Da sinistra: Spencer Bailey e Andrew Zuckerman - Credits: Foto: Weston Wells
Storytelling

The Slowdown: l’arte di rallentare in formato podcast

Si potrebbe definire un progetto editoriale da ascoltare quello del giornalista e scrittore americano Spencer Bailey e di Andrew Zuckerman, fotografo, filmaker e curatore. Insieme, nel maggio di quest'anno, hanno dato il via a The Slowdown, agenzia media che ha lanciato i Time Sensitive Podcast, serie di conversazioni con artisti, creativi, architetti – tra cui Bjarke Ingels, Teresita Fernández e Jon Gray - imprenditori e professionisti di ogni genere. Tutti, però, con un'idea precisa del tempo e del suo fluire. Ogni settimana, Spencer Bailey e Andrew Zuckerman pubblicano una loro intervista, componendo un collage di storie, pensieri e riflessioni da cui lasciarsi ispirare. Un progetto che ripensa il formato del podcast stimolando un'immersione nella vita di personaggi curiosi e coraggiosi – non necessariamente famosi - che cercano di cambiare in meglio il mondo in cui viviamo. Abbiamo chiesto a Spencer Bailey di raccontarci com'è nata l'idea dei Time Sensitive Podcast.

Partiamo dall'inizio: cos'è The Slowdown?

Più che una semplice agenzia media, è una piattaforma che nasce da una concezione olistica e razionalmente positiva della vita. Ci piace descriverci come creatori di “contenuti brevi a lungo raggio”, oppure come “conscious entertainment.” Io e Andrew sentiamo di essere agli inizi di uno “slowdown movement”, simile al movimento dello Slow Food nato in Italia negli anni Ottanta, ma in questo caso applicato ai media e alla tecnologia. Con The Slowdown vogliamo dare priorità alla conversazione piuttosto che alla presentazione, alle domande invece che ai commenti. Vogliamo incoraggiare lo sviluppo di nuovi modi di pensare attraverso persone e idee che sposano una certa idea di lentezza. Attenzione, però: non vogliamo suggerire come sia meglio vivere, ma semplicemente alimentare la creatività e ispirare meraviglia. La nostra idea è quella di offrire una casa ai temi più urgenti della nostra epoca: cultura, natura e futuro.

Ci parli dei Time Sensitive podcast?

Si tratta di interviste a varie personalità del mondo dell'arte, della cultura e della creatività in generale, suddivise in quattro capitoli ciascuna dai cinque ai venticinque minuti. L'obiettivo è quello di invitare a guardare il mondo da una prospettiva più ampia, facendo riflettere sul nostro rapporto con il tempo, su chi siamo, da dove veniamo e dove stiamo andando su questa Terra.

Cosa pensi dei podcast? Si tratta di un fenomeno destinato a durare?

Penso che i podcast rimarranno a lungo: nel sovraccarico odierno di input, le persone continueranno a desiderare esperienze audio di alta qualità. Differentemente da internet, all'interno dei podcast non esistono algoritmi in grado di aiutarti ad ascoltarli in modo più efficiente. Devi prenderti il giusto tempo e ascoltare. Da qui ci siamo posti la domanda: come creare contenuti che siano coinvolgenti e che incoraggino le persone a rallentare l'ascolto? Un podcast è anche qualcosa che si inserisce perfettamente nella nostra vita frenetica, che può essere ascoltato facendo magari altro.

Come selezionate i vostri intervistati? Qual è il vostro criterio?

Il nostro metodo di selezione è molto spontaneo, si basa su quanto gli intervistati possano contribuire a una conversazione più ampia. Sul piano pratico, si tratta di persone coinvolte nell'ambito culturale, ambientale o che si occupano di costruire un futuro diverso. Fino a oggi abbiamo avuto con noi due architetti, un imprenditore del settore food, una fashion stylist, un'artista, il CEO di una NGO, un grafico, uno scrittore e un professionista del tech. In tutti questi ambiti, esistono grandi menti in grado di esercitare una forte influenza sul pianeta in cui viviamo. Tutti loro sono molto sensibili al temo dello scorrere del tempo.

Qual è stata la reazione del pubblico?

Ormai siamo all'undicesimo episodio e la risposta del pubblico – il pubblico giusto - è fenomenale. A noi interessa il “chi”, non il “in quanti”. In realtà non avevamo alcun tipo di aspettative, ma tutto ciò che avevamo in mente in fatto di traguardi è stato ampiamente superato.

La conversazione più divertente?

Probabilmente quella con lo chef Jon Gray del collettivo Ghetto Gastro. Una persona estremamente sincera. Che non batte, come si dice in America, “intorno al cespuglio”. Jon va diretto al punto. Sa esattamente chi è e cosa gli interessa, non esita a dire la sua. Non lo descriverei divertente in modo banale, da “ahhaha” e basta. È talmente a suo agio con la sua persona e con il suo posto nel mondo da riuscire a distillarlo in qualcosa di fresco, onesto e diretto. In questo senso, Jon è esilarante, perché sembra esattamente quello che è. Potrei ascoltarlo per ore. Ridere è istintivo con lui.

La cosa più bella che hai imparato?

L'artista Teresita Fernández mi ha insegnato il concetto giapponese di shakkei, che si traduce con “paesaggio in prestito”. Shakkei è un'antica tecnica paesaggistica tipica dei giardini orientali, che incorpora elementi esterni del paesaggio all'interno di un giardino. Come in una stanza con una finestra aperta, dove fuori di essa si vedono cespugli in primo piano, un giardino roccioso, una recinzione, un confine lontano, e poi, ancora più in lontananza, una montagna o una collina. Tutto compone un diorama vivente: è un modo di pensare la natura in cui il mondo esterno è parte dello spazio interno. Ascoltare Teresita parlare del suo concetto di paesaggio mi ha stimolato a riflettere sulla mia identità e sul mio luogo nel mondo.