Ronan ed Erwan Bouroullec nello studio parigino. Ai designer bretoni la città di Rennes dedica (fino al 28/08) quattro mostre che approfondiscono le diverse direzioni della loro ricerca progettuale: il product design, la microarchitettura, il disegno dello spazio pubblico. Per Ronan, giacca Antonio Marras e polo a maniche lunghe President’s; per Erwan, giacca Jil Sander - Credits: Styling di David St John-James - Ph. Christophe Meimoon
Storytelling

Nello studio di Ronan & Erwan Bouroullec

Perché possa nascere qualcosa di bello occorrono due cose, la verità della vita quotidiana, che smussa gli spigoli dell’egocentrismo, e una certa bruttezza, vera anche quella. Fedeli a queste due coordinate, Ronan ed Erwan Bouroullec, in ordine anagrafico 45 e 40 anni, da un quarto di secolo l’anima più delicata e poetica del design europeo, come ricordano le mostre di Rennes e Tel Aviv, hanno scelto di lavorare nell’ultimo quartiere popolare di Parigi, Belleville, lontano dalle terraces alla moda e dai turisti.

Di fronte all’ingresso dello studio si apre una tipografia e lungo i lati del cortile, tra biciclette, bidoni dell’immondizia, pallet e fogli di compensato, spuntano due poltrone Palissade, prodotte per Hay, e un tavolino Officina, di Magis, che una pioggia calda e tranquilla ha appena ricoperto di gocce d’acqua. Altri avrebbero ripulito, selezionato, anestetizzato. I Bouroullec no.

Anche perché questa commistione di legno, ferro, plastica è quella che hanno visto da ragazzi, nella campagna non lontano da Quimper, in Bretagna, a soli quindici minuti dal mare, dove sono nati e dove hanno vissuto fino all’arrivo nella capitale.

E che anche l’interno dell’atelier, confusionario ma silenzioso, preciso solo nella disciplina interiore, sia un omaggio all’infanzia e alla vita più semplice lo si capisce dalla cucina, dove avviene il nostro incontro e dove un tavolo di Cappellini, l’aereo e acrobatico Hole Table, è ricoperto da un mollettone bianco e a sua volta da un telo trasparente. Moche: “brutto” in francese, un aggettivo che tornerà spesso a illuminare la conversazione.

Brutto del resto, come indica Erwan Bouroullec – maglione grigio, maniche arrotolate fino al gomito per liberare l’azzurro della camicia – è anche il rotolo di carta assorbente a onde viola, verdi e gialle che spunta dalla mensola accanto alla macchina del caffè, e a una fila di tazze e bicchieri rovesciati. «Ma se non abbiamo la forza di convivere anche con questi segni, se non rinunciamo per un attimo a concettualizzare le cose, a sintetizzarle al punto da non riconoscerne più l’origine, allora non abbiamo scampo. Gli oggetti rimarranno distanti da noi, muti. E questa è la forma peggiore di bruttezza», ribadisce Erwan.

Fuori dalle logiche dei saloni del design, lontano dalla sinuosità delle lampade Aim, per Flos, che scendono come liane dal soffitto, e lontano ugualmente dalle sedie Worknest, collezione Vitra, a dialogo con le scrivanie degli assistenti, quale oggetto è in grado di essere autentico, originale, sincero e quindi bello? Prima di rispondere, Erwan si avvicina alla finestra e segue l’arrivo di suo fratello che nella più travolgente cortesia, alieno a ogni posa divistica, sta portando i panini per la pausa pranzo.

Di nuovo al tavolo, sfilando dal sacchetto una baguette al pollo, Erwan riprende: «Sì, un oggetto così esiste ed è la panchina di Caos Calmo, che il protagonista ha trasformato in una casa, in un punto fermo, nell’unica certezza per sopravvivere dopo la tragedia della morte e ricominciare. Ho pianto leggendo il libro di Sandro Veronesi. E vorrei che tutti i nostri progetti dichiarassero con la stessa onestà la funzione, la storia, la qualità del materiale, i segni del tempo, e l’accoglienza discreta e così umana di quella panchina di legno». E se qualcuno vi accusasse di essere un po’ reazionari? «Avrebbe ragione, io mi sento reazionario, e sicuramente credo più alla madeleine di Proust che a Philippe Starck», risponde Erwan.

«Sì, ma se io da ragazzo ho scelto di fare questo mestiere lo devo proprio a Starck, che allora, siamo nei primi anni 80, aveva ridato valore sociale e mediatico alla figura del designer», prosegue Ronan, tono di voce bassissimo, talento assoluto nel disegno, e la conferma sono i fogli che ricoprono la sua scrivania – un nuovo progetto di tessuti per Artek – e le centinaia di album dalla copertina nera, raccolti in un prezioso cahier (ed. Les Arts Décoratifs), e conservati in una sorta di archivio vivente, che per magia continua a crescere e a dare frutti.

Il segno distintivo nella visione dei Bouroullec è proprio la capacità di infondere una segreta linfa naturale alle forme, come se ogni oggetto – dai moduli Cloud per Cappellini alla Vegetal Chair, per Vitra, da L’Oiseau di nuovo per Vitra all’Osso Chair per Mattiazzi – fosse nato in una giornata di pioggia come questa, direttamente dalla terra bagnata, con la stessa forza e delicata compattezza formale che hanno i germogli quando conquistano la luce. Fango, acqua, onde di mare, voli di uccelli a traiettorie libere, sassi, rami gettati sulla riva, in una parola Bretagna. Se è vero quello che dice Ronan – «non posso stare tre settimane senza vedere il mare» – e se dobbiamo credere a Erwan quando dichiara che l’umidità è il nutrimento della sua immaginazione, allora proustianamente dobbiamo fare ritorno nel luogo di nascita, quella campagna bretone morbida nei rilievi e improvvisamente spezzata dalla verticale delle scogliere, unico accesso all’oceano. E la nostalgia è così autentica, geneticamente, che nel video promozionale del televisore Serif per Samsung appare a tutto schermo il mare in movimento, la spuma bianca delle onde, l’acqua, materia indistinta che forma la vita e anche la sua immagine.

Eppure, altra caratteristica del pensiero Bouroullec, il limite dell’oggetto, della sua funzione e delle sue origini è sempre chiarissimo. Intorno allo schermo, come a un quadro, cresce una cornice che non solo isola, ma dona stabilità all’oggetto. Nella limitatezza dell’esperienza, risiede la sua autenticità, il senso. «Abbiamo voluto realizzare un televisore diverso dagli altri, iper performanti, colori saturi, suo- no stereofonico, progettati per esaltare i film hollywoodiani, da Salvate il Soldato Ryan a Captain America», spiega Ronan.

 «In realtà ci sono sempre piaciute le televisioni nei caffè italiani, sulla parete di fondo del bar, dietro al bancone, il video che si mescola alle bottiglie dei liquori, alle cartoline, alle fotografie. Una televisione che partecipa, non che comanda», aggiunge Erwan. «E in ogni caso io non ho la tv a casa, ho due figlie piccole, sarebbe come perderle, una situazione totalmente fuori controllo», precisa ancora Erwan.

Erwan al lavoro. Sulla scrivania, un modello della lampada Piani di Flos (2011) e campioni di vetro colorato per Glas Italia. In primo piano una Steelwood Chair di Magis (2007) e, a sinistra, alcuni esemplari di Metal Side Table, progetto per Vitra del 2004, presentato allo scorso Salone del Mobile nella versione in legno - Credits: Styling di David St John-James - Ph. Christophe Meimoon
Lo Studio Bouroullec è attualmente impegnato in nuovi progetti per Vitra e Magis. Per Artek sta lavorando a una linea di tessuti. Nella foto, un ritratto di Ronan, con alcuni disegni realizzati per il brand finlandese. Polo President’s. - Credits: Styling di David St John-James - Ph. Christophe Meimoon
un collage appeso a una parete, realizzato dai designer dello studio a partire dalla riproduzio- ne di una foto di Brassaï dal titolo Oiseau 2 (1960) - Credits: Ph. Christophe Meimoon
Moduli Triangle grey (in due dimensioni) della collezione Rombini per Mutina (2015), e disegni realizzati per le mostre di Rennes - Credits: Ph. Christophe Meimoon

Controllare, estendere la quiete che sprigionano questi oggetti anche a un contesto più ampio. La città, per esempio. È il nuovo orizzonte di Ronan. «Ho un’urgenza, forse dettata dall’età, di misurarmi su progetti più grandi, l’architettura, il disegno di spazi urbani. Onestamente vorrei uscire dalla logica della produzione, fondamentale per noi, ma sempre elitaria, troppo, e immaginare un progetto che sia dedicato davvero a tutti. Basta guardare le nostre città e immaginare come potremmo crescere i nostri figli. Ne ho discusso con Jasper Morrison, nostro caro amico, che vive a Tokyo da tanti anni. E lui mi raccontava che se un bambino si perde in un parco giapponese, il padre o la madre sanno che qualcuno glielo riporterà. C’è un senso di fiducia reciproca. Vogliamo immaginare la stessa scena in un parco parigino? La fine del mondo, ed è comprensibile». Soluzioni? In attesa di un nuovo pensiero urbanistico, magari possiamo rileggere in termini di politica sociale una parete composta di Algues, il modulo seminale di Vitra. Non divisioni nette, barriere, muri, ma una presenza fluida che permetta di segnare un limite, e di vedere e dialogare attraverso.

«Ma io tornerei, ed è una scelta politica ed etica anche questa, alle origini del nostro lavoro, al fare con le nostre mani, un po’ come Robinson Crusoe, che non a caso è il primo designer della letteratura moderna, quando dice che un uomo è un uomo se si siede a un tavolo, e allora mangia, scrive, legge, conversa, e da quel nucleo di esperienze organizza il suo spazio vitale. Ed è lo stesso motivo che ci ha spinto a progettare un divano per Hay, tutto da montare, semplice, ma analizzandolo nei singoli pezzi lo si può comprendere e apprezzare di più», continua Erwan. «Mi viene in mente Vico Magistretti, maestro di tutti, quando diceva che un buon progetto è un progetto che si può spiegare al telefono. Vuol dire averlo talmente studiato, perfezionato, reso essenziale e necessario in ogni sua parte, che non c’è neppure più bisogno del disegno. L’oggetto è diventato concretamente l’idea», conclude Ronan.

E quando osservate i vostri oggetti sentite di essere arrivati allo stesso traguardo? «Per anni non volevo guardare nessuno dei nostri mobili, non li sopportavo, vedevo solo i difetti. Adesso sono tollerante verso me stesso, magari sono più rappacificato e sicuro», ammette Ronan. Ma nelle vostre case ci sono tavoli, sedie, librerie, poltrone Bouroullec? «Pochissimi», riprende Erwan.

«Nessuno per adesso, e parlo della casa che forse mi assomiglia di più, una casa che ho appena comprato, una “casa granchio” sulle scogliere di Pont-Aven. Nell’’800 era una locanda, un luogo singolare che ha attratto scrittori e pittori, sulle orme di Gauguin. Fino a pochi anni fa apparteneva a una coppia di tedeschi, che sono andati via improvvisamente. E noi abitiamo ancora tra le loro cose, decisamente brutte. Un giorno le cambieremo, ma adesso va bene così». Moche, eccolo l’aggettivo tabù e salvifico, che rispunta. E lei, Erwan, non ha nulla di brutto in casa? «Non tanto, visto che ho le nostre produzioni, ma con le bambine sono democratico e lascio entrare qualcosa che non è proprio “Bouroullec”». Per esempio? «Ah, certi giocattoli». Qualcosa di veramente moche? «Spiderman».

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Fukasawa è il designer giapponese che pratica la semplicità. Nelle sue forme equilibrate non esistono eccessi, solo quello che è necessario. In trentotto anni di carriera ha reinventato sedie, divani, mobili, lampade, congegni elettronici, telefoni. Il suo obiettivo? Migliorare con i suoi progetti la vita di tutti i giorni, attraverso un design “giusto”