Pietro Sedda ritratto nel suo studio. A parete, un’opera di Massimo Gurnari. - Credits: Foto: Denise Bonenti
Il divano in legno proviene dall’India, la cartina geografica degli anni 30 da un mercatino a Roma. - Credits: Foto: Denise Bonenti
In camera da letto, Biancheria da letto Bellora. Sul tavolino, lampada Lampe Gras n°207 per DCW éditions Paris. A parete, fotografia dell’archivio di Cesare Lombroso. Lampada Rosy angelis di Philippe Starck per Flos. - Credits: Foto: Denise Bonenti
Uno scorcio del soggiorno. A parete, lampada Lampe Gras n°214 di DCW éditions Paris. Dall’alto, un’opera di Fred Stonehouse, una fotografia dall’archivio di Cesare Lombroso. Sul mobile in legno di recupero piedi in ceramica di Antonello Cuccu. - Credits: Foto: Denise Bonenti
Mobile da cucina di cargo & HighTech, tappeto in vinile di Beija Flor, lampade di modernariato acquistate a Roma. A sinistra, piatti di Fornasetti. - Credits: Foto: Denise Bonenti
In cucina, tavolo, mobile in legno e mobile bianco di Cargo & hightech, lampada Boalum di Livio Castiglioni e Gianfranco Frattini per Artemide. A parete, olio su tela Thermocline Géricault di Adriano Annino e scultura in ceramica anni 40. - Credits: Foto: Denise Bonenti
Scorcio della cucina visto dal corridoio. - Credits: Foto: Denise Bonenti
Da sinistra, statua degli anni 30 di Sant’Antonio, mobile vintage anni 50. in primo piano, sgabello di Charles and Ray Eames. - Credits: Foto: Denise Bonenti
Airone in plastica di Offfi Fiori, tavolino in legno, ceramiche da Rossana Orlandi. - Credits: Foto: Denise Bonenti
In ingresso credenza di recupero, carta da parati Nuvola di Fornasetti prodotta da Cole & Son. A parete il braccio di una Madonna del Settecento e un fermacarte di John Derian. Sulla credenza, la lampada acquistata da Rossana Orlandi. - Credits: Foto: Denise Bonenti
Storytelling

Pietro Sedda, tatuatore artista

Il lavoro di Pietro Sedda ha ridefinito l’estetica del tatuaggio tradizionale raccontando un mondo onirico dove l’arte antica si mescola a quella contemporanea e dove i volti dei divi del cinema anni 40 e 50 si svuotano della loro connotazione umana per lasciare spazio a pattern geometrici, fiori e temi marini.

«Mi piace l’aspetto artigianale della mia professione, fatto di attenzione e cura per i dettagli. Si chiama mestiere, forse ci si sporca le mani, ma la considero una pratica nobile, fatta di disciplina, ripetitività, ricerca e costanza». Tatuatore, illustratore, artigiano, artista, Pietro Sedda non ama le definizioni soprattutto quando si parla del suo lavoro. Negli ultimi anni ha esplorato nuovi ambiti creativi collaborando con marchi come Fritz Hansen, firmando una fragranza per Parfumerie Particulière, disegnando una linea di abbigliamento e una collezione di ceramiche per Rosenthal.

«Fino a una decina di anni fa il tatuatore era mestiere che poteva ancora essere considerato di nicchia, perché legato alla sottocultura underground. Ora che tutti lo vogliono fare, ha perso il suo significato originario. Troppo spesso si dimentica che per essere dei professionisti bisogna lavorare con curiosità, passione e dedizione. La mia ricerca visiva prende ispirazione dall’arte e dalla scultura del Cinquecento e del Seicento, dalla pittura fiamminga, dalle figure deformi di Medardo Rosso e dall’opera di Hayez. Il desiderio di trovare nuovi codici mi porta lontano dall’iconografia classica e dall’estetica dei miei colleghi, che non prendo mai come punto di riferimento».

Originario di Oristano, Pietro Sedda ha lavorato a Urbino, dove ha cominciato a proporre i suoi disegni, evitando le richieste più commerciali, e a Londra. Alla fine è approdato a Milano, città in cui aveva già vissuto durante gli anni di studio all’Accademia di Brera e dove ha aperto The Saint Mariner, non solo un tattoo studio ma una wunderkammer piena di libri, illustrazioni, fotografie, dipinti e oggetti bizzarri scovati nei mercatini o durante i tanti viaggi. «Nei miei tatuaggi ho eliminato gradualmente il colore, preferendo l’inchiostro nero più schietto e più vero, ma nella vita amo i colori che uso negli arredi, sulle pareti e che caratterizzano gli oggetti e le opere d’arte che scelgo».

La sua casa, situata in un palazzo milanese di fine Ottocento, ha soffitti alti e pavimenti con cementine originali. Affacciata su cortili e terrazze, è pervasa dalla luce che entra abbondante dalle finestre. Appassionato collezionista e viaggiatore, Pietro ha arredato la sua abitazione con pezzi trovati su internet e in giro per il mondo. «Mi piace giocare con i contrasti, mescolando stili e oggetti in modo dissacrante, in un perenne work in progress». La stanza che ama di più è la cucina, colorata, piena di pentole, conviviale. Anche qui non mancano opere d’arte e elementi bizzarri che defininiscono lo stile della casa.

«Cerco di creare un’estetica che cambi insieme a me. La noia mi porta a reinventare spesso lo spazio in cui vivo». Curioso, perennemente alla ricerca di nuovi stimoli visivi esplora ogni forma di arte, nutrendosi d’immagini che rielabora e traduce in una personale ricerca estetica, visibile anche nel suo spazio abitativo. Sulle pareti di casa trovano spazio fotografie, dipinti, collage, opere ricamate di giovani artisti underground. La sua fascinazione per le deformazioni dei visi, presenti in una parte del suo lavoro, sono visibili anche nelle opere d’arte di cui si circonda, dove spesso cerca un elemento di disturbo e di interferenza estetica che faccia riflettere. «La bellezza è imperfetta, a mio avviso. La perfezione mi annoia».