In apertura Rodolfo Paglialunga ritratto nel living; alle sue spalle, la libreria LB7 disegnata da Franco Albini nel 1956 - Credits: Ph. Mattia Balsamini
Storytelling

In conversazione con Rodolfo Paglialunga

«Non ho mai creduto a quelli che dicono: sono entrato e ho sentito che era mia!», dice Rodolfo Paglialunga, seduto al grande tavolo in palissandro della sala da pranzo. «Io non ho sentito “che era mia”, però ho pensato che in questa casa avrei potuto vivere». Cresciuto a Tolentino, Paglialunga approda a Milano mentre gli anni 80 volgono al declino, per occuparsi di moda; dal 2014 è direttore creativo del marchio Jil Sander (collaborazione conclusa nel marzo 2017, ndr) che rappresentò a un certo punto l’epitome del minimalismo, una definizione che a distanza di due decenni Paglialunga si scrolla di dosso bollandola come pigrizia intellettuale. Dopo aver cambiato tre o quattro appartamenti («Il luogo in cui vivi quando sei giovane non è una priorità, ma solo un posto dove mangiare e dormire») nel 2003 decise che era ora, se non di mettere radici, almeno di farsi una casa tutta per sé. Consultò un’amica architetto che un giorno lo chiamò: «Ce n’è una che dovremmo vedere». È a affacciata su una piazzetta, in uno dei quartieri che meglio conserva l’essenza della città: la sua origine immobiliare risale all’Expo del 1906; qui può ancora capitare, attorno a mezzogiorno, di scorgere Gillo Dorfles dirigersi verso il bar dell’angolo; tra queste vie si situa, in un edificio di Portaluppi, la casa Museo Boschi Di Stefano, fitta di una collezione d’arte inizio Novecento.

A sinistra, un piccolo jack russel sopra la Lounge Chair di Charles & Ray Eames per Vitra. A destra, una credenza anni 70 di Paul Evans, cromata effetto specchio - Credits: Ph. Mattia Balsamini
A sinistra, Roldolfo Paglialunga al tavolo in palissandro della sua sala da pranzo. Il lampadario in vetro di Murano è un pezzo di Venini degli anni 60. A destra, la sala. Davanti alla libreria di Franco Albini, la poltrona in tessuto e metallo PL19 ideata sempre da Albini con Franca Helg. Accanto alla libreria, la lampada a sospensione è Spiral SP01 di Verner Panton del 1969 - Credits: Ph. Mattia Balsamini

Sono stati proprio i dettagli di quel tempo, così come l’impianto complessivo, rimasti intatti all’interno dell’appartamento, a convincere Paglialunga: «La casa conservava lo spirito degli anni 20 in cui venne costruita». Ma affinché l’aspetto non fosse troppo borghese, il nuovo proprietario scelse di trattarla come un loft, facendo intonacare le pareti di grigio: «Senza la finitura lucida e liscia che fa un po’ villetta a schiera». L’appar- tamento si è riempito poco a poco: gli arredi vintage, il compagno, due jack russel. «Per primi i lampadari», come l’imponente chandelier Venini degli anni 60 che sovrasta il tavolo, o un pezzo di Verner Panton della stessa epoca in fogli di plastica a spirale che pende dal soffitto del salone: «Così leggero che quando le finestre sono aperte ondeggia e, se acceso, fa sembrare la stanza una specie di acquario». La luce che inonda lo spazio è schermata da una libreria di Franco Albini di ritorno dagli Stati Uniti, il tocco di colore è dato dal tappeto cinese anni 50 davanti al camino «come un piccolo giardino in salotto», che riecheggia il verde del viale alberato fuori, le credenze anni 70 in ottone e chrome di Paul Evans creano un cortocircuito temporale e sembrano provenire dal periodo déco.

Il passato lo ispira, nel lavoro e nella vita: «Diamo forma al futuro guardandoci indietro, lo abbiamo fatto anche nei momenti di massima creatività futuristica». La camera da letto in fondo al corridoio è un’isola a sé, uno scrigno ovattato con le pareti foderate di tessuto dove si trova un armadio blu di Gio Ponti proveniente dallo smantellamento dell’hotel Parco dei Principi a Roma: «In formica, un materiale allora rivoluzionario che oggi ricorda tanto le vecchie cucine». Ogni oggetto qui è cercato, trovato, assemblato in un blend personale che, dice Paglialunga, «anche nella moda è la cifra della contemporaneità». Ma il designer dice che potrebbe vivere anche in una casa vuota. Di tutti questi oggetti, infatti, potrebbe fare a meno. Tranne forse di quel tavolo dove siede girando il cucchiaino nella tazza di caffè. Suo padre, che ora non c’è più, lo realizzò per lui 12 anni fa con una partita di legno di palissandro, non così facile da trovare. Lì a volte disegna e consulta i libri. È il luogo di una storia personale e affettiva.

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