Paula Cademartori, in soggiorno. Lampada Arco di Pier Giacomo e Achille Castiglioni per Flos. - Credits: Foto: Federico Ciamei
Paula Cademartori in salotto. il tavolo inglese in legno è stato acquistato da Rossana Orlandi. - Credits: Foto: Federico Ciamei
Porta candele vintage, in cristallo, di Seletti, tavolino Funky Table, ceramica vintage comprata a Los Angeles. - Credits: Foto: Federico Ciamei
Apollo e la padrona di casa sul divano di Cassina rivestito in velluto blu da Paula; plaid Hermès. lei indossa le slipper Flower. - Credits: Foto: Federico Ciamei
Sulla console in camera da letto, l’artwork Mickey Mouse, serigrafia di Paolo Proserpio. - Credits: Foto: Federico Ciamei
Al muro serigrafie di Mario Radice. sul tavolino anni 50, vaso Tigris di Ettore Sottsass per Memphis, lampada Mrnd Anna di Seletti. - Credits: Foto: Federico Ciamei
Tavolo Dimorestudio, collezione progetto non finito. sopra, cimeli vintage, scultura Princess di Matteo Cibic, il vaso prospectica di Gio Ponti e le uova sono di Richard Ginori. - Credits: Foto: Federico Ciamei
In corridoio, la serie autoritratti di Giulia Biasini da Casa Canvas e un dipinto a righe rosa di Alberto Biagetti. - Credits: Foto: Federico Ciamei
Collezione di piatti Fornasetti serie Tema e Variazioni. - Credits: Foto: Federico Ciamei
Storytelling

Paula Cademartori: la mia casa senza pareti bianche

Paula Cademartori è una donna “tropicale”. Di questo aggettivo si serve per indicare tutto ciò che proviene dal suo paese, sintesi di origini brasiliane e indole solare. «Ballo ovunque», dice. Ha lanciato il marchio di accessori moda che porta il suo nome nel 2011, disegnando borse e scarpe piene di brio.

La sua casa a Milano – in un palazzo d’inizio 900 con due barocche scalinate gemelle che conducono al portone – è uno scrigno di colori, superfici specchianti, eclettiche ceramiche. E, a ricevere i visitatori sull’uscio, c’è Apollo, il setter dal manto fulvo. Quando Cademartori s’insediò qui, quattro anni fa, la prima cosa che fece fu tinteggiare i muri, scegliendo una tonalità di rosa polveroso e un verde piuttosto caraibico. «Oh, non potrei vivere in un appartamento con le pareti bianche» riflette. I pochi angoli lasciati intonsi sono stati tappezzati di quadri e ninnoli. «Invece queste nuance, che per me sono dei neutri, accolgono perfettamente il mio festival di cose».

Alle mura del vestibolo sono sistemati innumerevoli piatti di Fornasetti. Sopra a un mobiletto in vetro e legno sta una coppia di animali fantastici di Matteo Cibic – con dedica – del quale ha collezionato anche una banda di Vaso Naso, raggruppati nel salotto, dove alloggiano altri impasti fragili: uova Richard Ginori, portacandele ancora una volta Fornasetti, terraglie Seletti e iconici pezzi Memphis di Ettore Sottsass. E poi, piattini vintage a motivi vegetali, un posacenere di Kaws e un grande fenicottero rosa. «La ceramica», commenta, «è il più decorativo dei materiali, il vero accessorio di una casa».

Solo di recente si è cimentata nella creazione di oggetti in ceramica, realizzando, assieme a Bitossi Home, gli esuberanti vasi presentati con Funky Table durante l’ultimo Salone del Mobile. «In questo caso ho disegnato forme botaniche che non esistono, ispirandomi alla natura dell’America latina». Nella città dove è cresciuta, Porto Alegre, la vegetazione è lussureggiante. Forse sono scampoli di quel mondo anche le kentie, dracene e ficus elastica che abitano il suo appartamento. «Ogni volta che disegno penso alla funzione dell’oggetto», prosegue. «Le borse, per esempio, devono contenere il necessaire di una signora senza diventare pesanti, ma rimangono soprattutto uno status symbol: significa che sono correlate a un senso di sicurezza».

Paula Cademartori, per frequentare la scuola di moda, è arrivata in Italia ventenne, nel 2005, dopo gli studi in disegno industriale. Nel 2009 lavorava da Versace, quando decise di licenziarsi per partecipare a Vogue Talents e trasferirsi in una stamberga d’albergo vicino alla fabbrica in Veneto a preparare la collezione. Non ebbe mai tentennamenti sulla volontà di affermarsi, neanche quando nei primi tempi dell’attività lavorava da sola, e puntava la sveglia prima dell’alba per chiamare i clienti in Asia, o si fingeva “le sue due assistenti”.

Ancora adesso, parla di sé in terza persona. «Fioccavano i no, i telefoni chiusi in faccia, e Roberta (l’assistente immaginaria, ndr) si chiudeva in bagno a piangere». Da piccola aveva passato molto tempo dalla nonna Clara, una signora elegante rimasta vedova in giovane età, con tre figli, che si rimboccò le maniche e cominciò a lavorare, nonostante il parere contrario della famiglia. «Mi ha molto influenzata» racconta e, indicando un piatto raffigurante il volto di Lina Cavalieri che beve da una tazza bianca, aggiunge: «Questo me lo ha regalato lei». Gironzolando per casa, si sofferma sulla candela da sette giorni tra le suppellettili accanto al divano – «La si accende dicendo una preghiera» –, sui ceri profumati e gli
incensi disseminati qua e là, quindi sulla squadra di pietre in camera da letto – quarzo rosa, citrino, selenite, cristallo di rocca –, oggetti
a loro modo talismanici.

A un certo punto, mentre sorseggia il caffè da una tazzina a righe, cita un proverbio basiliano: «A dor ensina a gritar». Il significato, spiega, è che se c’è l’impellenza il resto viene da sé. Sta pensando alla sua spiccata attitudine per il fai-da-te: «Sono sempre pronta a impugnare trapano, chiodi e martello» dichiara. «Il motivo è che sono impulsiva, non so aspettare!». Così è accaduto che abbia montato la cucina, o appeso un quadro di oltre due metri di base senza l’aiuto di nessuno.

Punta al dipinto, anch’esso a righe: «Perfettamente diritto». Diversi elementi qui sembrano avere una ragione che diremmo affettiva. Come gli
arredi firmati Dimorestudio, famoso duo di interior decorator, per lei innanzitutto amici: «Abbiamo una forte affinità elettiva». Ha presto trovato la sua comunità in Italia e non tornerebbe indietro, anche se ci assicura di aver portato un po’ di Brasile con sé. «A Capodanno abbiamo stipato i mobili in corridoio e ci siamo messi a ballare in venti nel salotto». No, non si è mai annoiata, dice. «La vita è troppo corta per annoiarsi».