Riccardo Dalisi, nato a Potenza nel 1931, e la sua caffettiera napoletana prodotta da Alessi, vincitrice del Compasso d’Oro nel 1981. - Credits: Foto: Fabrizio Vatieri
Nella sala da pranzo, prototipo di tavolo allungabile in legno disegnato da Dalisi, tra piante, vecchi mobili di famiglia e decorazioni. - Credits: Foto: Fabrizio Vatieri
In cucina, tavolo allungabile Idea per Baleri Italia. Lampadario Frisbi di Achille Castiglioni per Flos, poltroncine anni 60 di recupero. Il pavimento è stato disegnato da Dalisi. - Credits: Foto: Fabrizio Vatieri
Sulla Libreria La Sfiziosa per Promemoria, zuppiera in ceramica (pezzo unico), servizio da caffè in argento di Cleto Munari e miniatura di Dalisi in ceramica della collezione Most Illustrious di Elena Salmistraro per Bosa. Sul tavolino caffettiera animata Giuditta anni 80. - Credits: Foto: Fabrizio Vatieri
Una delle sedie Thonet rivisitate da Dalisi, tavolo Idea per Baleri Italia.
Storytelling

A casa di Riccardo Dalisi

A contarle tutte, stanza per stanza, sono 17. Anzi 17 e mezzo, considerando la piccola caffettiera sul bordo del lavandino, quella da mezza tazza. «Che poi, chi se la beve una mezza tazza di caffè?». Gli spazi dell’abitazione di Riccardo Dalisi sono scanditi dalla presenza – in diverse forme e dimensioni – dell’oggetto che, per antonomasia, rappresenta la napoletanità.

Sparse per casa, oltre a quelle disegnate dall’architetto partenopeo, le icone di Alessandro Mendini, Aldo Rossi, Richard Sapper, Matteo Thun si confondono con le classiche macchinette comprate nei mercati rionali che, in barba all’estetica del design, custodiscono, più di tutte, l’aroma migliore. «Il segreto è mettere l’acqua al di sotto della valvola, poi si mette il caffè, senza pressare troppo. Si chiude e si poggia sul fuoco», spiega Dalisi in cucina, con un dittongo vernacolare ben pronunciato. «La mia caffettiera, quella disegnata per Alessi, era stata pensata con la base un po’ più larga, per prendere più calore possibile. Quando l’acqua bolle si gira, si spegne il fuoco e si aspetta. È come un Pulcinella che fa la capriola. Negli oggetti, come nella vita, c’è sempre un capovolgimento».

È per la sua ricerca dedicata alla caffettiera che Dalisi, docente della Facoltà di Architettura dell’Università Federico II di Napoli e direttore della Scuola di specializzazione in Disegno industriale, nel 1981 riceve il Compasso d’Oro. «Quando ho iniziato a progettare le prime caffettiere, mi facevo realizzare i prototipi da un artigiano di Napoli, Don Vincenzo, che svolgeva un lavoro impeccabile. L’unico problema era che non mi voleva incontrare: lasciavo lo schizzo del progetto al nipote e lui, dopo qualche giorno, mi faceva recapitare il modellino, perfetto, in una scatola».

Classe 1931, da quasi 50 anni si divide fra casa al Vomero, con un affaccio da cartolina sul golfo del capoluogo campano, e bottega, lo studio in Rua Catalana dove va quasi tutte le mattine a disegnare. Eclettico e mutevole – «A volte è come se mi sentissi una marionetta che cambia continuamente» – ha intrecciato per anni design e architettura, soprattutto di tipo sociale, all’arte, alla scultura e all’artigianato. La Design Biennale di Porto, alla sua prima edizione quest’inverno, gli ha dedicato la retrospettiva Imperfeição Perfeita, a cura di Ira Palmieri e Andrea Nuovo e su progetto di Fulvio Cutolo, riunendo oggetti, disegni, sculture: una grande esposizione – dopo le mostre alla Biennale di Venezia, al MoMA di New York, alla Triennale di Milano, al Palazzo Reale di Napoli – sul suo ruolo nella cultura e nell’arte contemporanea. «In fondo l’arte è concedersi delle possibilità che adesso non siamo in grado di vedere, una sorta di progressione verso un futuro felice. Ma è anche», racconta passeggiando per casa, con cauta lentezza, «sublimare il negativo, trasformandolo in racconto, in dramma, in canto. L’arte trasporta in un’altra sfera: le azioni più ignominiose, più cruente, i sentimenti più violenti e feroci, vengono disciolti in scrittura, in scultura creando uno spazio degno di essere vissuto».

La casa, 90 metri quadrati, con piccoli soppalchi ricavati dagli ampi soffitti, è piena di ricordi e schizzi, decorazioni, libri e oggetti, locandine e disegni-manifesto appesi sulle pareti, in una mappa familiare che vede una moglie, tre figli d’arte e tanti amici e compagni di una vita, come Alessandro Mendini, che ha voluto venisse immortalato insieme a lui nella collezione di ceramiche dei maestri Most Illustrious di Elena Salmistraro per Bosa, del 2018. Nel 2016 ha ricevuto un altro Compasso d’Oro, questa volta alla carriera, per il suo impegno sociale a operare nei quartieri più poveri. Un aneddoto: fra gli anni 60 e 70, l’artista pedagogista trasferisce il suo corso di Composizione Architettonica dalle fredde aule accademiche di Facoltà al Rione Traiano, crocevia di bambini e ragazzi dalla vita difficile. «Amavo lavorare con loro, ribollivano d’energia», conclude con gli occhi lucidi. «L’esercizio era produrre bellezza. Io davo indicazioni e stimoli, ma poi ognuno doveva trovarla prima in se stesso, la bellezza. Una lotta che ha qualcosa di mitico: accresce e appaga».