La designer Sabine Marcelis ritratta da Titia Hahne - Credits: Titia Hahne
Storytelling

Sabine Marcelis: un’alchimista alla scoperta dei segreti dei materiali

Sabine Marcelis è una designer atipica. Nata in Olanda, cresciuta in Nuova Zelanda, ha praticato a lungo lo snowboard a livello agonistico ed è attualmente una delle designer emergenti di maggior talento.

I suoi lavori si collocano a metà strada tra sperimentazione sui materiali, intuizioni originali e un approccio quasi alchemico e sono difficili da classificare. È flessibile, pragmatica e aperta alle collaborazioni; abbiamo lavorato insieme, di recente, a una serie di progetti architettonici che sto realizzando per OMA (Office for Metropolitan Architecture), e il suo modo di operare si è trovato per la prima volta alle prese con spazi e dimensioni cui non era abituata.

L’ho incontrata un pomeriggio nel suo studio di Delfshaven, storico quartiere di Rotterdam. Abbiamo discusso del passato, degli e effetti del suo attuale successo, dei suoi interessi e del significato dell’espressione No. 8 wire (letteralmente  "fil di ferro n. 8" un modo di dire che sottolinea l’arte dei neozelandesi di risolvere problemi in modo ingegnoso)

Il tuo lavoro, nell’anno appena trascorso, ha ottenuto grandi riconoscimenti a livello internazionale. La serie Dawn Lights è attualmente esposta al museo Boijmans van Beuningen di Rotterdam; hai partecipato all’ultima edizione di DesignMiami/ e la collaborazione con marchi come Céline e Isabel Marant continua a produrre risultati interessanti. Con l’arrivo del successo, anche il carico di lavoro sta aumentando in misura esponenziale. Come gestisci questo cambiamento?

La mia visione non è cambiata, ma rispetto a qualche anno fa, quando lavoravo perlopiù da sola, sto cercando di costruire una rete di collaboratori capaci di far propria questa visione e di portarla avanti su una scala diversa. Lavoro sia per le gallerie sia per le aziende. Il lavoro con le gallerie è per definizione più personale e aperto alla sperimentazione; con le aziende tendo invece a essere più selettiva e scelgo quelle in cui ritrovo una mentalità a ne alla mia, animata da passione per la ricerca e per la cooperazione. Non potrei accettare commissioni predeterminate, anche se non mi dispiace confrontarmi con i limiti imposti da un determinato brief.

Parliamo del tuo lavoro, che sembra trascendere le dimensioni degli oggetti per tentare di cristallizzare una serie di fenomeni naturali. Le sfumature di colore delle resine impiegate in Dawn Lights o gli e etti ottici degli specchi Seeing Glass Big Round, evocano immancabilmente cieli vasti e mutevoli, nuvole veloci, orizzonti ghiacciati, bagliori colorati. È una scelta che potrebbe avere a che fare con gli anni che hai trascorso in Nuova Zelanda?

A livello inconscio, forse. Mi sono trasferita in Nuova Zelanda quando avevo 10 anni, in un paesino di soli 4mila abitanti che si chiama Waihi. L’unica cosa che c’era da fare era gironzolare in mezzo alla natura. Ho passato tanto tempo sulla neve facendo snowboard. Può darsi che il mio interesse per gli e effetti ottici risalga a quel periodo.

In che senso?

Be’, per esempio, pensa a come si può filtrare la luce del sole alterando la vista per mezzo di lenti di colori diversi. Nei giorni nuvolosi si portano occhiali con lenti arancioni o rosa. Quelle gialle vanno bene nei giorni di neve, e quelle color bronzo nei giorni di sole. Ero affascinata dal modo in cui la visione attraverso lenti di colori diversi in influenzava l’esperienza percettiva dell’ambiente circostante. In sostanza, l’idea è quella di adottare un altro per controllare la percezione.

Oggi le linee di demarcazione tra product design, arte, ricerca visiva e persino architettura si fanno sempre più sfumate. Viviamo in un momento culturalmente entusiasmante in cui l’assenza di chiari confini mette in discussione l’identità della nostra professione, ma anche la natura dei nostri prodotti, dando spesso luogo a esiti inattesi e più interessanti. La tua opera evoca le ricerche di artisti del calibro di Roni Horn o di Olafur Eliasson.

È vero, riconosco senz’altro di trarre ispirazione da artisti le cui opere giocano con gli effetti ottici. E non sono certo la prima a indagare la forma pura cercando di portare al limite estremo le proprietà dei materiali.

Sul tavolo dello studio di Rotterdam, la nuova collezione di luci che Sabine presenterà il prossimo maggio alla Collective Design Fair di New York presso la galleria Etage Projects. - Credits: Titia Hahne
Alcuni campioni in resina di diverse sfumature della collezione Dawn Lights - Credits: Titia Hahne
A sinistra, la collezione Dawn Lights indaga la manipolazione del colore e la sua interazione con la luce attraverso un neon bianco immerso nella resina. A destra, nella serie Voie Lights una fonte di luce primaria (neon) viene in- tercettata da un oggetto disegnato (in resina), creando effetti cromatici - Credits: Titia Hahne
Una fase del processo produttivo di una Voie Lights - Credits: Titia Hahne
Sabine prepara il packaging di una speciale edizione di Seeing Glass Big Round (a parete), un progetto in collaborazione con Brit van Nerven - Credits: Titia Hahne

Già, e come questi artisti sembri particolarmente interessata alla sperimentazione continua sui materiali. Una prassi che, procedendo per tentativi ed errori, investiga le loro proprietà, le loro trasformazioni e la loro reazione a contatto con altri elementi, come per esempio la luce.

Sì, il mio punto di partenza non è mai l’idea di esperienza legata semplicemente all’uso, né una concezione puramente formale del design. Preferisco, piuttosto, sperimentare sui materiali, cercare di portarli al loro limite, e cominciare a pensare alle possibili applicazioni soltanto quando ho ottenuto quel che desideravo. In un certo senso è quasi un processo astratto, che cristallizza un determinato momento dell’interazione tra vari fenomeni.

Quest’idea risulta quasi liberatoria per un designer. La tua produzione è ricerca e sperimentazione, non il solito e banale sviluppo di forme.

Esatto. In questo modo, quale che sia il progetto, o la scala, a cui sto lavorando, posso adottare un approccio trasversale, in cui l’applicazione dei materiali che sto testando risulti funzionale ed efficiente, a prescindere dalla forma finale.

Direi che è questo il nostro punto di contatto. Stiamo collaborando allo sviluppo di due progetti: una gioielleria in Place Vendôme, a Parigi, e un’imponente installazione per una hall di ingresso a Berlino. Ora, d’un tratto, la tua opera si confronta con spazi più vasti e con nuove forme di collaborazione. Hai cambiato il tuo approccio per affrontare questi progetti?

Non esattamente, ed è proprio questa la cosa che mi piace di più. Sperimento con i materiali prima di trovare per essi un’applicazione concreta; per esempio, il risultato delle mie ricerche sul vetro può essere esteso e adattato a progetti di varie proporzioni. La collaborazione con te, con gli architetti, mi ha offerto l’opportunità di trasformare questo materiale in un dispositivo spaziale: a Parigi servirà a creare e etti ottici e riflessi di luce inattesi, applicando al massimo l’altezza di spazi dai soffitti, molto bassi; a Berlino, invece, servirà a mettere in risalto l’ingresso spettacolare del grande magazzino più antico della città, massimizzando la sensazione di profondità e agendo quasi come un trompe-l’oeil contemporaneo... In entrambi i casi, non ho disegnato una soluzione: ho condiviso i risultati delle mie ricerche su e etti ottici e rifrazione speculare, per poi lasciare ad altri professionisti il divertimento di trovarne delle applicazioni.

Nel tuo caso si può parlare a ragione di collaborazioni aperte. Tu lavori con una rete di vetrai, artigiani della resina, fornitori capaci e produttori con cui esegui esperimenti in corso d’opera per poi giungere ai prodotti finali. È un modello molto interessante: ti comporti come curatrice di una procedura complessa che vede il coinvolgimento di numerosi attori capaci di produrre sapere e applicazioni.

Sì, il fulcro del mio lavoro è la sperimentazione. La collaborazione, in questo senso, è necessaria – vitale, direi – per il processo. Lavorare con esperti di diverse specialità serve a me per accrescere la portata e la profondità del mio lavoro, mentre sul piano collettivo, esperimento dopo esperimento, ognuno amplia il proprio sapere. Il mio prossimo lavoro, per esempio, non è un prodotto, bensì un progetto di ricerca sulla combinazione di nuovi materiali in collaborazione con specialisti di varie industrie, e per far questo ho avuto la fortuna di ricevere un finanziamento dal governo olandese.

Proprio qui, direi, sta l’essenza di un processo aperto: si possono produrre nuove opere quasi su richiesta, seguendo il proprio intuito e i propri interessi e ride nendo di continuo gli obiettivi.

Si potrebbe parlare di mentalità da “fil di ferro n. 8”...

Ha a che fare con la Nuova Zelanda?

Sì, è una combinazione di creatività, adattabilità e ingenuità che descrive molto bene il carattere e la mentalità dei Kiwi... Si riferisce a una filosofia della vita e del lavoro che si affida all’inventiva, tenendo conto delle risorse di cui si dispone e che vede le limitazioni come opportunità. — Traduzione di Gianni Pannofino

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