A sinistra, alcuni oggetti prodotti da Pretziada, progetto fondato da Kyre Chenven e Ivano Atzori (a destra) nel 2014 - Credits: Ph. Stefano Ferrando
Il progetto ha la sua base in un furriadroxiu, abitazione agropastorale tipica del Sulcis - Credits: Ph. Stefano Ferrando
The Allusion Carpet di Mariantonia Urru e, in rosa, il prototipo di un vaso di Walter Usai - Credits: Ph. Stefano Ferrando
A sinistra, sulle mensole di casa, una collezione di oggetti trovati in giro per il mondo e sulle spiagge sarde; a destra, un angolo della camera da letto. - Credits: Ph. Stefano Ferrando
Il soggiorno, luogo di raccolta della famiglia e al tempo stesso studio dove progettare e creare modelli o provare diversi tipi di allestimento dei prodotti. Di fianco al camino, il set di ferri disegnati per Pretziada da Ambroise Maggiar; alle pareti, alcune fotografie scattate dai padroni di casa. - Credits: Ph. Stefano Ferrando
L’archivio di Pretziada. Oltre allo stoccaggio e alla preparazione delle spedizioni, vengono conservati prototipi e cimeli. - Credits: Ph. Stefano Ferrando
Ivano e Kyre, ritratti nella veranda di casa mentre fanno ricerca e si confrontano su un nuovo progetto di salvaguardia dell’artigianato sardo. - Credits: Ph. Stefano Ferrando
Storytelling

Pretziada: l’insostenibile leggerezza della tradizione

Nell’immaginario collettivo la Sardegna corrisponde da sempre all’ideale dell’isola felice da frequentare durante le vacanze di luglio e agosto. Nella realtà, si tratta di una terra molto più complessa e carica di contraddizioni rispetto a quanto viene comunemente narrato e percepito. Un territorio di non più di 25.000 chilometri quadrati è segnato, da Nord a Sud, da continui cambi di prospettiva e altitudine; una molteplicità paesaggistica che è anche linguistica e culturale, fatta di tradizioni e rituali molto distanti tra loro e sconosciuti ai più.

Inoltre, al sovraffollamento estivo delle coste da parte di villeggianti provenienti da tutto il mondo, corrisponde un preoccupante e sempre più intenso spopolamento delle aree interne: un allontanamento che coinvolge principalmente la popolazione più giovane. In contrasto con questa tendenza, Kyre Chenven e Ivano Atzori, dopo diverse esperienze maturate nell’industria culturale e della comunicazione tra New York e Milano, hanno deciso di trasferirsi con i loro bambini nel Sulcis (una delle aree più colpite dalla crisi e segnate dalla conseguente disoccupazione) per dare vita al progetto Pretziada: una realtà molteplice e sfaccettata come il territorio da cui parte e prende ispirazione e sempre più conosciuta nel panorama del design odierno (è recente storia l’assegnazione come Best Design Newcomers al The Design Prize 2017 come pure il loro coinvolgimento nel Beazly Design of the Year del London Design Museum).

Nella loro casa studio, in cui lavoro e vita familiare si fondono e si intrecciano senza soluzione di continuità, la nostra conversazione prende avvio nella veranda esterna, attorno ad alcuni libri sugli arredi nella tradizione isolana. Mi racconta Ivano, originario proprio di questa terra: «Al di là delle fogge e degli stili, per noi è molto importante conoscere come le cose venissero fatte originariamente. È un’operazione ovviamente necessaria per chiunque progetti, produca o promuova oggetti di design. Per noi, però, che vorremmo riuscire a fare da ponte tra questi luoghi e il resto del mondo, tra artigiani locali e designer continentali, è ancora più importante». Quando chiedo loro se questo legame con la tradizione e questo interesse per il passato non rischi di rallentare i normali processi di sviluppo e rinnovamento in ambito estetico e progettuale è Kyre a rispondermi: «In realtà il nostro intento è proprio quello di far evolvere ulteriormente le visioni e le capacità produttive locali attraverso la consapevolezza del proprio bagaglio di esperienze e idee. Probabilmente, per ragioni di mercato, si è arrivati a confondere un sistema di produzione folkloristico – del tutto grossolano e funzionale principalmente al turismo – con la reale tradizione, che invece è davvero vastissima, ricca di sfumature e naturalmente cosmopolita, grazie all’influenza delle diverse culture che si sono avvicendate nei secoli in Sardegna, dai fenici agli spagnoli. Questo attaccamento al folk è forse uno dei maggiori problemi che abbiamo riscontrato, sia internamente all’isola che al suo esterno. Con Pretziada cerchiamo di basarci su oggetti reali, già esistenti ma sconosciuti al largo pubblico o addirittura in via di estinzione. Per salvaguardarli e dare loro nuova linfa, abbiamo deciso sia di riproporli nella versione originaria, ma in termini di eccellenza rispettando tempi e cure necessarie alla loro realizzazione, come i tappeti di Mariantonia Urru o il coltello realizzato da Sergio Frongia, sia invitando a collaborare tra loro designer internazionali e artigiani locali, come nel caso del vaso concepito da Sam Baron assieme a Walter Usai o il set da camino che ha fatto incontrare Ambroise Maggiar con i fratelli Argiolas».

L’attività di Pretziada intende andare oltre la produzione di oggetti e aprirsi a ulteriori possibilità di sviluppo. Me lo spiegano insieme mentre, durante una pausa, mi mostrano i tre ruderi che punteggiano il terreno antistante la casa: «Per ora è solo una prospettiva, ma ci piacerebbe riuscire a ripristinare anche questi spazi e creare un sistema di residenze per l’accoglienza, la promozione e la formazione verso e all’interno del territorio. Di fondo per noi il design è prima di tutto un mezzo per creare energie, sintesi culturali attraverso le quali scambiare conoscenze e colmare ignoranze reciproche. È una cosa preziosa appunto, da coltivare con cura come patrimonio comune».