A sinistra, un ritratto di Pierre Charpin. A destra, un angolo del suo studio con alcuni suoi disegni appesi e la scala che porta al soppalco con la libreria e a un angolo relax. - Credits: Ph. Delfino Sisto Legnani
A sinistra, l’ingresso dello studio con il portone e le finestre industriali. Fuori si intravedono i volumi in cemento colorato della piazza pedonale. A destra, dettaglio di un tavolo da lavoro con la lampada a morsetto PC, che ha disegnato per Hay, orientabile e munita di dimmer. - Credits: Ph. Delfino Sisto Legnani
A sinistra e a destra, due scorci dello studio di Pierre Charpin, un tempo era l’atelier del padre artista che poi si trasferì nel sud della Francia. - Credits: Ph. Delfino Sisto Legnani
Pierre Charpin nello studio privato; usa il computer solo per scrivere, progetta sempre disegnando. A parete molti suoi schizzi, materiali di studio, campioni e foto. - Credits: Ph. Delfino Sisto Legnani
Al piano terra l’esterno dello studio tinteggiato di blu. La piazza con i volumi in cemento colorato è stata progettata dal padre negli anni 70. - Credits: Ph. Delfino Sisto Legnani
Una veduta dello studio con i tavoli su cavalletti e le lampade a morsetto PC che ha disegnato per Hay. - Credits: Ph. Delfino Sisto Legnani
Storytelling

Pierre Charpin: “Il mio modo di lavorare parte dall’intuizione”

L’appuntamento è di mattina, nel suo studio in un quartiere della periferia Sud di Parigi. Il cielo è grigio come l’architettura anni 70 di questa zona: un posto interessante con un grosso intervento di edilizia popolare, evoluta, di Jean Renaudì, progettista che in quegli anni ha ridisegnato l’area con edifici dove ogni appartamento ha un terrazzo e gli angoli delle stanze non sono mai ortogonali. Le vetrate dello studio di Pierre Charpin, designer, artista e scenografo, danno su una piazza pedonale dove svettano volumi scultorei in cemento, di varie forme. Riconosco la forza delle sue geometrie e dei colori vivi e pieni che lo rappresentano in tutte le sue creazioni.

Questo intervento è opera tua?

No, l’ha fatto mio padre Marc. Nel 1972 era un’area per i bambini e queste erano sculture per giocare. Con il tempo si sono deteriorate e quando la città ha deciso di riqualificare la piazza, hanno chiesto di nuovo a mio padre se voleva occuparsene; lui era stanco e ha rifiutato così ha coinvolto mio fratello che è architetto; questo è il risultato del suo intervento.

Lo studio fa parte di questa storia?

Sì, perché questo era lo spazio che usavano gli operai per i materiali durante il cantiere della piazza. Finiti i lavori l’ha preso mio padre per stabilirci il suo atelier. Era un artista e vivevamo qui vicino; poi si è trasferito nel sud della Francia e questo è diventato il mio studio.

Tu fai pendolarismo al contrario.

Sì, abito in centro, ma preferisco venire qui a lavorare, è più tranquillo, c’è più calma, ho bisogno di concentrarmi e di prendere i miei tempi. Ti spiego l’organizzazione dello studio, così capisci meglio la mia filosofia. Io lavoro con due assistenti che vengono il pomeriggio, perché la mattina devo stare da solo. Prendo solo giovani designer che vogliono lavorare per se stessi, così hanno tempo la mattina per sviluppare i propri progetti e al pomeriggio vengono qui. C’è un rapporto molto aperto, se hanno una consegna di un progetto personale, me lo dicono e io faccio a meno di loro per qualche giorno. Sono fortunato perché ho sempre avuto assistenti di un’altissima qualità umana e professionale. Non voglio avere uno studio con una struttura formale, ho veramente bisogno di tempo per me. Io sono all’origine di tutti i progetti: faccio le prime ricerche, i primi schizzi, poi loro entrano nel progetto quando io sono a uno stato di sviluppo piuttosto avanzato.

Quanti progetti riesci a seguire contemporaneamente?

Con questa gestione che ho dello studio non posso prendere tanti lavori, ma è una scelta. Forse perché ho due mani, il mio cervello si può solo dividere in due; è un approccio molto artigianale. Non ho fatto scuole di design o di architettura, ho avuto una formazione artistica quindi non ho un background che mi ha strutturato per saper gestire un ufficio numeroso.

Hai iniziato studiando belle arti, come sei approdato al design?

Non ho pianificato nulla; ho pensato: “Entro in uno spazio aperto dove ognuno può fare le proprie esperienze”. Era proprio così, in accademia c’era qualche corso ben definito e tanto tempo per lavorare liberamente. Poi ho iniziato a realizzare degli oggetti che non erano ancora oggetti di design, ma non erano nemmeno sculture, avevano un uso e questa idea mi coinvolgeva molto. Sono uscito dalla scuola con una tensione emotiva verso la costruzione di forme che avessero una funzione e un legame con la vita quotidiana. Magari ho seguito questo percorso perché volevo distaccarmi dal lavoro di mio padre, non l’ho mai pensato in maniera razionale, ma probabilmente cercavo anche la mia identità.

Poi hai incontrato il design italiano degli anni 80 e sei rimasto a Milano per qualche anno.

Sì, era molto potente. È stato un incontro che ha completamente cambiato la mia visione perché là ho visto un’apertura, che stavo cercando per continuare a lavorare sulla forma. In quel periodo Milano era il centro di gravità del design europeo, c’erano ancora i grandi maestri in vita e tutti i produttori erano italiani. Era logico andare lì, soprattutto per me che ero quasi un autodidatta, e così presi contatto con Ettore Sottsass, Nathalie Du Pasquier, Giorge Sowden con il quale ho lavorato per qualche anno. Allo stesso tempo c’era una dimensione provinciale molto forte, c’erano pochissimi designer stranieri, Philippe Starck spingeva molto per entrare nel mercato.

Hai nominato Philippe Starck, grande comunicatore, un approccio diverso dal tuo...

Già, purtroppo sono un po’ timido, un po’ naïf, faccio un grande sforzo a parlare in pubblico. Ho sempre pensato che l’oggetto, se è ben disegnato e ben pensato, non ha bisogno di comunicazione, ma non è assolutamente vero. Ci sono così tanti prodotti che arrivano sul mercato che se non racconti una storia, se non riesci a staccarli dalla massa, e questo si fa con la comunicazione, passano inosservati, alla fine l’ho capito. Fortunatamente collaboro con aziende che hanno un’immagine e una comunicazione fortissima come Hay, Alessi, 2016/Arita... sono loro che gestiscono questa parte, quindi non mi preoccupo. Però mi piace scrivere testi su quello che ho fatto, in questo modo riesco ad analizzare il mio processo creativo e a capirlo, anche se a posteriori.

Progetti d’istinto?

Sempre. Il mio modo di lavorare parte proprio dall’intuizione, tramite il disegno manuale trasformo questa intuizione in intenzione. Il disegno è il mio modo di pensare, la mano è legata al mio pensiero. La maggior parte delle volte parto da un briefing e arrivo a un prodotto differente da quello che mi hanno richiesto, ma i clienti sono contenti. Adesso sto lavorando a una nuova poltrona per Ligne Roset, sono partito da un pezzo di Albini, ma sono già arrivato a un risultato completamente diverso e chissà dove finirò.

Hai appena disegnato un carré per Hermès, com’è andata?

All’inizio non è stato semplice perché non sono abituato a disegnare in un formato quadrato, normalmente i fogli sono rettangolari e il mio cervello di conseguenza ha sempre un orientamento, una base e un’altezza. Il foulard non ha un verso, ma alla fine sono riuscito a darglielo, con un cavallo che sbuca dalle mie forme, è un disegno astratto, ma puoi leggerlo come uno spazio. Quello che mi ha veramente colpito è la qualità del colore sulla seta, quindi ho pensato di fare qualcosa nel quale il colore fosse al centro del progetto.

Ti piace di più fare oggetti, arte o allestimenti?

Quello che m’interessa è non fare sempre la stessa cosa. Sicuramente mi esprimo disegnando e la mia dimensione ideale è quando mi dedico a quelli che chiamo “disegni di disegno”, dove lo scopo del disegno è il disegno stesso. Mi sento a mio agio anche perché è un momento in cui sono da solo in una dimensione quasi meditativa e non ho bisogno di competenze esterne.

Un buon designer che caratteristiche deve avere?

Avere fiducia nelle proprie intuizioni ed essere umile.