Quinta da Côrte - Credits: © Jean-François Jaussaud / LUXPRODUCTIONS
Pierre Yovanovitch: Interior Architecture
Chateau de Fabrègues, Provence, Provence - Credits: © Jérome Galland
Chelsea, London - Credits: © Jean-François Jaussaud /LUXPRODUCTIONS
Central Park West, New York - Credits: © Stephen Kent Johnson
Chateau de Fabrègues, Provence, Provence - Credits: © Jérome Galland
Introduction in pictures - Credits: © Jean-François Jaussaud/ LUXPRODUCTIONS
Storytelling

L’architettura d’interni di Pierre Yovanovitch

Pierre Yovanovitch è un architetto francese i cui interni rarefatti e chic hanno conquistato il beau monde. Avendo aperto il proprio atelier a Parigi nel 2001, a cui ha fatto seguito quest’anno un pied-à-terre per ricevere i clienti a New York, sono passati quasi vent’anni dall’inizio della sua carriera, a cui si è dedicato in seconda battuta, dopo alcuni anni nel mondo della moda. Oggi una monografia edita da Rizzoli New York - Pierre Yovanovitch: Interior Architecture - fa il punto sul suo lavoro. Nell’elegante volume è la voce narrante dello stesso architetto a farci da guida attraverso le case immaginate da New York alle Alpi Svizzere e da Londra a Tel Aviv, passando per il Portogallo e Bruxelles.

La grazia con cui incorpora arte contemporanea e design del XX secolo in un blend unico con l’architettura e la maestria con cui rinnova ambienti storici riadattandoli a uno stile di vita contemporaneo hanno fatto di lui uno degli architetti più richiesti della sua generazione. Esemplare del suo modo di procedere è il castello a Fabrègues, a Sud della Francia, che Yovanovitch ha voluto come suo buen retiro - «la cosa più pazza che abbia mai fatto», ammette - imbarcandosi in un monumentale lavoro di restauro.

La proprietà è accerchiata da un giardino progettato da Louis Benech che si armonizza con il paesaggio provenzale circostante. Mentre la cappella del castello è affrescata dalla pittrice Claire Tabouret, la quale, nell’introduzione al libro scrive a proposito degli ambienti concepiti da Yovanovitch: «Sembra siano stati creati per portare pace e calma, ma hanno allo stesso tempo quella allucinatoria follia delle architetture dipinte da Giorgio de Chirico». Passato, presente e futuro in questi spazi convivono e congiurano insieme per un effetto “senza tempo”.

Quali sono le due cose a cui non rinuncerebbe mai quando progetta un ambiente?

Mobili vintage e arte contemporanea, li amo da sempre ed è stato inevitabile incorporarli nella mia pratica di architetto.

Ricorre il rosa nei suoi interni, cos’è per lei?

Il rosa non è un colore serio. Per questo amo usarlo seriamente. È adorabile, ma allo stesso tempo aggiunge una certa distanza critica. Come se il design non si stesse prendendo davvero sul serio. 

I suoi interni tengono sempre conto dell’arte, e questo l’ha resa l’opzione migliore per ogni collezionista in cerca di un architetto. 

 Sono io stesso un collezionista d’arte contemporanea, e in quanto tale non posso concepire un progetto senza considerare l’arte. Tra i miei clienti ci sono alcuni collezionisti molto esperti, e spesso sono loro a chiedermi sin dal primo incontro di incorporare gli oggetti che hanno comprato. In altri casi - e devo dire sempre più di frequente - lavoro di concerto con il cliente, l’artista e il gallerista per creare lavori in situ che si sviluppano in contemporanea al progetto d’architettura. Per esempio, ho lavorato con Daniel Buren e Tadashi Kawamata per una dimora nel cuore di Parigi. Il dialogo con questi artisti è molto intenso e permette di operare in un contesto che presenta al contempo dei vincoli e massima libertà d’espressione. Mi piace l’idea che l’interior sappia svilupparsi in relazione a uno o più opere.

Dove sono le sue radici? 

Sono cresciuto a Nizza, perciò amo il Mediterraneo, il cielo, la luce, quel tipo di atmosfera e di persone. Amo l’architettura della Riviera. Vivere a Sud della Francia, significa essere attorniato da un paesaggio dove i grandi architetti del passato hanno lasciato il segno e certamente questo ha informato il mio occhio. La mia natura curiosa credo abbia fatto il resto… Pur non essendo cresciuto in una famiglia con un gusto particolare per l’architettura o la decorazione, c’era una grande capacità di apprezzare le cose fatte a mano. Il mio gusto per la ceramica e i materiali autentici viene presumibilmente dalle mie frequenti visite a Vallauris, località nota per aver accolto diversi artisti, tra cui Picasso. Ricordo bene, inoltre, degli anni dell’infanzia, gli interni della casa di una nonna - a Valberg, nelle Alpi francesi. Era ammobiliata con molti pezzi in rattan e ceramiche di Picault, un insieme che ancora oggi rievoca per me l’aria di vacanza. 

Per otto anni lavorò con Pierre Cardin. Cosa si è portato dietro della sua esperienza nella moda?

Sono entrato nella moda per caso dopo la scuola di business e ho lavorato accanto a Pierre Cardin dal 1992 al 2000, prima a Bruxelles e poi a Parigi. Disegnavo la collezione Uomo. Ma dopo otto anni ho deciso che era arrivato il momento di andarmene per dedicarmi alla mia vera passione: l’interior design. E per corrispondere al mio desiderio d’indipendenza e libertà. Ma senza di lui non sarei dove sono ora, era un visionario che mi ispira ancora oggi. Tutto quel che so a proposito di volumi e forme lo devo alla mia carriera nella moda e Pierre Cardin era un maestro nel taglio, nel creare angoli. Penso che la sua influenza ancora si rintracci chiaramente nel mio lavoro.

Un amabile collage d’immagini nelle ultime pagine della sua monografia ci concede di sbirciare tra le sue fonti d’ispirazione. Qui troviamo anche Jessye Norman, la cantante d’Opera. Ce lo spiega?

Jessye Norman con la sua visione libera e radicale mi è stata da modello.  È stato uno dei più begli incontri artistici della mia vita. Dotata di grande intelligenza e cultura, le sue scelte artistiche nette hanno sempre dimostrato coraggio.

Nella dialettica tra minimalismo e massimalismo che parte sceglie di prendere?

Entrambe: credo di essere un “massimalista minimalista”. L’ossimoro, d’altra parte, è una figura retorica che apprezzo, perché corrisponde a un movimento. Una parte di me vorrebbe infatti vivere con niente, solo pareti bianche e una panca. L’altra parte ama così tanto i manufatti e gli artigiani che li producono che non può resistere dal circondarvisi.

Quale direbbe essere l’elemento di coerenza nel suo percorso?

La mia intuizione, penso. In questo lavoro la parte più difficile è proprio seguire le intuizioni e capire che una visione concettuale può trasformarsi in realtà