L’edificio interamente rivestito in alluminio. Tra il guscio metallico e i muri portanti, c’è un’intercapedine d’aria che climatizza naturalmente gli interni - Credits: Ph. Max Rommel
Storytelling

La scatola metallica

Splende come nessuna casa a Milano. Splende perché di alluminio, alter ego sobrio dell’argento, visto che il proprietario di questa dimora futuribile in facciata e negli interni sintesi del design italiano è uno dei più famosi e innovativi argentieri.

Ma soprattutto a splendere nella delicata partitura geometrica e a dichiararsi forte e indissolubile nel ferro grezzo della porta d’ingresso è la storia di un’amicizia profonda, che da quarant’anni lega Ciro Cacchione, patron di San Lorenzo, e Tobia Scarpa, autore insieme alla moglie Afra di una collezione di meravigliosi oggetti e monili prodotti dalla maison milanese, non ultima l’innovativa serie di pentole Pan 999, interamente in argento. E si potrebbe partire dalla luce che sprigionano questi utensili, quotidiani e preziosi, dove il cibo, quindi la qualità della nostra vita, è alieno da ogni aggressione batterica, per capire anche la natura “purificatrice” di questa casa, in cui il design, eternamente contemporaneo nonostante l’età, dialoga con un semplice orto di rose e rosmarino, una magnolia, e una serie di vecchi laboratori in ogni tonalità di grigio. «Anche per questa vicinanza Tobia Scarpa ha voluto infondere alla facciata un carattere più industriale, dove le lastre in alluminio assorbono il calore e lasciano fresco l’interno, grazie a un’intercapedine d’aria», ricorda Ciro Cacchione, elegantissimo, voce quasi sussurrata che ben si unisce all’aroma fruttato della sua pipa.

Una veduta della zona giorno con la scala sospesa, le poltrone prodotte da Meritalia, il tavolino in legno e il quadro. Tutto è stato disegnato da Tobia Scarpa - Credits: Ph. Max Rommel
Ciro Cacchione. L’argentiere commissionò il progetto della sua casa milanese all’amico Tobia Scarpa nel 2001 - Credits: Ph. Max Rommel
A sinistra, in camera due prototipi: il tavolino Cicognino disegnato da Franco Albini oggi prodotto da Cassina e il letto di Scarpa per Maxalto. A destra, uno scorcio del terrazzo con il sistema di tensostrutture disegnato dal progettista. La scultura a forma di testa proviene dal giardino - Credits: Ph. Max Rommel
A sinistra, tavolo e sedie disegnati da Tobia Scarpa per Goppion e paravento per Atanor. I vasi gialli sono di Franco Albini e Franca Helg per San Lorenzo. A destra, olini di Tobia Scarpa. Il tappeto di Elio Parmisano annodato a mano, è un’opera di Ugo Nespolo. A parete, litografie di Luigi Veronesi. - Credits: Ph. Max Rommel

Il grigio prosegue oltre l’ingresso, e la luce, riflettendosi sulle pareti a diversa granulosità, ritma gli ambienti, il salotto, la sala da pranzo e la cucina al primo piano, e le camere da letto al secondo. Una scala di ferro unisce gli spazi, messa in opera e ssata solo in due punti, con un piccolo stacco dal muro per sottolineare l’eleganza del disegno. «Scherzando, ma non troppo, Scarpa dice che il disegno è metadisegno, metà a dato alla matita e metà alle chiacchiere», racconta Cacchione. «Quando nel 2001 abbiamo iniziato i lavori, Tobia ha riunito le maestranze, elettricisti, muratori, idraulici e sotto i loro occhi, in una riunione di due ore e mezzo, ha fatto nascere il progetto e i motivi di ogni dettaglio. Scarpa può anche apparire una persona leggera e scanzonata, ma è un professionista di una severità totale». Di questo carattere «Libero nelle provocazioni e nelle fantasie, tanto c’era Afra che teneva il filo», spiega il padrone di casa, Cacchione ha sentito il fascino n dagli anni 70. «Mi sono sposato comprando il divano 917 di Cassina, prototipo di Scarpa, e da allora è nato il nostro sodalizio. Quando Tobia viene a Milano, viene qui: è casa tua, gli dico. E per sottolineare l’appartenenza aggiungo: vedi che le cose sono quasi tutte tue? Al che, Tobia mi risponde: io vedo quelle che non sono mie».

Nell’ordine, non appartengono al grande architetto veneziano le lampade di Joe Colombo e di Gino Sarfatti, le tripoline, i vasi di Franco Albini per San Lorenzo, il prototipo del Cicognino sempre di Albini, un tavolino di Ignazio Gardella per Azucena, «E una scrivania americana prodotta da Arflex, regalo di mia madre quando mi sono laureato». Tutto il resto è di Scarpa, dai quadri alle poltrone, dalle sedie al tavolo, no al letto, compreso un nodo di sua invenzione. «È un marinaio provetto», ricorda l’amico. E il nodo tiene uniti i moduli di legno del separé in cucina e si ri ette con la stessa ra natezza nei sostegni della tensostruttura del grande tarrazzo.

Dalle finestre il panorama parla di nuovo la lingua degli architetti. All’orizzonte appaiono le case disegnate a Milano da Albini, a sinistra l’albergo giapponese di Kenzo Tange, «E adesso che è inverno e gli alberi sono spogli riesco a vedere persino la Torre Velasca». Girandosi di nuovo verso il salotto non si può fare a meno di ammirare le imponenti vetrate e immaginare la luce e il silenzio che al mattino inondano ogni ambiente e lasciano cantare i colori, quella perfetta orchestra da camera di rossi, viola, verdi e gialli. Ancora un dettaglio, al momento del congedo. Anche la maniglia delle porte è disegnata da Scarpa e si chiama Ciro. Deve essere bello entrare e uscire di casa con il proprio nome. Ed è un regalo che solo un amico può fare.

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