Sophie Whettnall - Credits: © Lydie Nesvadba
Exhibition overview – Sophie Whettnall – Etel Adnan - Credits: © Philippe De Gobert
Femmes sans ombres - Credits: © Sophie Whettnall
Exhibition overview – La banquise, la forêt et les étoiles - Credits: © Philippe De Gobert
Exhibition overview – Les Porteuses - Credits: © Philippe De Gobert
Exhibition overview – Les Porteuses - Credits: © Philippe De Gobert
Photo de la maquette de l’exposition - Credits: © Lydie Nesvadba
Shadow pieces - Credits: © Sophie Whettnall
Exhibition overview – La banquise, la forêt et les étoiles - Credits: © Philippe De Gobert
Storytelling

Sophie Whettnall, tra natura e memoria

Si chiama CENTRALE il centro d’arte contemporanea di Bruxelles inaugurato nel 2006 all’interno della prima centrale elettrica della città costruita a fine ‘800. Della sua precedente identità ne conserva il nome e l’architettura semi industriale, ma i suoi spazi sono oggi dedicati alla promozione e all’esposizione delle arti di artisti internazionali. Fino al 4 agosto CENTRALE ospita il progetto espositivo Sophie Whettnall – Etel Adnan. La banquise, la forêt et les étoiles (Il lago di ghiaccio, le foreste e le stelle) a cura di Carine Fol, un dialogo a due voci nato dall’idea della belga Sophie Whettnall (1973) invitata a scegliere il lavoro di un’artista internazionale, in questo caso la libanese americana Etel Adnan (1925), da esporre assieme al suo. Ne è nata una mostra che, attraverso una narrazione visiva sofisticata e il richiamo percettivo a sensazioni contrastanti, crea un’esperienza intima e immersiva, aderente all’ambiente senza forzature. Il percorso espositivo segue una forma quasi autobiografica che svela, nella successione delle sale, tra video, sculture, dipinti e installazioni, la presenza degli irriducibili paesaggi dell’essere. Sophie Whettnall ci racconta com’è nato e come ha preso forma questo sottile dialogo a due voci col lavoro di Etel Adnan.

La banquise, la forêt et les étoiles è una mostra sui generis che ti vede al tempo stesso nel ruolo di artista in dialogo con un curatore, Carine Fol, e di curatrice in dialogo con un altro artista da te invitato, Etel Adnan. Perché hai scelto Etel Adnan come tuo interlocutore e in che modo la sua presenza ti ha influenzata nella selezione delle opere e nello sviluppo del concept della mostra, in particolare nella “narrazione” e nella costruzione del percorso espositivo - Etel Adnan è anche scrittrice, quest’elemento è molto presente nel suo lavoro.
È la prima volta che mi trovo a curare l’opera di un altro artista, questo mi ha permesso di comprendere meglio cosa vuole dire essere un curatore. Al tempo stesso Carine Fol mi ha lasciato carte blanche su tutto, ogni mia proposta è stata ben accettata, abbiamo collaborato in maniera molto fluida. Assieme abbiamo deciso di creare la mostra come un percorso, una camminata. Il mio lavoro si rivolge alla natura e alla memoria sia come mezzo espressivo che come soggetto, in relazione soprattutto alle donne nel mondo di oggi: la mostra inizia con un’installazione video di portata universale, Les Porteuses, che rende omaggio alle donne Africane e si conclude con un altro video, Transmission Life, molto più personale che mette in scena me assieme a mia madre e mia figlia, quindi c’è un percorso che dal macro va verso una dimensione più intima. L’opera di Etel Adnan è allestita principalmente nella grande sala centrale, là ho voluto mettere a confronto due generazioni, due culture, due donne, questo bisogno di trasmissione del quale entrambe parliamo e la relazione con la natura e il modo, volevo imprimere sia fisicamente che emotivamente questo senso del doppio, di questi due modi molto diversi di parlare della stessa cosa ovvero della memoria della natura. Il potere dell’opera di Etel si manifesta proprio nel contrasto tra i suoi dipinti di dimensioni molto piccole e le pareti alte quasi 12 metri, mentre io ho scelto di occupare l’ambiente in relazione allo spazio e all’architettura e ho lavorato su base sculturale.

Il titolo che hai scelto, La banquise, la forêt et les étoiles, evoca questa forte presenza che unisce i vostri due lavori ovvero il paesaggio in senso ampio, sia nel senso fisico della natura che metaforico dell’intimo. Infatti in questa mostra il tuo lavoro rivela un volto più sculturale mentre quello di Etel Adnan più pittorico. In entrambi c’è del materiale biografico che costituisce la narrazione dell’opera e che contribuisce a dettare un tempo della mostra e dell’esperienza di chi osserva, che non sta solo di fronte all’opera ma partecipa anche dell’ambiente...
Sì, c’è una forte componente temporale. Ho voluto lavorare con la luce e il suo movimento per dare la percezione del passaggio del tempo. C’è una struttura con lampade al neon, che ho comunque voluto lasciare visibile, che genera un movimento quasi impercettibile dell’illuminazione dall’alto verso il basso e che crea ombre ed effetti luminosi. Il paesaggio espositivo è contemplativo e il pubblico resta a lungo nello spazio perché si sente avvolto da un’atmosfera di tranquillità, l’opera è estesa nello spazio e dilatata nel tempo. Alla fine di questo percorso, l’ultimo video Transmission Life - remake del film L’enfer (Inferno) (1964) di Henri-Georges Clouzot - riequilibra l’esperienza vissuta durante la mostra e vuole lasciare una sensazione di “bellezza”. Questo tema del bello è un po’ un tabù nel mondo dell’arte contemporanea e io ho voluto usare la bellezza come strumento, come mezzo per esprimere la violenza, e c’è molta violenza nel mio lavoro ma sempre celata dalla bellezza per renderla comprensibile e digeribile. Per esempio, le sculture contemplative che sembrano quasi degli Iceberg, sono rosa, morbidi, confortevoli, ma sotto il primo strato superficiale ricoperto da una patina rosa che ricorda la consistenza di una torta, evocano una cosistenza più tagliente e rigida.

Nel video Transmission Life il tema è anche quello delle generazioni, delle diverse storie nel tempo ma tutte connesse al bello, alla femminilità, alla trasmissione...
Sì anche Etel Adnan parla molto di come la cultura le sia stata trasmessa oralmente dalla sua famiglia, e nel video mia mamma racconta la storia della sua vita e tutte le sue delusioni e i suoi segreti. La trasmissione del passato è la mia grande domanda: cosa portiamo con noi, cosa sappiamo e cosa non conosciamo, cosa trasmettiamo ai nostri figli e qual è lo scarto tra ciò che trasmettiamo loro come madri o come artisti e ciò che loro comprendono come figli o come pubblico. Come artista è importante chiedersi cosa si vuole dire e cosa si dice effettivamente.

Nel suo testo la curatrice Carine Fol fa riferimento al concetto di “intimità infinita” così come ne parla il filosofo Gaston Bachelard, un elemento talmente piccolo da essere intangibile o addirittura invisibile ma al tempo stesso ampio da abbracciare l’universo. Nel lavoro tuo e di Etel Adnan, così come in mostra, c’è una connessione tra il materiale impalpabile dell’esistenza e quello fisico del corpo, che è importante come strumento, veicolo, di esperienza, lo si vede ad esempio nei linguaggi video o performativi...
Sì, e anche nello spazio e nell’architettura grazie alla luce e alle ombre che creano questa dimensione infinita e astratta, ciò che abbiamo nella mente va al di là, supera lo spazio, è un’“immensité intime” - tra l’altro ho scoperto che Etel Adnan ha studiato con Gaston Bachelard - io ed Etel ci incontriamo qui, il nostro dialogo non si esprime solo nella dimensione visibile ma anche in tutto ciò che non viene detto o scritto, che non è tangibile.

Hai invitato anche un’altra artista, Zinaïda Tchelidze (Georgia, 1982), a prendere parte a questa conversazione visiva, il suo lavoro è esposto nello spazio di CENTRALE.box nella mosytra Transhumance.
Sì, conosco il lavoro di Zinaida Thscekie già da qualche anno, ha proposto un’installazione video-documentario realizzato in Georgia. Ha deciso di tornare nel suo paese natale (lei vive a Bruxelles da circa una ventina d’anni) per fare un lavoro sul processo di lavorazione della lana di pecora in relazione al cielo e alle nuvole, secondo una tradizione delle montagne del Caucaso. Ancora una volta torna l’idea di trasmissione…