Veduta del living: lampada rossa Big shadow di Marcel Wanders per Cappellini. Divani Glyder di Joep van Lieshout per Lensvelt. - Credits: Foto: Filippo Bamberghi
Richard Hutten. Autodefinitosi “designer culturale”, ha eletto a vademecum il libro Homo Ludens di Johan Huizinga. Nel 1991 si è laureato alla Design Academy Eindhoven e nello stesso anno ha aperto il suo studio. Qui è sul mobile Skyline - Credits: Foto: Filippo Bamberghi
Lampadario Dandelion di Moooi e sistema sedie-tavolo The cross di Droog, entrambi disegnati da Hutten. In fondo, cassettiera You can’t lay down your memory di Tejo Remy per Droog. A destra, Rag Chair di Tejo Remy per Droog. - Credits: Foto: Filippo Bamberghi
Tavolo Layers disegnato da Richard hutten per Gispen. La prima versione era costituita da una stratificazione di libri. Sedie: Lessthanfive di Michael Young per Coalesse, Robo chair by Luca Nichetto per Offecct, endless chair di Dirk vander Kooij. - Credits: Foto: Filippo Bamberghi
Storytelling

Nella casa di Richard Hutten, ribelle con una missione

Lo hanno descritto come “un designer con l’aria da rock star e l’eloquio da filosofo”. Questo accadeva circa 30 anni fa, anche se, per la verità, Richard Hutten non è molto cambiato. «Sono solo meno radicale», precisa lui.

Vive a due passi dalla Stazione Centrale a Rotterdam in una casa che, sebbene circondata da un fazzoletto di verde del tipico modello borghese, è in realtà un ex garage, con un lucernaio che attraversa il soffitto per la lunghezza. È piuttosto grande, ma la maggior parte si coglie con uno sguardo appena varcato l’ingresso. Ha voluto infatti lasciare lo spazio indiviso, per mantenere l’atmosfera industriale che lo aveva sedotto, relegando le camere da letto agli angoli. Al centro della grande piazza del soggiorno: un tavolo da calcetto sistemato su un tappeto persiano e sovrastato da un lampadario bianco di Moooi. «Ho disegnato la mia casa come un parco giochi», dice. «È come un campo da calcio prima della partita: ti invita a giocare, correre, interagire, ridere e fare un sacco di altre cose».

Nato in una cittadina a Nord Est dell’Olanda, Richard Hutten divenne una celebre promessa del design ancora ventenne assieme ai colleghi olandesi con cui formò il collettivo Droog (di cui erano parte anche Jürgen Bey, Hella Jongerius, Marcel Wanders). Fecero il loro ingresso al Salone del Mobile di Milano nel 1993. «Come una bomba nella comunità del design», ricorda. «Allora nel nostro ambiente si parlava solo di forme, noi invece parlavamo di idee». E queste “idee” instillarono nel mondo del progetto la prima ondata di “ecologismo”. Per chiarire meglio il concetto, Hutten salta su dalla sedia dove ora fa colazione (sorseggiando caffè in un bicchiere della birra) e si avvicina alla colorata cassettiera di Tejo Remy per Droog – già pezzo da museo –, un assemblaggio dadaista di cassetti riciclati. Tutt’attorno la casa è un campionario di oggetti di design molto amati, come l’allegro raduno di sedie sul soppalco, che il più delle volte ha ricevuto dagli stessi autori. Alle pareti: foto di Eadweard Muybridge (tra cui una che Hutten definisce “il bucket challenge del 1887”); Cindy Sherman; Erwin Olaf e diversi altri giustapposti a souvenir e cose pop e i ritratti, numerosi, dei tre figli.

Di recente, Hutten ha deciso di bandire la plastica. Si è persino scusato per aver creato – 18 anni fa – la tazza Dumbo, di cui ha venduto mezzo milione di pezzi. «Non posso cambiare il passato», dichiara, «ma posso cambiare il futuro». D’altra parte, l’iconica tazza con due grandi manici simili a orecchie è tutt’altro che usa e getta; è di certo indistruttibile, come dimostrò lui stesso passandoci sopra con la sua Alfa Romeo 156 azzurra – la chicchera riportò solo un graffio. Ne conserva un gruppetto di colori assortiti nella credenza. «Se qualcuno se ne stanca la rivende su eBay», mormora estraendone una. Hutten, già vegetariano, ha anche venduto la macchina e ha smesso di prendere l’aereo, almeno per gli spostamenti continentali. Negli ultimi due anni è stato impegnato a disegnare, in accordo ai dettami dell’economia circolare, l’innovativo sistema di sedute appena installato all’aeroporto Schiphol di Amsterdam, tutto prodotto a “chilometro zero”.

Non ha preso l’ambientalismo come una posa. Già nel 2008 quando acquistò casa (esattamente nel mese in cui Lehman Brothers falliva aprendo una crisi finanziaria internazionale), volle un edificio da poter rendere a impatto zero, tramite energia solare e geotermica. «Mi costò una fortuna e tutti pensavano fossi impazzito», ricorda. «Fino a che nel 2019 il governo ha imposto a tutti di dismettere il gas e così, in 11 anni, sono passato da pazzo a visionario. Cosa che sono; sia pazzo che visionario». E siccome dice sempre che il design non risolve problemi ma crea possibilità, Hutten vede in un futuro verde anche l’opportunità per un presente migliore. «Se sono un attivista? Certamente, sono un ribelle con una missione».

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Dal numero di marzo di ICON DESIGN