Stefano Boeri nel suo ufficio. - Credits: Ph. Stefan Giftthaler
Da sinistra, modello del progetto in concorso per la Porsche Tower; modello del progetto in corso del Bosco Verticale a Utrecht. - Credits: Ph. Stefan Giftthaler
Una veduta dalla sala. Sulla parete, una grande tela di Ettore Michele Sguera (1947– 1998), artista e grafico, grande amico di Stefano Boeri e della moglie Maddalena Bregani. - Credits: Ph. Stefan Giftthaler
A sinistra, la postazione di lavoro di Boeri, attorniata da librerie a tutta altezza cariche di volumi. La scrivania è illuminata dalla lampada Arco, disegnata dai fratelli Castiglioni nel 1962. A destra, un modello di studio del complesso realizzato a La Maddalena, Sardegna, nel 2009, che nelle intenzioni avrebbe dovuto ospitare lo svolgimento del summit del G8. - Credits: Ph. Stefan Giftthaler
Stefano Boeri, classe 1956, architetto e neo Presidente della Fondazione La Triennale di Milano, ritratto nella sala della sua abitazione milanese, in via Gaetano Donizetti, che ospita anche la sede del suo ufficio, disposto su tre livelli. - Credits: Ph. Stefan Giftthaler
L’ingresso della casa dell’architetto si apre sulla zona giorno: uno spazio disseminato di libri, quadri, riviste e piante. In primo piano, la sedia Wassily disegnata da Marcel Breuer nel 1925. - Credits: Ph. Stefan Giftthaler
Storytelling

In conversazione con Stefano Boeri

L'appuntamento con Stefano Boeri, nuovo Presidente della Triennale di Milano, doveva essere proprio lì, all’interno del Palazzo dell’Arte, lungo il perimetro del Parco Sempione, nel cuore della città dove è nato. Ma – come spesso avviene – i programmi con lui cambiano di continuo; e così ci ritroviamo nel suo studio di via Donizetti, nel palazzo dove è cresciuto e dove oggi ha sede, su più piani, il suo studio. Questo continuo cambiamento di programma definisce bene l’anima frenetica e la predisposizione multiculturale dell’architetto Stefano, figlio di Cini Boeri, esponente di spicco dell’architettura milanese (allieva e collaboratrice di Gio Ponti e Marco Zanuso) e figlio di Renato, neurochirurgo dell’Istituto Besta e – prima – valoroso partigiano durante la Resistenza. Il suo studio assomiglia a una classica casa borghese milanese (anzi, lo è), con il parquet che scricchiola sotto i piedi, la lampada Arco dei fratelli Castiglioni e le pareti coperte da librerie, soverchiate dal peso di innumerevoli volumi. M’infilo nella sua stanza e mi accomodo di fronte a lui: tutto quello che vedo ha a che fare con l’urbanistica e l’architettura, tranne alcuni segnali chiari di una fede interista incrollabile e assoluta. Prima di lasciarci alla nostra chiacchierata, Serena, la responsabile del suo ufficio stampa, sottolinea: «Quando l’Inter gioca a San Siro, lui deve essere lì: inverno, estate, sempre». Mi viene in mente quello che so di Valerio Mastandrea. Nei contratti per i suoi film inserisce sempre una clausola: “Non si possono girare scene in concomitanza con le partite della Roma”. Detto questo, sventolando un’immaginaria bandierina nerazzurra, dopo aver parlato della Gazzetta dello Sport, della situazione dell’editoria italiana, del direttore de la Repubblica Mario Calabresi, e scambiata qualche chiacchiera sulle ultime elezioni politiche, iniziamo.

Sei da poco diventato Presidente della Fondazione La Triennale. Quali ricordi hai di quel luogo?

Ricordo un personaggio un po’ pazzo: si chiamava Hundertwasser (Friedensreich Hundertwasser, eclettico artista viennese, 1928-2000, ndr), che alla Triennale del 1972 girava con alcuni alberelli in mano. Era una Triennale dedicata alla vita domestica e lui sosteneva che bisognava considerare gli alberi come inquilini. In effetti era più un’artista. A Vienna ha fatto delle cose abbastanza mostruose come architetto: promuoveva una sorta di neogotico disneyano; era un antirazionalista. La cosa interessante era la sua passione per un’architettura organica, che si traduceva in un appello al mondo animale perché considerasse il mondo vegetale come nobile. Se si va a Vienna ci sono ancora due appartamenti con gli alberi che escono dalle finestre. Un concetto opposto a quello del bosco verticale: metteva la terra sul pavimento e piantava. Mi ricordo lui in via Manzoni, che girava con questi alberi: una specie di performance situazionista.

E qual è la Triennale che ti ha colpito di più?

Forse la Triennale del 1968. Io avevo 12 anni e mezzo, quindi si tratta di una memoria filtrata dai racconti di mia madre: ci andavo anche io con lei, ma i miei ricordi sono sfumati. L’ho rivissuta in seguito, quando da direttore di Domus a quella Triennale ho dedicato una copertina. Un momento pazzesco: De Carlo aveva realizzato una manifestazione dedicata al Grande Numero. Era una critica all’ideologismo della sinistra, al movimentismo di allora. La Facoltà di Architettura, con tutti gli intellettuali più prestigiosi del tempo, occupò la Triennale di De Carlo e la distrusse. C’è una foto con De Carlo fermo davanti all’ingresso che cerca di bloccare il capo dei situazionisti, che come compagni, al suo fianco, aveva personaggi come Fortini, Treccani, Pomodoro, Nicolin. Insomma, tutto il mondo dell’intellighenzia borghese di sinistra che entra e spacca tutto, d’accordo con gli studenti. L’equivoco sul rapporto tra architettura e politica di quegli anni fu incredibile. De Carlo, libertario, aveva intuito il tema e aveva creato una Triennale bellissima. Ma purtroppo non se ne vide nulla, perché venne completamente sfasciata.

Invece, puoi raccontarci un ricordo legato direttamente a te?

Mi viene in mente una Triennale di metà anni 90: avevo organizzato una cosa chiamata Tre viste su Milano. Era subito dopo Tangentopoli, la Triennale era chiusa, completamente vuota. Tre giornate dedicate a Milano: una era intitolata Dall’Alto, una Quota Zero, l’altra aveva come titolo Sotto Milano. Il primo degli appuntamenti riguardava la visione del futuro, non solo geografica, ma anche statistica: il futuro della grande città vista da grande distanza. Quella dedicata al sottosuolo affrontava la psicanalisi dei flussi, e aveva visto protagonisti Fulvio Scaparro e Cesare Musatti; infine, quella in mezzo, era stata dedicata alla vita quotidiana, alla sociologia, all’antropologia. Venne pure Umberto Eco: fu un momento bellissimo. Infatti mi piacerebbe molto rifarlo. L’avevo fatta con Cino Zucchi e Giampiero Bosoni.

E come t’immagini la Triennale del futuro?

Partiamo dal Parco Sempione: è un’area vegetale e faunistica dalla biodiversità straordinaria, circondata da una corona di luoghi della cultura come la Triennale, il teatro Dal Verme, il Piccolo Teatro, il Castello Sforzesco, l’Arena Civica, l’Acquario... poi ci possiamo aggiungere la Scuola Tedesca, la Torre Branca, l’Arco della Pace con le sue funzioni, si può arrivare fino alla Fondazione Feltrinelli... È una concentrazione di luoghi culturali credo unica al mondo, per un parco abbastanza piccolo. Immaginiamoci un’estate a Milano, che abbia il parco come perno, intorno al quale girano tutte queste sedi, per raggiungere ogni singola sede si attraversi a piedi un’area verde di grande ricchezza come il Parco Sempione.

Solamente luoghi al chiuso?

No: mi piacerebbe molto riportare i concerti all’Arena. Sarebbe una bella idea.

Che cosa diresti oggi ai detrattori dell’Expo? Dicevano che sarebbe stato un fallimento.

Anche io sono stato critico sulla sua impostazione culturale. Tuttavia, va riconosciuto che, in una città fatta da tante eccellenze litigiose e in fondo disattente al luogo in cui lavorano, si è guardato tutti insieme in un’unica direzione, concentrati su un unico spazio. Sala è stato un grande connettore che ha deciso di chiudere tutte le opere entro una data precisa. E quindi opere di natura diversa iniziate anche 20 anni prima, come quelle di 15 o solo di tre mesi prima, sono state concluse. Dalla Darsena alla Fondazione Prada, da Porta Nuova al Mudec. È stata una straordinaria prova di forza e di accelerazione.

Come evento commerciale forse non è andato altrettanto bene.

Si può anche decidere che queste manifestazioni siano degli straordinari investimenti per il futuro, però. Vogliamo stare fermi o muoverci? Nel complesso è stato un successo. Punto.

Se tu dovessi indicare tre opere che, negli ultimi anni, hanno lasciato un segno forte in una città internazionale, quali indicheresti?

Mah, te ne dico due. Sicuramente l’intervento di Rem Koolhaas per la nuova disposizione della collezione permanente allo Stedelijk Museum di Amsterdam: eccezionale. C’è il tema del rapporto tra le opere e l’immaginario visivo di altissima qualità ai tempi di Google, anche con punti di vista molteplici: c’è una torretta che permette al pubblico di guardare le opere dall’alto. Una allestimento temporaneo, che però deve durare cinque anni: inquietante e affascinante insieme.

E poi?

Beh, non si può non citare l’High Line di New York, anche se potrebbe risultate scontato: è una delle opere di architettura più visitate al mondo. È stato un progetto critico, sociale, finanziario, di gestione. Un progetto molto ricco.

È da sottolineare come nel picco di grande solitudine che serpeggia tra le persone oggi, l’opera di architettura più visitata sia un luogo di grande socializzazione come quello.

Ce n’è un gran bisogno.

In effetti, in Inghilterra è stato persino istituito il Ministero sulla Solitudine.

È uno dei grandi temi delle metropoli: ci sono persone che vivono senza parlare con nessuno per settimane o mesi.

C’è una catena di alberghi negli USA che si chiama Public, fatta dal re degli hotel Ian Schrager: per contrastare la crescita costante di Airbnb, ha tolto i servizi in camera e punta tutto su quello che Airbnb non può offrire: spazi comuni d’incontro e di aggregazione.

Però bisogna sottolineare che Airbnb è uno straordinario progetto urbanistico.

Altre cose interessanti che hai visto recentemente?

Mi ha colpito questo progetto della Schindler, che sta ragionando su un sistema di ascensori che avranno un movimento non più solo verticale, ma anche orizzontale. Questa sarebbe una grande rivoluzione urbanistica: avere un modulo della tua casa che diventa lui stesso un elemento di mobilità e che muovendosi esso stesso ti porta in determinati luoghi.

Stiamo parlando di mobilità.

Si, è un tema che mi appassiona: l’alta velocità è stato un progetto urbanistico che ha cambiato le città italiane, molto più della costruzione di nuovi centri finanziari o di nuovi musei. L’alta velocità ha cambiato la vita alle persone e i rapporti commerciali. Però abbiamo perso Genova: è come se si fosse moltiplicata la distanza da lei.

Parliamo dei progetti che hai in corso. Stai lavorando in qualche città interessante?

Tirana, la capitale della Repubblica di Albania. È fantastica. Nella piazza principale c’è il Museo nazionale costruito dai russi, l’Opera edificata dai cinesi, le ambasciate e il quartiere italiano degli anni 30; poi c’è la parte più contemporanea, progettata dagli olandesi. È come vedere la storia politica del ’900 concentrata. Escono da 50 anni di regime, hanno cementificato tutto, quando sono andato avevano i fiumi nella città con dentro le case: non essendoci un catasto, per fermare delle proprietà dovevano costruire, per cui costruivano ovunque. Ora hanno un lungimirante Primo Ministro, Edi Rama. E un sindaco della Capitale bravissimo, Erion Veliaj, che ha 38 anni ed è sostenuto da un gruppo di giovani molto attivi. Sono molto bravi.

Quale progetto stai seguendo?

Sono partito con questa idea di concepire delle scuole come luoghi aperti: dovrebbero diventare l’epicentro di un nuovo modo di pensare la comunità di quartiere, una scuola aperta 24 ore al giorno, 12 mesi all’anno per tutti, con all’interno molteplici strutture. Un po’ un oratorio ma con delle start-up al suo interno.

Torniamo a Milano. Sei orgoglioso di esser stato il promotore dell’opera di Maurizio Cattelan in piazza degli Affari?

Totalmente.

Alla fine resta l’unico segno forte di opera pubblica, forse a livello mondiale, sull’arroganza della finanza di questi anni...

Ho avuto un po’ di problemi con quelli della Borsa, ai tempi: all’inizio non ne volevano sapere. Allora gli ho detto esattamente questa cosa che mi dici, ma non è che l’avessero apprezzata molto.

Quindi sei ancora convinto della necessità di quel gesto?

Sì, sì. Anche se mi dispiace per come è stato gestito lo spazio della piazza oggi: purtroppo sembra – anzi è – un parcheggio.

Per concludere: una delusione cocente degli ultimi anni?

Mah, la storia de La Maddalena del 2009, quando Berlusconi decise di spostare il G8 a L’Aquila. È stato un disastro anche personale, oltre che architettonico. Per fortuna adesso è stato risolto il contenzioso con Protezione civile e Marcegaglia, quindi il sito è tornato alla Regione. C’è un buon finanziamento, che Renzi ha promesso e mantenuto. Ora ci vuole un atto del Governo per cui un sito di interesse comunale passi sito d’interesse nazionale, per farlo diventare un polo marittimo come doveva essere. Uno dei porti più belli del Mediterraneo, con 130 posti barca e fondali eccezionali. Ma forse questo spiega anche perché c’è chi ha remato contro. Da un punto di vista personale è stata, insieme, una grande sfida e un insuccesso, perché l’ho vissuta come tale, pur avendo imparato moltissimo. Ma La Maddalena per me è vero amore.

Ci vai spesso?

Appena posso, anche in inverno.

News
Scalo Milano diventa il primo outlet del design in Italia
Speciale Biennale
XSquare: il design contemporaneo incontra il comfort
You may also like
Think Next: la creatività che innova il futuro

Think Next: la creatività che innova il futuro

Un incontro sui trend del cooking nella Svizzera di Franke: ospiti di fama internazionale, idee e creatività per inventare il mondo del food di domani
Un micro-appartamento spunta su eBay

Un micro-appartamento spunta su eBay

Già svelato durante il Salone del Mobile nell’aprile 2017, ecco il progetto dello studio sloveno OFIS. All’asta a partire da 5mila sterline
In Viasaterna, sospesi tra l’arte e la vita

In Viasaterna, sospesi tra l’arte e la vita

Dino Buzzati l’ha sognata, magica e remota. Irene Crocco l’ha trovata e trasformata in una casa-galleria. Dove l’amore per la bellezza s’intreccia con l’ospitalità
Il nuovo store meneghino di Atelier VM

Il nuovo store meneghino di Atelier VM

È il secondo punto vendita in città del marchio di gioielleria fondato da Marta Caffarelli e Viola Naj-Oleari vent'anni fa. A firmarlo è lo studio CLS Architetti
Appendiabiti in stile minimal

Appendiabiti in stile minimal

Il marchio scandinavo Moebe presenta Wall Hook, un elemento funzionale dal look essenziale progettato per appendere cappotti, borse e accessori
Il Festival della Fotografia Etica, a Lodi

Il Festival della Fotografia Etica, a Lodi

Quattro settimane di appuntamenti e incontri dedicati al mondo della fotografia. Dal 6 al 28 ottobre