'The Viewers' by Carole Douillard at Oslo Central Station. - Credits: Inger Marie Grini / © osloBIENNALEN
'The Viewers' by Carole Douillard on the roof of the Opera House in Oslo. - Credits: Niklas Hart, Hartwork / © osloBIENNALENOsloBiennalen
Ed D'Souza's ‘Migrant Car’ parked in front of Eddie King's Furniture and Upholstery Workshop in Grünerløkka, Oslo. - Credits: Niklas Hart, Hartwork / © osloBIENNALEN
Installation view of ‘Gaylen Gerber, Edvard Munch Studio, Ekely, Oslo, 2019’. - Credits: Courtesy of the artist and Paul Levack
Installation view of ‘Support, n.d. Acrylic paint of barracks, German, Oslo, 1940-1945. Dimensions vary with installation’ by Gaylen Gerber. - Credits: Martine Stenberg / © osloBIENNALEN
Installation view of 'The Mayor of Oslo’ from 'Seven Works for Seven Locations' (series) by Hylnur Hallsson. - Credits: Asle Olsen / © osloBIENNALEN
Rehearsal of 'Intet er stort intet er litet (Nothing is big nothing is small)' by Julien Bismuth. - Credits: Martine Stenberg / © osloBIENNALEN
‘Oslo Collected Works OSV.’ by Jan Freuchen, Jonas Høgli Major and Sigurd Tenningen - Credits: Niklas Lello / © osloBIENNALEN
'The Viewers' by Carole Douillard at Oslo Central Station. - Credits: Inger Marie Grini / © osloBIENNALEN
Marianne Heier, 'And Their Spirits Live On', which will be performed at the former Museum for Contemporary Art as part of osloBIENNALEN’s 2019 opening programme. - Credits: Kristine Jakobsen / © osloBIENNALEN
A glimpse of ‘The Longest Day and the Longest Night’ in Ossur Soleim Watchmaker, which forms part of ‘Tre Eventyr (Three Fairy Tales)’ by Michael Ross. - Credits: Asle Olsen / © osloBIENNALEN
Storytelling

La prima edizione della OsloBiennalen

Una biennale fluida, quasi evanescente, che scivola tra le strade della città infiltrandosi nel suo tessuto sociale. A Oslo è stata inaugurata il 25 maggio la prima edizione della OsloBiennalen, rassegna d'arte pubblica che, contrariamente a quanto ci si aspetti, non si ripeterà ogni due anni ma ne durerà ben cinque. Cinque anni di installazioni silenziose in luoghi insoliti e abbandonati, performance per le strade, progetti ambulanti e percorsi nella città. Una biennale che propone un nuovo modello di rassegna d'arte abbattendo i classici confini spazio/temporali – in primis con l'inusuale formato quinquennale – mettendo in scena piccoli progetti che portano il nome di artisti emergenti internazionali. Tutti fruibili gratuitamente, passeggiando per la città.

Curata da Eva González-Sancho Bodero e Per Gunnar Eeg-Tverbakk, per i primi sei mesi presenta i lavori di venti artisti internazionali, che si ripeteranno ciclicamente nel tempo e che verranno successivamente affiancati dalle opere di altri artisti. Tutti i progetti sono distribuiti per la città, giacché la OsloBiennalen non ha una sede vera e propria, ma soltanto un headquarter, dove si trovano gli studi di alcuni degli artisti partecipanti. Per vedere e (capire) la biennale, dunque, è necessario muoversi. A piedi, in bici, oppure in tram. Ed è anche necessario seguire il programma, dato che alcune performance si tengono in orari definiti, per poi dissolversi improvvisamente.

Come nel caso del progetto dell'artista francese Julien Bismuth, che con l'intento di instillare piccoli momenti d'arte nella quotidianità delle persone ha ideato la performance Nothing is Big, nothing is small, in cui cinque performer girano per la città recitando monologhi. A fine giornata, si ritrovano tutti al National Theatre, per mettere in scena l'ultimo testo e smaterializzarsi, infine, tra la gente. Oppure della Migrant Car dell'artista di origini indiane Ed D'Souza, una scultura in legno a forma di automobile che attraversa la città immaginando un mondo senza motori (e che appoggia il programma Car-Free City Life della città di Oslo, che vuole progressivamente vietare la circolazione delle auto private in centro).

Alcune installazioni, poi, sono allestite in zone che - per chi si trova in città per la prima volta - mai si visiterebbero. Un invito a perdersi, anche. A tale proposito, l'artista Benjamin Bardinet ha tracciato A Map to get lost: a drift through concepts, facts and rumours, una cartina delle location della OsloBiennalen che invita a lasciare gli smartphone in tasca e affidarsi, come un tempo, alle indicazioni della carta. Per ritrovarsi, magari, in periferia lungo un'arteria trafficata, dove gli artisti Jan Freuchen, Jonas Høgli Major e Sigurd Tenningen hanno installato l'opera Oslo Collected Works OSV, un padiglione open air che nel corso dei mesi verrà abitato da diverse sculture provenienti da collezioni pubbliche. O magari in tre botteghe di artigiani, dove l'artista americano Michael Ross ha installato le sue opere in una sorta di caccia al tesoro. O ancora, nello studio di Edvard Munch, fuori Oslo, per scoprire il lavoro dell'americano Gaylen Gerber e le sue sculture dipinte di grigio per far emergere più chiaramente la loro storia. E se alcune opere bisogna andarle a cercare, altre si palesano nelle zone più frequentate della città, come i murales di Seven Works for Seven Locations dell'artista islandese Hlynur Hallsson o la performance The Viewers della francese Carole Douillard, in cui un gruppo di performer osserva immobile i passanti della stazione centrale per diversi minuti.

L'obiettivo è quello di sorprendere, di intrecciare l'arte alla quotidianità e di innestare nuovi pensieri e visioni del mondo. In scena fino al 2024.