Peter Benson miller nel 2013 è stato nominato direttore artistico dell’American Academy a Roma. - Credits: Foto: Sara Magni
Accanto al camino, due chauffeuse Napoleone III e un divano stile chippendale. - Credits: Foto: Sara Magni
In una camera degli ospiti, lo stencil a festone è di Colantonio - Credits: Foto: Sara Magni
In un’altra stanza, letto francese del XIX secolo. gli affreschi e la tonalità delle pareti sono originali. - Credits: Foto: Sara Magni
Sotto le volte a stella, tavolo pantheon di Mario Bellini per Cassina, sedie basket di Gian Franco Legler e vaso verde di Tristano di Robilant. - Credits: Foto: Sara Magni
Credits: Foto: Sara Magni
L’antico arco incornicia la cucina a vista. lampada produzione privata di Michele de Lucchi. - Credits: Foto: Sara Magni
Mattonelle Delft - Credits: Foto: Sara Magni
Peter Benson Miller sotto al pergolato di glicine. - Credits: Foto: Sara Magni
La piscina rialzata ricorda quelle che si trovano nei giardini mediorientali. - Credits: Foto: Sara Magni
Objets trouvés adornano il petit salon dove Miller ama leggere. - Credits: Foto: Sara Magni
In biblioteca, il pavimento di fattura italiana viene dal libano; lampadario stile sputnik. - Credits: Foto: Sara Magni
A forma di vaso, una scultura in tessuto del designer americano F. Taylor Colantonio. - Credits: Foto: Sara Magni
Il tavolo outdoor è realizzato con antiche piastrelle siciliane e napoletane collezionate da Miller. - Credits: Foto: Sara Magni
Storytelling

A casa di Peter Benson Miller

Lo storico dell’arte e curatore americano Peter Benson Miller è un esteta di vecchio stampo, che conduce le sue esplorazioni per negozi di antiquariato e mercatini con il solo scopo di costruire attorno a sé un mondo ideale. «Fin da bambino, seguivo mia madre e mio padre alle aste: il loro modo di collezionare era diverso da quello aggressivo e ambizioso che oggi va per la maggiore, prevaleva il desiderio di circondarsi di cose belle». Fece il suo primo acquisto a 13 anni, e la scatola da tabacco tonda è ancora con lui.

Il serraglio di oggetti affollava l’appartamento romano di Miller – che ha terminato il suo mandato di direttore artistico all’American Academy di Roma dove rimane come curatore – quando, nel 2007, lui e il compagno decisero di trovare uno spazio più grande, un buen retiro. Rivolsero allora lo sguardo verso il Salento, finis terrae stretta tra due mari che reca traccia dell’espansione turca. Le ricerche si fermarono nel più piccolo paesino di “Terra d’Otranto”.

Nulla della facciata minuta lascia indovinare la sequenza di stanze incoronate da volte, che all’interno si snoda attorno al patio e si affaccia sul giardino di agrumi, rose, piante rustiche. A farli innamorare della casa furono alcuni pavimenti sopravvissuti intatti.

Ma quando cominciarono le ristrutturazioni, trovare qualcosa di simile non si rivelò un’impresa facile. Senonché, durante una cena a Torino, Miller si mise a descrivere all’architetto che gli stava seduto accanto un certo interno libanese prediletto – all’epoca aveva l’abitudine di strappare le pagine dalle riviste d’arredamento – ma costui lo fermò subito. «Quella casa è mia», disse. «Perché non venite a farmi visita?».

Nel viaggio in Libano scovarono un rivenditore di vecchie piastrelle importate dall’Italia negli anni 20, che facevano al caso loro. Di ritorno in Puglia, Miller stabilì di aprire gli ambienti. Abbattendo un muro, affiorò una coppia di archi gotici in pietra leccese non più recenti del 700, indizio di traffici tra Venezia e Medio Oriente. Così, incoraggiato da quel retaggio, disseminò tocchi levantini come la fontana “marocchina” o la piscina rialzata, del genere che si vede ad Alhambra.

E non senza ironia, battezzò l’abitazione Beylik, che in turco antico è il territorio sotto la giurisdizione del Bey. «È il luogo più d’Oriente che potessi trovare nella penisola», riflette sotto al glicine. «Un misto d’architettura bizantina, rito latino, neo-moresco ottocentesco». Il suo senso per l’esotico risale agli studi di specializzazione sulla pittura francese del XIX secolo e l’Orientalismo, e a un primo viaggio in Turchia con i genitori negli anni 80. Proviene da una di quelle famiglie della cosiddetta “aristocrazia intellettuale”, famiglie con il gusto per le case e per l’arte.

Tra i suoi avi, una pittrice di stanza a Firenze è la ragione per cui volle, 30 anni fa, venire in Italia. «Mi piace vivere in un posto dove non dò nulla per scontato e l’Italia è ancora questo per me». In piedi sul limitare del salotto, a metà strada tra due vasi in tessuto intrecciato alti quanto lui – opera del designer F. Taylor Colantonio – Miller dice: «Mi piace sostenere il lavoro di giovani artisti». Dopo l’arte contemporanea, decidiamo di passare in rassegna la sua “caccia al tesoro”: ceramiche di Constance Spry («la Martha Stewart d’Inghilterra»), maioliche italiane, vetri siriani, trouvaille Qajar, tavolozze di anonimi pittori, ex voto, glacette a forma d’ananas – segno della caparbia volontà di non prendersi troppo sul serio. «Non avrebbe avuto senso costruire un monastero lontano dalla mia base, questo posto è fatto per accogliere gli amici».

Fuori, alcuni parterre cercano di contenere la seducente sregolatezza di aiuole “all’inglese”, dove Miller gioca ad accostare fioriture gialle e viola secondo la lezione di Russell Page. Ci passa molto tempo, rivangando i ricordi di giardini nei quali ha vissuto. Quand’era ragazzo, sua madre traslocò nel Connecticut, in una tipica costruzione in legno prospicente un giardino quasi zen, con grandi sassi. Si scoprì in seguito che era stato progettato seguendo alcune indicazioni di Isamu Noguchi. «Mentre l’aiutavo a tagliare l’erba le facevo domande; ma lei era troppo concentrata per rispondermi», racconta. «Oggi capisco che le somiglio».

L’emerocallide che sta per schiudersi viene dal giardino materno. E potrebbe anche costituire, all’occorrenza, la sua madeleine.