Ramak Fazel, Milan Unit - Credits: Viasaterna
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Ramak Fazel, Milan Unit - Credits: Viasaterna
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Storytelling

Milan Unit. Intervista con Ramak Fazel

Quando nel 1931 Walter Benjamin fu costretto a traslocare e ad affrontare l’immensità della sua biblioteca, nell’aria satura di polvere rifletteva sul collezionismo e sull’ordine in cui aveva e avrebbe riordinato i suoi libri. Non troppo diversamente ha fatto l'artista e fotografo iraniano Ramak Fazel, riaprendo dopo quasi dieci anni il suo archivio di stampe, negativi, originali e oggetti personali. Assemblato dal 1994 al 2009, durante il suo soggiorno milanese prima di trasferirsi negli US, Milan Unit è il nome del progetto ospitato dalla galleria milanese Viasaterna, custode dell’intero archivio per un anno (20 settembre 2017 – 14 settembre 2018).

Martedì 10 ottobre, alle ore 19.00, Viasaterna ospiterà il primo incontro di approfondimento intorno a Milan Unit intitolato I need a challenge: una conversazione tra Ramak Fazel e il Direttore Michele Lupi.

Da dove deriva la scelta del titolo, Milan Unit?

Il titolo è il nome dell’archivio, che comprende diversi materiali, professionali e personali, che s’intrecciano, si legano e suggeriscono associazioni. Dal 1994 al 2009 ho vissuto a Milano, città nella quale ho scoperto tante cose, sia di me stesso sia lavorative, grazie a collaborazioni con giornali, produttori e designer.

Quindi la ricostruzione del materiale presentato non è stata fatta a posteriori?

Ovviamente l’archivio esposto in galleria ha forti componenti di finzione, c’è una metodologia nella selezione, ma tassonomicamente non aderisce a standard bibliotecari. Milan Unit è un archivio in movimentato, organico, e si presta a tante letture diverse.

Com’è avvenuta dunque la selezione?

Le scelte degli elementi da mostrare sono state fatte dalla galleria Viasaterna che ha individuato dettagli specifici, per me era importante che questo lavoro fosse fatto dall’esterno, è stato quasi liberatorio e, infatti, il risultato è una narrativa molto diversa dalla mia…

Rappresentativa?

Devo accettarla, si tratta di materiale d’archivio che è rimasto chiuso per quasi dieci anni, per me è stato difficile riaprirlo ma grazie alla galleria è stata una scoperta mediata.

Il colore verde fluorescente è un po’ una traccia presente in tutta la mostra, e anche nella comunicazione. Da dove deriva?

Quel colore faceva già parte dell’archivio originale. In qualche modo l’archivio è un urlo della propria esistenza, quindi doveva essere graficamente coerente e urlare, questo colore mi ha intrigato e ho voluto usare una cromia difficile da riprodurre, come se bisognasse essere difronte al colore per capirne la gamma.

In una delle sale c’è una selezione di documenti ingranditi e stampati su una carta dello stesso verde.

Sono documenti selezionati dalla galleria che richiamano temi caratteristici di Milan Unit, tipo “i dati biometrici”, l’idea della preponderanza della fotografia, l’impulso di vendere o sgombrare le cose, le ricette italiane… L’insieme di questi documenti delinea l’immagine di un passaggio sociale e culturale forte, quello a cavallo tra gli anni ’90 e i 2000, che include anche il passaggio dall’archivio fotografico fisico e tangibile a quello digitale, in mostra ci sono diversi codici che rimandano a quel periodo. Il passaggio dall’analogico al digitale è evidente, come anche quello dalla lira all’euro, questo passaggio era talmente potente e preponderante che mi ha incentivato a chiudere l’archivio, a vedere questo periodo come un blocco di tempo, un momento della vita con una distinta apertura e una chiusura più morbida, permeabile, contaminata. Esporre e mettere in vendita l’archivio è per me un atto di catarsi.

Come vedi questo passaggio oggi?

Ci sono buste che ingialliscono e si rompono, questo fa parte del processo e dell’evoluzione, non ho un forte desiderio di archiviare nel senso di mantenere per sempre, quest’archivio avrà una sua vita, una sua durata, anche incerta... questo è il bello del materiale che può decadere organicamente.

All’interno di Milan Unit ci sono anche storie legate al mondo del design.

In questo caso non abbiamo enfatizzato direttamente l’aspetto del design, ma potrà emergere nell’arco dell’anno durante gli eventi che accompagneranno la mostra. All’interno dell’archivio c’è tanto da scoprire.

In questo senso, il pubblico può anche entrare e impossessarsi di una parte di Milan Unit, vero?

In una sala abbiamo esposto degli album con una collezione di 56 immagini selezionate assieme a Viasaterna. Le foto sono a disposizione del pubblico, che può acquistarle e decidere le dimensioni in cui stamparle. Volevamo che ci fosse un coinvolgimento nella fase di produzione. Per noi si sono sollevate riflessioni sull’idea del genio dell’autore, e sul ruolo della galleria come spazio di esposizione e produzione. Il processo di mettere in atto la totalità dell’opera richiede a tutti gli agenti coinvolti – me, la galleria e il pubblico - di uscire dai propri ruoli tradizionali.

Una riflessione che parte dal collezionismo.

Sì, l’intero progetto nasce da un conflitto tra il desiderio di conservare e il non voler possedere. Quando ero adolescente, avevo una collezione di francobolli americani - era un modo per conoscere la cultura americana attraverso i momenti storici richiamati dai francobolli. A un certo punto ho disfatto la collezione perché volevo liberarla, non la volevo possedere, così ho fatto un viaggio in 49 capitali americane mandando cartoline da me stesso a me stesso in una rete di stati, mi ci sono voluti tre mesi ma la collezione è stata infine distrutta. L’idea del collezionare mi crea molti conflitti, e con questo progetto ho in parte ricreato questa difficoltà, la voglia di conservare ma al tempo stesso liberare.

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