La zona pontoni, a circa 11 metri dalla chiglia. L’area rimane in superficie durante la navigazione e s’immerge nel corso delle operazioni - Credits: Ph. Delfino Sisto Legnani
Il braccio di una delle due gru della nave. Ciascuna è in grado di sollevare fino a 7.000 tonnellate. - Credits: Ph. Delfino Sisto Legnani
Uno degli ingressi alla sala controllo macchine. - Credits: Ph. Delfino Sisto Legnani
Veduta complessiva della nave ormeggiata nel porto industriale di Cartagena, in Spagna, per lavori di manutenzione ordinaria. Una delle gru è issata, l’altra si trova in posizione di riposo. Sul lato corto dell’imbarcazione, si vedono le scialuppe di salvataggio. Si scorge inoltre il cassero di poppa con gli alloggi del personale, la cabina di comando e gli uffici. - Credits: Ph. Delfino Sisto Legnani
Particolare dell’eliporto, su cui atterrano gli elicotteri utilizzati per i cambi squadra e in caso d’emergenza. Dietro, dettaglio di una gru. - Credits: Ph. Delfino Sisto Legnani
Alcuni maniglioni di varie dimensioni. Una volta collegati alle funi d’acciaio, consentono di agganciare e sollevare il peso desiderato. - Credits: Ph. Delfino Sisto Legnani
Un’ampia prospettiva della sala generatori. Servono a far navigare la nave o a mantenerla in posizione durante i lavori. Ce ne sono 12 distribuiti in sei ambienti come quello qui riprodotto. - Credits: Ph. Delfino Sisto Legnani
Un angolo della coperta, l’area di lavoro esterna, il vero e proprio cantiere della nave in cui si preparano le strutture che verranno sollevate. Nell’immagine si notano una piccola gru, un muletto e alcune impalcature. - Credits: Ph. Delfino Sisto Legnani
A sinistra, una delle sale con televisore. I programmi arrivano via satellite e sono trasmessi nelle varie lingue parlate dai componenti dell’equipaggio. A destra, un evaporatore, sistema che produce acqua distillata. La protezione attorno ai tubi serve a foderarli. Toccandoli, altrimenti, risulterebbero incandescenti. - Credits: Ph. Delfino Sisto Legnani
Storytelling

Nell’antro del ciclope

ll respiro della bestia è un fischio tetro, un’altalena di brevi scricchiolii con addosso il ritmo delle onde. Percepirlo è inevitabile, sovrasta qualsiasi altro tentativo di rumore: le sberle del mare sull’asfalto della banchina, l’orchestra forastica del vento, il brusio della città che di sera luccica laggiù davanti al porto. Il respiro della bestia è il soffio di vita di questo mastodonte galleggiante che, con la sua stazza, incolla lo sguardo all’insù, lo rapisce con le proporzioni di un’incontenibile possanza: 200 metri di lunghezza per 90 di larghezza; due braccia colossali, una coppia di bicipiti in grado d’alzare in aria 14 mila tonnellate. Settemila al massimo per ciascuna gru, forza espressa in cifre diventata nome di battesimo: Saipem 7000.

La più grande nave al mondo per sollevamento carichi tra i flutti. Un’imbarcazione capace di comporre piattaforme petrolifere, un obeso tassello alla volta, come se stesse giocando con mattoncini di plastica; di posare condotte fino a 2 mila metri di profondità o concedersi virtuosismi da laboratorio d’alta orologeria, per esempio incassare una pala eolica sul pelo dell’acqua di un fiordo norvegese. Costruita a Monfalcone, consegnata nel 1987, da più di un quarto di secolo cova un trucco magico. È un semisommergibile, pronto a riempirsi d’oceano e inabissarsi, calandosi giù fino a 27 metri, facendo sparire in tre ore oltre la metà dei suoi 40 metri d’altezza. Il gioco di prestigio mira a ottenere stabilità quando da issare c’è l’equivalente di un palazzo di molti piani, mentre le correnti si divertono a creare scompiglio e squilibri, a far traballare senza un filo di musica quest’officina che come tetto ha il cielo e per pavimento il mare. Questo cantiere in perenne oscillare tra la nostalgia per la terraferma e la suggestione della prossima sfida verso qualche altra latitudine: d’inverno i paesi tropicali, d’estate il nord dell’Europa, inseguendo gli agi del calore, l’avvicendarsi delle stagioni miti per smussare le variabili dei capricci metereologici.

Un vascello con ossessioni da navicella spaziale: «Condividiamo il motto della Nasa, qui “failure is not an option”. Il fallimento non è contemplabile. La posta in gioco è troppo alta. L’errore, semplicemente, non accettabile», scandisce senza enfasi Guido Schiappacasse, ligure di Camogli, uno dei due comandanti della nave, veterano dell’universo salino, in Saipem da quasi quarant’anni. Ogni 28 giorni si alterna con Francesco Di Pietro, siciliano (fiero) di Messina, partito da allievo ufficiale di coperta sulla 7000 e dal 2011 al suo timone. Che poi timone non è, ma un minuscolo joystick in cui convergono elettronica e neuroni di un esercito di computer. Sono una trentina schierati in sequenza, generano uno scherzo visivo: danno a una levetta infima, ai limiti dell’insignificante, la patente di muovere un ciclope di tale volume. È il progresso che raschia via la polvere del tempo sulla cabina di comando, dove vintage e avanguardia si fanno compagnia a vicenda. Dove display e pannelli di ultima generazione convivono con macchinari carichi di fascino analogico, tra pulsantoni, ghiere, telefoni a disco, schermi paleolitici e altre spie dell’età anagrafica non infantile della nave. Età aggiornata da dotazioni futuristiche per proiettarsi in avanti, durare ancora a lungo: come minimo, per i prossimi vent’anni.

L’ultima manutenzione va avanti da alcune settimane qui, nel porto di Carta- gena, tra giornate calde e tramonti gelidi che spengono i paesaggi spelacchiati della Murcia, sponda sud della Spagna selvaggia. Nei paraggi di El Zulo, dolente scultura di bronzo di un uomo rannicchiato dentro se stesso, la testa tra le ginocchia, le mani che abbracciano le gambe. Un tributo alle vittime del terrorismo, antipodo estetico dell’imbarcazione-cantiere che invece,
con i suoi arti d’acciaio slanciati e spalancati, predica l’inverso, esibisce l’opposto: robustezza, resistenza, la forza di non piegarsi alla fatica. La stessa che devono sviluppare i suoi abitanti, un po’ marittimi e un po’ personale di cantiere, da un minimo di 300 a un massimo di oltre 700 durante le missioni impegnative. 
Arrivano da Francia e Bulgaria, Croazia e Thailandia, Turchia e Malesia e un’altra decina di Paesi. Un melting pot strizzato nel perimetro di due campi di calcio e mezzo, a giocare una partita scandita da un’organizzazione rigorosa: si va avanti per 24 ore, in due turni da 12. Si mangia ogni sei: qualcuno pranza a mezzanotte e cena con l’alba. È l’orologio ad assegnare veglia o riposo, non l’avvicendarsi del sole con la luna. Tutti i giorni. «A bordo è sempre lunedì», ripete Salvatore Sapienza, godendosi la soddisfazione di una battuta esibita mille volte, che ogni volta fa centro. Primo ufficiale di coperta, 38 anni, racconta l’ambivalenza di un lavoro che prende e poi dà. Che fiacca ma premia. Ben pagato, fino a dieci volte in più rispetto agli stipendi medi per le stesse mansioni in un’officina tradizionale, ma che strappa da casa anche per sei mesi. Regalando altrettanti periodi di riposo, in cui si può stare con moglie e figli, visti crescere nelle foto di una chat, dimenticare il dovere o girare il mondo: una vacanza dilatata come ricompensa. Un’altra alternanza, l’ennesima dicotomia elevata a ciclo di vita: sudore e disimpegno; prigionia del dovere e libertà. «A bordo piangi, a terra ridi», è il secondo motto di Salvatore e compagni di rotta.

Ma di lacrime non se ne vedono vagando per il reticolo di ascensori, corridoi, aree private e comuni che si aprono nel ventre della Saipem 7000. Si sente qualche rara risata e molte battute da uomini, di sport e di donne: esaltate, evocate, grandi assenti. Una su 300, durante la sosta a Cartagena: meno e meglio di niente. La socialità vive nei capannelli davanti alle tv, una stanza per lingua, rimbalzi di calcio dal satellite: telecronache in spagnolo, inglese, croato, gol strozzati e gioie urlate al soffitto basso; nell’area in cui si fuma e in quelle con le luci soffuse per favorire il relax; in sala mensa, dove antipasto e dolce sono a buffet, il menu spazia tra il riso per gli asiatici e una decente linguina allo scoglio per gli italiani, una bistecca e un pesce spada un po’ per tutti. La scelta è vasta, la stiva gonfia, ci sono provviste per tre o quattro mesi. Poi, gli instancabili vanno a sudare ancora in palestra o nella sauna, gli altri navigano in internet o chiamano casa stravaccati sui divani. Isolati da chi sta intorno, per ritrovarsi con chi li aspetta al ritorno o naufragare nell’intimità della memoria. Ci sono contenitori per la raccolta differenziata sparsi ovunque e una bilancia supertecnologica che consiglia la dieta più appropriata; la caffetteria, la lavanderia, il barbiere, l’infermeria. «Tutto è a portata di mano», dice Schiappacasse, «Il lavoro dista pochi passi, ho l’ufficio a fianco al letto, non devo mai prendere autobus o metropolitane. Ci sono tutte le grandi cose, mancano le piccole. Come due chiacchiere di sera, accanto a un vecchio amico su una strada familiare». Eppure, la nave ricorda un paesotto con i suoi crocicchi e le sue piazze, niente case e tutta camere d’albergo: la cabina viene rifatta ogni giorno, lenzuola e asciugamani sono sostituite due volte a settimana. La nave è una caserma, in parte, viste le sue ossessioni e i divieti. Tolleranza zero per l’alcol, proibito a bordo: chiunque scenda in città per una cena e un po’ d’aria di cemento, al ritorno deve sottoporsi a un test. Chi sgarra, scende. È fuori. La sicurezza ha la priorità: i visitatori, per prima cosa, frequentano un corso su procedure d’evacuazione e punti di raccolta in caso d’emergenza; devono indossare divisa aziendale ed elmetto per la coperta, la grande spianata dove trapani e frese lanciano scintille, robot subacquei in titanio si preparano all’immersione, pilotati a distanza dalla superficie; stesso abbigliamento per scendere nei labirintici cunicoli della sala macchine dove, senza guida, ci si perde alla seconda curva e tutto è in scala esagerata: i cerotti di tessuto che foderano tubi roventi, le pinze, i bulloni, le chiavi inglesi.

Resta da affrontare il pezzo forte, la salita sulla gru, dove gli scalini si assottigliano una rampa dietro l’altra, si fanno ripidi via via che ci si allontana dal piano terra. A metà strada ecco il podio del direttore d’orchestra, la cabina con
la console ipertecnologica che, tra spie e levette, aziona i vari ganci: quello in grado di sollevare 120, 900, 2.500 tonnellate e il 
più prestante, da 7 mila. Ognuno è innervato di cavi, le vene che distribuiscono meglio il peso. In cabina si abbandona il taccuino, la salita diventa quasi arrampica- ta e serve reggersi con entrambe le mani; i fori circolari sui gradini accendono un filo di vertigine, l’ululato del vento carico di iodio scompiglia i sensi e li frastorna. Quasi in vetta, il brulicare delle tute arancioni sul ponte sembra un formicaio diligente; le scialuppe, le impalcature, i gomitoli di corde e le macchine industriali, paiono i giocattoli di un bambino sparsi su un tappeto steso sul mare. Il continuo scricchiolio della nave adesso tace, non arriva fin quassù. La bestia si culla mansueta dalla prospettiva della cima, mentre ci si aggrappa ai suoi muscoli d’acciaio.

Places
Terrazza Martini si rifà il look

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