Credits: Ph. Manuel Bougot
Storytelling

Studio Visit: Pauline Deltour

A 33 anni la product designer Pauline Deltour vanta un curriculum vario e degno di attenzione.

Ha già collaborato con celebri designer e grandi aziende e in occasione dello scorso Salone del Mobile di Milano è stata una dei 16 progettisti internazionali che hanno partecipato all’installazione celebrativa per i 400 anni delle porcellane di Arita.

Un motivo in più per conoscerla meglio, parlare della sua formazione e scoprire in anteprima i suoi progetti futuri.

Qual è stato il suo percorso formativo?

Ho iniziato gli studi all’École Nationale Supérieure des Arts Appliqués et des Métiers d’Art, a Parigi, da cui sono uscita con un bagaglio di conoscenze tecniche davvero ampio. Quindi ho frequentato l’École Nationale Supérieure des Arts Décoratifs, sempre a Parigi, dove mi sono laureata nel 2007. Qui, al quarto anno di corso, ho avuto l’opportunità di fare uno stage nello studio di Konstantin Grcic. All’inizio dovevo restare sei mesi, ma poi Konstantin mi chiese di prolungare la permanenza: una proposta che non potevo certo rifiutare. Far pratica in uno studio del genere è sicuramente la migliore scuola. Durante lo stage mi era stato assegnato di lavorare al disegno di alcune posate da insalata in lo metallico. Quel materiale, molto industriale e poco utilizzato in ambito domestico, è stato una scoperta per me ed è diventato il punto di partenza per il mio progetto di tesi, che ho intitolato appunto Addomesticare il filo metallico, e di cui ho realizzato i primissimi prototipi grazie a una manifattura originaria dei dintorni di Digione. Per il periodo successivo alla laurea, Konstantin mi offrì un posto da assistente, che ho occupato per circa due anni e mezzo.

Che ricordo ha del periodo trascorso nello studio di Grcic?

Ho imparato moltissimo. Ho mantenuto anche in seguito il suo rigore nel lavoro e lo stesso modo di gestire le commesse, che permette di operare con grande efficienza. La libertà di cui si può disporre nell’ambito progettuale è sorretta, all’interno dello studio, da una solida base organizzativa che aiuta a orientarsi nello sviluppo dei lavori: una bella combinazione di rigore e di possibilità creative. Inoltre, Konstantin è una persona di una generosità incredibile; aveva molto apprezzato il lavoro fatto per la mia laurea. Così quando ero alla ricerca di un editore, gliene ho parlato. È stato lui a presentarmi ad Alessi. Ha scritto una email all’azienda e poi mi ha passato il contatto. Spedii tre prototipi, ma nei sei mesi successivi nessuna notizia. Poi un bel giorno ricevetti una telefonata da Alessi, dove mi dicevano che, dopo aver condotto un sondaggio sulla clientela, avrebbero messo in produzione il mio progetto di laurea. E, sempre grazie a Konstantin, ho lavorato anche per Muji, per il quale ho disegnato una collezione di accessori da scrivania in legno.

I progetti 2015 e 2016 della collezione Fine di Lexon (da sinistra, radio, speaker bluetooth, torcia portatile, power bank e porta biglietti da visita); a destra, il diffusore di essenze profumate La Promeneuse, disegnato per la maison Cire Trudon - Credits: Ph. Manuel Bougot
Il servizio Bonhomi di Arita - Credits: Ph. Manuel Bougot
Il servizio Bonhomi di Arita - Credits: Ph. Manuel Bougot
A sinistra, il set da scrivania Process in alluminio anodizzato estruso, progettato per Designer Box (2014); a destra, nel workshop/ laboratorio dei modelli, scampoli di tessuti Kvadrat sono appesi alla parete - Credits: Ph. Manuel Bougot
Credits: Ph. Manuel Bougot

Com’è avvenuto l’incontro con gli artigiani giapponesi di Arita in vista dell’installazione presentata lo scorso aprile alla Design Week?

L’incontro è avvenuto grazie a Teruhiro Yanagihara – direttore creativo del progetto 2016/ di Arita insieme al duo di designer olandesi Scholten & Baijings – che ha deciso di mettersi in contatto con me. Conosceva le mie opere perché avevo lavorato in Giappone, per Muji, appunto, e per il marchio di abbigliamento Sogo & Seibu, per cui, al momento, sto preparando la mia terza capsule collection. Per me è stata la prima esperienza di lavoro con la porcellana: Arita ha messo al lavoro sedici designer, ognuno con un artigiano diverso e quindi con una tecnica differente. Mi ha molto colpito il fatto che abbiano scelto me. Sono partita per il Giappone e ho trascorso cinque giorni nella città di Arita per studiare i pro- cedimenti produttivi; è stato fantastico. Per questo progetto ho disegnato un servizio da tè composto da una decina di pezzi, lavorando sulla variazione dello spessore della porcellana bianca decorata con dettagli nei colori tradizionali del blu scuro, rosso mattone e verde celadon. Lo scopo era realizzare un set che potesse piacere sia ai giapponesi sia agli europei.

Qual è il suo metodo di lavoro?

Prima di tutto ho bisogno di tempo per immergermi in un universo e in una tipologia di prodotto. Mi capita raramente di prendere un foglio di carta e avere subito l’idea giusta. Credo ci voglia preparazione ed esperienza per poter far valere il proprio punto di vista. Perciò io e i miei collaboratori facciamo sempre, di continuo, tantissime ricerche. Abbiamo bisogno di trovare molte immagini come punto di riferimento e fonte d’ispirazione. Consultiamo libri di storia dell’arte, architettura, arte contemporanea, cataloghi di mostre... Nel nostro nuovo studio abbiamo una grande biblioteca, e i volumi sono per la maggior parte miei. Ci sono particolarmente affezionata. Compro tantissimi libri per le loro illustrazioni. Le passiamo allo scanner, le assembliamo, cerchiamo di ricreare delle atmosfere. Per ogni progetto compiliamo dei quaderni di trenta o quaranta pagine che raccolgono tutte le nostre suggestioni. È fondamentale accompagnare il cliente verso la nostra idea finale attraverso un fil rouge. Troviamo immagini che ci ispirano e una pagina dopo l’altra illustriamo il lavoro: spesso tutto accade in modo immediato, senza bisogno di tante spiegazioni. Si segue una certa logica, cosa che per me è rassicurante. Questa logica tiene sempre conto dei valori tipici del marchio, ma aggiunge di volta in volta qualcosa di completamente nuovo.

A che cosa sta lavorando lo studio in questo momento?

Stiamo collaborando con Jem, un’azienda che produce gioielli. Un marchio nuovo, molto giovane, che presta molta attenzione alla provenienza dell’oro e delle materie prime e che produce in Francia: i laboratori hanno sede nel diparti- mento del Giura. Per loro abbiamo preparato un libro che raccoglie le nostre ispirazioni tratte dall’architettura ma anche dai materiali, dal procedimento della fusione, dagli oggetti e dalle tecniche industriali, per introdurre un nuovo linguaggio nella produzione di preziosi. Stiamo lavorando anche per Pequignet, un’azienda – anch’essa con sede nel Giura – specializzata in orologi da uomo, che ci ha chiesto di disegnare dei modelli da donna. Il nostro studio viene scelto, in genere, per il design essenziale, funzionale ed elegante e per la ricerca sui materiali. Per Hem, per i quali abbiamo già firmato la linea Roulé di vassoi, ciotole e sottobicchieri in ottone e rame, il vuotatasche Silenzio e le borse unisex Super Bag, stiamo creando dei tappeti. Poi certamente continua la liaison con Lexon. Abbiamo realizzato il seguito della collezione Fine, lanciata nel gennaio 2015, aggiungendo una radio, una sveglia e una piccola torcia elettrica da borsetta: per disegnarli ci siamo ispirati ai cosmetici, in particolare, al funzionamento dei rossetti. E per la prima volta mi sto occupando anche della progettazione di mobili. Sono contentissima. Mi ero un po’ stancata di sentir ripetere: “Pauline, la designer dei piccoli oggetti”. Si tratta di una collaborazione con il brand tedesco Cor... ma siamo ancora alle fasi iniziali.

Si è appena trasferita in uno studio tutto nuovo e in condivisione. Qual è la ragione di questa scelta?

Detesto lavorare a casa. Non fa per me. A me piace la frenesia, lo scambio. Adoro ricevere e offrire ispirazione, passare il tempo con i miei collaboratori, condividere. Si torna di continuo sui mood board che facciamo per ogni progetto, per es- sere certi di essere sulla strada giusta. Realizziamo tantissimi bozzetti. Quando ho cominciato a lavorare in questo campo, ho fatto domanda agli Ateliers de Paris per un ufficio da dividere con Anne-Laure Gautier, mia compagna di studi alla Scuola d’Arti Decorative. Ci siamo rimaste un anno. Dopo di che siamo state per tre anni in uno studio in rue du Faubourg Saint-Martin. Eravamo in quattro, più uno stagista, in 45 metri quadrati. Siamo un gruppo di amici cui piace lavorare insieme. A un certo punto eravamo tutti in cerca di uno spazio e alla ne abbiamo deciso di cercarne uno per tutti. Ed ecco- ci qui, in questo appartamento che abbiamo completamente “riadattato”! Rappresenta nella vita di ciascuno di noi l’inizio di una nuova fase. — Traduzione di Gianni Pannofino

News
L’arte grafica secondo Massimo Dolcini
News
70 anni di Vespa in 70 modelli
You may also like
Think Next: la creatività che innova il futuro

Think Next: la creatività che innova il futuro

Un incontro sui trend del cooking nella Svizzera di Franke: ospiti di fama internazionale, idee e creatività per inventare il mondo del food di domani
Ristoro con vista: gli approdi scenici in giro per l

Ristoro con vista: gli approdi scenici in giro per l'Italia

I ristoranti in cui unire cibo e convivialità guardando panorami spettacolari. Eccone cinque tutti da scoprire
Invertire la rotta: 5 hotel nei borghi e nell

Invertire la rotta: 5 hotel nei borghi e nell'entroterra

Prendendo spunto dal progetto Arcipelago Italia alla Biennale Architettura di Venezia, abbiamo creato un percorso attraverso paesi, campagne e piccole città dalla bellezza unica
Arte in vacanza: le mostre da vedere in viaggio

Arte in vacanza: le mostre da vedere in viaggio

Lontano dalle grandi città, ecco gli appuntamenti con l'arte contemporanea da non perdere
Compagni di viaggio: 7 libri da portare in vacanza

Compagni di viaggio: 7 libri da portare in vacanza

In spiaggia, in montagna o tra un'avventura e l'altra, abbiamo selezionato qualche novità da gustarsi durante le ferie estive
Le piscine abbandonate del Regno Unito

Le piscine abbandonate del Regno Unito

Il fotografo Gigi Cifali ne ha ritratte decine: il risultato è un progetto fotografico che racconta le trasformazioni sociali dell'ultimo secolo