moroso immagina spazi domestici accoglienti e organici, che dialogano con la natura mantenendo alta l’attenzione a dettagli e materiali. Qual è la sua visione sull’abitare contemporaneo?
L’abitare è legato alla cultura del progetto, alla qualità portata dal suo dialogo con il mondo dell’architettura, dell’arte e con la storia stessa del design. Sono convinta che ogni designer infonda uno spirito in ciò che crea; di conseguenza ogni oggetto, collocato in uno spazio, ha la capacità di cambiarne – in meglio – le coordinate. Un prodotto con un’anima ha un’intrinseca bellezza, che contribuisce a arricchire chi lo possiede. I nostri arredi sono realizzati appositamente per chi li sceglie; così, come in una sartoria, diventano più personali e acquistano grande valore. Senza contare che in questo modo non sprechiamo materiale.

Come nascono e si sviluppano le relazioni professionali con i designer? E quali difficoltà oggi deve affrontare un progettista?
La cosa più importante è essere continuamente in cerca del nuovo attraverso i giovani e le influenze di altre culture, con occhio attento. Gli incontri quasi voluti dal destino con Patricia Urquiola, Martino Gamper o un giovanissimo Ron Arad, sono stati per la mia carriera l’equivalente dei primi punti per le catenelle di un maglione: dapprima è stato uno slancio inconsapevole e istintivo, poi un comportamento sempre più coerente, finché non è diventato un metodo. Quali sono invece oggi le sfide per un progettista? Per i designer la professione è più dura rispetto al passato, perché un tempo le novità erano quasi sempre accettate e cercate, mentre ora vedo nella società un atteggiamento di chiusura verso il futuro, lo sconosciuto e nei confronti di tutte le possibilità che il mondo, invece, potrebbe offrire in termini di bellezza, di scoperta, di miglioramento.

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Articolo pubblicato sul numero di marzo di ICON DESIGN