Porto Design Biennale - Frontiere- Exhibition View - Credits: Foto: Inês D'Orey
Porto Design Biennale - - Credits: Foto: Inês D'Orey
Porto Design Biennale - Frontiere- Exhibition View - Credits: Foto: Inês D'Orey
Porto Design Biennale - Frontiere- Exhibition View - Credits: Foto: Inês D'Orey
Porto Design Biennale - Frontiere- Exhibition View - Credits: Foto: Inês D'Orey
Frontiere - Renato Cruz Santos - Credits: Foto: Renato Cruz Santos
The Cloud, by Universal Kimono, 2018 - Credits: Foto: Prins Klap
Frontiere - Credits: Foto: Renato Cruz Santos
Handmade poster used in public actions of protest
Studies, Riccardo Dalisi - Credits: Foto: Sergio Riccio
Riccardo Dalisi, Riccardo Dalisi: Perfetta Imperfezione. Animazione al Quartiere Traiano, 1971-1975 - Credits: Foto: Studio Dalisi
Abitare Italia - Archizoom Associati for Poltronova,1967
Storytelling

La prima edizione della Porto Design Biennale: un racconto

Le Biennali sono, per definizione, eventi effimeri. Ma a Porto, fra strade acciottolate e azulejos, tre mesi di mostre, workshop, inaugurazioni, pubblicazioni, progetti per le scuole e un via vai di studiosi e professionisti, turisti e curiosi, rappresentano un modo intelligente per far nascere un confronto critico che dia risposte ai problemi più urgenti. La prima edizione della Biennale del Design - organizzata dall’ESAD - Escola Superior de Arte e Design, grazie anche alla inedita e virtuosa collaborazione tra il comune di Porto e quello di Matosinhos, porta a una riflessione che si allarga non solo al ruolo di un settore, ma anche al suo destino sociale e politico in Europa.

Con un’aspettativa di pubblico di oltre 100.000 persone e un tema - Post Millennium Tension - voluto dal curatore José Bártolo, l’iniziativa vede come primo Paese ospite l’Italia – fra due anni toccherà probabilmente al Messico. «Il primo a scegliere che fosse il nostro paese è stato il sindaco di Porto che conosce la cultura italiana del progetto. Per noi docenti dell’ESAD è stato quasi naturale, dopo 25 anni di coordinamento del corso di Prodotto e di Interni. Per il Portogallo, inoltre, l’Italia è il Paese che più immediatamente si identifica con il design, soprattutto con quello storico, quello delle ideologie e dei maestri, delle esperienze radicali, della manifattura artigiana e industriale» spiega Maria Milano, nel board della Biennale e curatrice di Territorio Italia, la sezione italiana di tre mostre – Frontiere, Espressioni di Design Contemporaneo; Riccardo Dalisi. Perfetta Imperfezione al Museu Da Misericórdia e Abitare Italia. Icone del Design Italiano al Palacio Das Artes - Fundação Da Juventude, iniziative collaterali, eventi e la conferenza di due giorni i prossimi 24 e 25 ottobre.

«Qui la cultura dell’abitare è fondata nel progetto dell’architettura e l’oggetto d’arredo è progettato in funzione dello spazio. È una cultura progettuale basata sul senso della misura e della parsimonia» spiega durante l’inaugurazione. «Si sente curiosità, fermento, voglia di mettersi in gioco in quanto paese che può produrre. Mi auguro sia uno stimolo per fare più critica». Alla Casa do Design di Matosinhos, Maria Milano e Lucio Magri hanno curato la mostra Frontiere - Espressioni di Design Contemporaneo, con il bell’allestimento curato da Design Factory, aperta fino all’8 dicembre. All’ingresso il reportage del fotogiornalista Francesco Pistilli racconta le migrazioni a partire da Riace. «La parola Frontiere ha un significato multiplo, ci è sembrato opportuno rispondere a diversi aspetti, in primis il tema delle migrazioni, quindi il processo sociale, la frontiera fra design e industria, quella fra design e artigianato. Affrontare il concetto di limite e il suo eventuale superamento. A volte, è questione di coraggio, anche quello di lavorare in un paese in cui la pressione fiscale arriva al 50%. Fare design oggi è anche questo», racconta additando gli oltre 320 pezzi provenienti dalle mani di 50 designer e altrettante imprese e gallerie che hanno caratterizzato i primi venti anni del millennio: Carmine Deganello, Servomuto, Elena Salmistraro, Giacomo Moor, Giulio Iacchetti, Giulio Vinaccia, Francesco Faccin, Martinelli Venezia, Valentina Cameranesi Sgroi, Giuseppe Arezzi e tanti altri. «Una lunga ricerca di quasi due anni, fra progettisti e nuove espressioni del design. Abbiamo voluto fare un’indagine su come il design contribuisca al processo di democratizzazione e al benessere degli esseri umani. Mi sono rifiutato - e questo lo dico anche nel catalogo - di partire dal concetto di crisi. Non credo che ci sia sempre, nel design ma come in altre discipline, una reazione al momento, è piuttosto un cambio di paradigma, fatto anche di momenti di rottura».

Nella prefazione del libro Cose di George Perec, pubblicato nel 1965, Andrea Canobbio scrive che la società dei consumi è dominata dal pensiero magico: diventare ricchi per miracolo, «essere arrivati» senza lo sforzo di arrivare, far scomparire le tracce della fatica e del lavoro, far coincidere il desiderio delle cose con il loro consumo, senza che mai il secondo esaurisca il primo. E questa era la vera superficialità delle cose nella modernità. «Questo accadeva nell’epoca del consumismo, noi oggi un po’, all’improvviso», prosegue Lucio «ci siamo resi conto dell’arrivo di gente dal mare. Un fenomeno che è stato innanzitutto una presa di coscienza, ma che ha anche portato all’ideazione di progetti dove il design ha trovato soluzioni».

Nel corollario anche la piccola mostra Portugal Industrial curata da Megan Dinius e Michel Charlot. «Non hai scampo, il design si infila ovunque» spiegano i giovani curatori mentre preparano le ultime didascalie dei progetti selezionati: dalle suole delle scarpe da lavoro ai tombini, poi pentole, canoe, saponi da bagno. Perfino il cartello delle uscite d’emergenza disegnato da Àlvaro Siza. «Con la testa rivolta verso l’Asia, è facile spesso dimenticare che l’Europa ha forti capacità di produzione - che vede i portoghesi come maggiori protagonisti. Mettendo insieme una selezione di oggetti da diverse aziende sul territorio, questa mostra vuole raccontare il design industriale made in Portugal. Gli oggetti prodotti in serie, spesso anonimi o di ordinaria fabbricazione, riacquistano una nuova voce: rappresentano una vetrina per l’industria ma suggeriscono un dialogo fra il pubblico e il patrimonio industriale».