Ron Gilad nel patio della sua casa a Tel-Aviv, indossa un abito Saint Laurent (by matchesfashion.com), camicia Prada, T shirt Gucci - Credits: Ph. Stefan Heinrichs - Styling David St John-James
Storytelling

Ron Gilad: designer e artista

«Il mio lavoro è quello che sono: emozionale e fragile. Non sempre mi diverte, ma non potrei fare altro». Sorride Ron e si porta alla bocca una sigaretta; poi appoggia il pacchetto sul tavolino Panna Cotta, tra bicchieri d’acqua frizzante ghiacciata e tazzine di caffè fatto con la moka.

È un luglio caldo a Tel Aviv e la luce del sole che filtra dalle vetrate sul giardino illumina con abbondanza le stanze della casa, un terratetto intonacato di bianco in un quartiere di abitazioni basse di ex militari trasformate in villette alla moda. Questo è l’indirizzo dell’universo di Ron Gilad: anima gentile e poetica del design internazionale, artista poliedrico di opere ironiche e provocatorie, antieroe dadaista. Qui, in ambienti domestici distillati – un materasso per la camera, un lavabo per il bagno, un frigorifero per la cucina – la sua vita e il suo impegno creativo si fondono in un’attività ossessiva e totalizzante.

«Israele mi dà la tranquillità di pensare, creare, sognare; di essere me stesso. Ci sono giornate che passo a letto, fissando il soffitto. Non è una condizione di relax, più una sorta di depressione, che non riesco a controllare. La maggior parte del tempo, però, è organizzata seguendo la luce solare. Se il sole si muove, io devo muovermi con lui. Non mi sento a mio agio con l’illuminazione artificiale, sebbene abbia progettato tante lampade. Solitamente inizio a disegnare presto il mattino, al piano di sopra, vicino alla finestra: uso un tavolino pieghevole da pic-nic in plastica per spostarmi nei vari angoli della stanza più facilmente. Quindi scendo in cucina, dove ho trasformato il cassetto più alto del mobile in una piccola scrivania, e poi esco in giardino, dove lavoro fino all’arrivo della mia assistente, intorno alle dieci: non so usare il computer, disegno tutto a mano, anche i dettagli tecnici e le presentazioni, e lei mi aiuta con i software di renderizzazione. È assodato: le buone idee arrivano di giorno, mai la sera! Così, dopo il tramonto, mi dedico ad attività più meccaniche, come studiare i programmi di modellazione 3D. Ma credo anche nell’importanza di fare cose stupide. Sono curioso, certo, e leggo libri di filosofia e letteratura ma sono anche quello che si addormenta guardando reality tv. È la mia pillola per dormire! Accendo il mio portatile e per qualche istante dimentico la giornata appena trascorsa».

Centinaia di presenze fantastiche galleggiano nel bianco polveroso di pareti e parquet. Sculture fuori scala, modellini filiformi, rami e foglie annodati in snelle coroncine, piccoli oggetti ibridi in bilico su esili chiodi, disegni senza cornici, prototipi di arredi, mensole con frammenti di vetro, candele ritorte, origami, miniature. Ciascuna entità, dalla più apparentemente semplice alla più oscura, sfida le leggi della fisica e del comun pensare, per sorprendere e comunicare attraverso l’assurdo una percezione della realtà libera da qualsiasi costrizione. 

A Tel Aviv Ron vive circa metà dell’anno; per la restante, abita a Milano, in un appartamento storico in centro città. Dal 2012 questo è il suo “equilibrio”; dopo aver trascorso più di un decennio a New York, dove ha aperto uno studio, vissuto la sua libertà creativa, conosciuto i primi committenti italiani – Driade, e poi Flos – insegnato al Pratt Institute ed esposto in celebri musei e gallerie. «A New York ho costruito il mio linguaggio stilistico e iniziato a firmare pezzi per il mercato inter- nazionale... il Candlestick Maker, il Vase Maker e altri piccoli oggetti per la tavola, e certamente il lampadario Dear Ingo, del 2005. Mi chiamò Marcel Wanders in persona per chiedermi di produrla con Moooi! Ne- gli USA ho capito cosa davvero era il business, l’organizzazione e l’heritage e ho compreso che volevo “lavorare” per quello ma non “essere” quello. Non sono un buon uomo d’affari, non sono abile nella gestione delle persone e in questo New York non mi aiutava. La scelta quindi era tornare a Tel Aviv o trasferirmi in Italia e alla fine non sono stato tanto coraggioso da lasciare Israele. Ho scelto un posto che mi facesse sentire al sicuro, che mi facesse essere più critico – ovvio, questa è la terra dove sono nato, il mio DNA – ma anche meno ansioso, e che nello stesso tempo fosse vicino al vostro Paese, dove lavoro e ho le amicizie. I miei progetti nascono qui e prendono vita tra Brescia e la Brianza. Forse in futuro deciderò di fermarmi in Italia ma non è detto che sia a Milano. Mi piacerebbe vivere in una piccola casa sulle colline senesi, ma poi mi domando chi si prenderebbe cura di me?».

Sui tavoli da lavoro al piano terra sono appoggiati gli schizzi in pennarello nero e qualche appunto sui nuovi progetti da presentare a Cassina, Molteni e Alias. «Quando ho un’idea, non è necessariamente l’idea di un oggetto, un tavolo per esempio; piuttosto è quella di un punto di incontro tra tre linee, che insieme disegnano un angolo, e questo angolo è una scultura ideale che può avere una funzione di appoggio... Il processo creativo è lo sviluppo di idee, le quali sono perlopiù astratte. È quello che si vede nel mio studio: di molte cose non so il significato. Sono scarabocchi. Perché sono fissato con gli occhi? Non lo so!», dice indicando un paio di ciglia di cartoncino incollate alla parete che vibrano mosse dai vortici dell’aria condizionata.

Teche, cubi di carta, casse da imballo, raccoglitori giacciono dappertutto: epifania della passione di Ron Gilad per le scatole. Lui stesso ricorda che quando era negli Stati Uniti comprava moltissime cose a basso costo su eBay solo per il gusto di ricevere il pacchetto a casa. Alcune non le apriva neanche. Lasciava che conservassero il loro segreto, per poter giocare a immaginarlo. Questo spiega perchè molti dei lavori fatti in questi anni hanno a che fare con diversi “gradienti” di scatola: da quelle completamente chiuse, a quelle semi aperte, alle più trasparenti, dove il lavoro  di scarnificazione lascia a vista solo ferrosi contorni angolari, l’essenza della ricerca formale di Ron Gilad: rigorosa e frangibile. «In fondo i profili sono legati al mio modo di creare una funzione o esprimere un concetto usando almeno il 90% di aria. Alla fine la materia non fa che definire il limite del vuoto, no?».

A sinista, in giardino, la scultura Façade No.10 (2013), disegnata da Gilad, è in alluminio verniciato. Sul tavolo, una cornice Frame X per Designerbox (2015) e un lavoro realizzato dalla zia dell’artista. A destra, Ron Gilad indossa pyjama Valentino, T shirt Gucci, pantaloni Issey Miyake - Credits: Ph. Stefan Heinrichs - Styling David St John-James
A sinistra, alcune opere di Gilad nella casa-studio di Tel Aviv. Da sinistra, Butler no.2 in ebano (dalla mostra Spaces Etc./An Exercise in Utility, Wright gallery, Chicago, 2009) e 60° Consolle per Molteni&C (2012). A parete, vaso Clipped Cube del 2007 by Designfenzider (il suo stu- dio newyorkese); a terra, Kibbutz (dalla mostra The Logic, the Ironic, and the Absurd, 2013), prototipi di specchi Deadline per Cassina (2016) e il piede a forma di Thonet No.14 del 56 Cabinet per Adele-C (2012). A destra, sul 45° Tavolo progettato da Gilad per Molteni&C (2012, collezione Grado°), lampada Goldman per Flos (2013); sgabello in legno disegnato nel 1999 - Credits: Ph. Stefan Heinrichs - Styling David St John-James
A sinistra, studi per una delle 20 Houses for 20 Friends, mostra del 2009 allestita nello studio di NY. La casa è uno dei temi di ricerca prediletti da Gilad. A destra, in primo piano, una composizione realizzata nel 1997 dal designer durante gli anni della Bezalel Academy, insieme ad altri lavori giovanili - Credits: Ph. Stefan Heinrichs - Styling David St John-James
Ritratto di Ron Gilad. Il designer, artista e architetto, è nato a Tel Aviv nel 1972. Nella foto, giacca Issey Miyake, camicia Caruso T shirt Gucci - Credits: Ph. Stefan Heinrichs - Styling David St John-James

Accende un’altra sigaretta. «Ho iniziato a disegnare da molto piccolo ma la mia non era una famiglia di artisti. Mio padre era un meccanico e mia madre una casalinga. Mia zia, invece, era una scultrice e viveva in un kibbutz nel nord del paese. Ogni estate i miei genitori mi mandavano da lei per sperimentare la vita sociale in quella particolare realtà ma io ero più affascinato dal suo lavoro con la creta. Da bambino i miei amici più fedeli erano la matita e il foglio di carta ed ero davvero attento alla precisione dei tratti, tanto da usare punte finissime per curare ogni linea. Ho imparato da solo le regole della prospettiva e del disegno a mano libera e crescendo i miei schizzi si sono affinati diventando sempre più geometrici. Per questo ho scelto l’indirizzo scientifico alle scuole superiori. Ho studiato architettura per quattro anni; conoscere i progetti di Memphis e Archizoom mi ha aperto la mente. Ero piuttosto bravo a lavorare alle diverse scale di progetto, ma poiché mi affascinava il concetto di forma e di funzione legata agli oggetti, scelsi di studiare industrial design alla Bezalel Academy di Gerusalemme. In realtà non ho mai raggiunto il giusto numero di crediti per diplomarmi, ma posso dire con soddisfazione di essermi costruito il mio personale curriculum. Garantivo i giusti risultati in cambio di una grande libertà».

La libertà, già: quella non porre limiti alla propria fantasia e ai propri desideri. La libertà, ad esempio, di voler replicare anche in Italia la sua mostra The Logic, the Ironic, and the Absurd, che per ora è stata solo al Tel Aviv Museum of Art nel 2013, e quella che gli ha fatto accettare di seguire il progetto per la villa privata di Piero Gandini, presidente di Flos, sul Lago di Garda. «Un lavoro infinito, forse l’ultimo di architettura che farò nella vita», scherza. «Sia io che Piero proveniamo dal mondo del prodotto, dove si lavora sul centimetro e, spesso, sul millimetro. In architettura le proporzioni sono completamente differenti, ciononostante stiamo cercando di analizzare il dettaglio il più possibile, tanto che quasi ogni elemento è stato prototipato, studiato e solo in seguito realizzato». La libertà, anche, di non soggiacere ad alcun brief aziendale. «Progettare una sedia? Ce ne sono troppe! Se si disegna un prodotto, questo deve contribuire all’evoluzione della sua specifica tipologia. Voglio essere onesto, credo di non avere delle buone idee a riguardo. Magari preferisco parlare del concetto di “sedere” senza per questo disegnare un oggetto che sia una “seduta”. Inoltre, penso che la sedia sia qualcosa di strettamente legato a ergonomia e ingegneria e di questo io non mi occupo. Non dico che non ne disegnerò mai, ma aspetterò di avere una proposta valida». Ron Gilad è così. Lui non ha fretta di fare nulla. Questa è la sua libertà. Mi guarda dagli occhiali. Sorride e si accende con calma un’altra sigaretta.

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