Carlo Rivetti, Ceo di Sportswear Company, la società cui fa capo il marchio Stone Island - Credits: Francesco Pizzo
Storytelling

Stone Island: Carlo Rivetti e il design dei tessuti

Se Carlo Rivetti fosse un uomo a cui non
 piace parlare, parlerebbero per lui i tessuti, 
le fibre, i colori, le cuciture dei vestiti che la sua Stone Island sforna dal 1982.

Racconterebbero la storia di un uomo che,
 da buon montanaro quale ama definirsi, si
 è avventurato nel mondo del tessile con 
lo stesso spirito degli esploratori artici del 
XIX secolo, alla scoperta di storie inesplorate, di un passaggio a Nord Ovest nelle tecniche di taglio del tessuto, di nuove vie
 di ascensione verso la vetta dei procedimenti di tintura. Ne verrebbe fuori il
 ritratto di un alchimista teletrasportato nel
 XXI secolo con tutti i suoi alambicchi.

Fortunatamente, però, a Carlo Rivetti 
piace parlare, e anche tanto, nonostante
 sia appena atterrato dopo un viaggio a Los Angeles, dove ha inaugurato il primo store
 in territorio statunitense. Ci vuole ben 
altro che 12 ore di volo, per spegnere una  passione che, dopo più 30 anni alla guida dell’azienda, gli fa ancora brillare gli occhi  quando parla dei suoi esperimenti, dei suoi successi e, soprattutto, dei suoi fallimenti.

La ricerca estrema fatta su materiali e nuove tecnologie è, fin dalla sua nascita, il tratto più distintivo di Stone Island, una rotta dalla quale non vi siete mai discostati: com’è nata questa passione?

Non c’è stato un colpo di fulmine: ho perso il papà che ero piccolissimo e il mio sogno è sempre stato fare vestiti, come lui. La mia famiglia è nel tessile da generazioni e ho sempre amato i tessuti: il mio trisnonno tingeva direttamente le pecore, perché più a monte tingi la lana meglio è. Il nostro è stato il primo lanificio alimentato da energia elettrica in Italia, e mio padre, dopo un viaggio negli Stati Uniti, ha portato per la prima volta nel nostro Paese l’abbigliamento con “misure teoriche”. Insomma, l’innovazione è un po’ nel nostro sangue. Oggi tutti parlano di vintage, ma solo a sentire la parola mi viene un’eruzione cutanea per il fastidio...

Quali sono state le innovazioni di cui oggi va maggiormente fiero?

Una di quelle di cui sono più orgoglioso è stata la “tintura in capo” del poliestere, cioè di una fibra sintetica che fino a quel momento si poteva colorare solo in pasta, a monte. È un procedimento di facilissimo ma, quando ci siamo riusciti, ha aperto un campo di ricerca sterminato.

Perché lo avete fatto?

Perché noi non facciamo semplicemente moda. Abbiamo accumulato un’esperienza nel trattare i materiali che nessuno può vantare. Oggi siamo in grado di ottenere undici colori diversi giocando con temperatura, acidità, pressione, base alcalina, stampe, base tessile e doppie tinture. Spesso vengono fuori delle cose inattese, ed è meraviglioso.

Da dove arriva l’ispirazione?

Guardiamo da sempre al mondo del lavoro, a quello militare e all’abbigliamento tecnico.

Partite dal capo o dal tessuto?

Partiamo sempre dal tessuto: sarà lui a dirci dove vuole essere applicato. Una visione un po’ romantica; ma il fatto è che le regole cambiano col tempo. Tessuti che venti anni fa usavamo per i pantaloni, oggi magari vanno bene per le giacche, semplicemente perché il riscaldamento del Pianeta porta a fare dei capi più leggeri. Il problema della traspirabilità, per esempio, ieri era trascurabile, oggi è imprescindibile.

Parliamo di colori: i produttori di automobili fanno molta ricerca per stabilire quali andranno tra cinque anni. Voi attraverso quale percorso arrivate a sceglierli?

L’esempio è azzeccatissimo, perché il mondo delle auto è quello a cui guardiamo maggiormente. Per esempio, tre anni fa tutti volevano le auto opache, oggi sembrano antiche. Il vecchio metallizzato non esiste più, sostituito da colori contenenti la mica (foglioline metalliche riflettenti, ndr). A oggi abbiamo una cartella di sedici colori: sono riuscito a trovare un equilibrio tra i colori commerciali, quelli che piacciono a noi e infine i colori esagerati, che ci divertiamo un sacco a creare, e chi se ne frega se poi nessuno li compra.

Quindi, quali saranno i colori che andranno tra un anno?

Direi arancione, rosa industriale e i fluorescenti verdi, arancio e gialli.

I preziosi “alambicchi” per speri- mentare tinture e colori - Credits: Francesco Pizzo
Un’immagine del laboratorio dove vengono studiate le sfumature dei colori e i tessuti per i capi d’abbigliamento maschile Stone Island - Credits: Francesco Pizzo

Un visionario come lei come immagina l’abito del futuro?

Il mio sogno è un vestito che compri una volta e poi lo usi per tutta la vita, leggero, che si adatti alle diverse temperature e sia anti-macchia.

Ma un abito solo per tutta la vita non rischia di ridurre il fatturato?

E chi se frega! Saranno cazzi dei miei figli! Lasciatemi sognare: se inizi a guardare il fatturato non sogni, e se non sogni non fatturi.

Che cos’è per lei il design?

Per chi fa il mio mestiere è creare degli abiti funzionali alla vita delle persone.

Che rapporto c’è tra funzionalità ed estetica?

Sessanta per cento funzionalità e trenta performance. L’estetica per noi conta solo al dieci per cento, perché l’uomo le dà meno importanza rispetto alla donna (motivo per cui non facciamo una linea donna). Oggi, però, la crisi ha cambiato le cose: la gente non “spende” più in vestiti ma “investe” in vestiti, e anche le donne, che fino a pochi anni fa erano le regine dell’acquisto d’impulso, oggi prestano molta più attenzione alla qualità. È un ritorno al vero valore. Gli ultimi dieci anni li ho vissuti circondato da fenomeni effimeri, tipo Refrigiwear: lanciato da una campagna come “il giaccone che mettono quelli del mercato della carne di New York”, un boom di tre anni, poi è sparito.

Che rapporto ha con gli errori?

Adoro gli errori. Il trentennale di Stone Island lo abbiamo celebrato con un’esposizione dei nostri successi alla Stazione Leopolda di Firenze. Ma se facessi una mostra con tutti i nostri fallimenti, servirebbe uno spazio dieci volte più grande.

 Qual è l’errore a cui è più affezionato?

È un trattamento in cui, su un tessuto riflettente, si spalma una pasta che una volta grattata via dovrebbe (ed è qui che casca l’asino) creare un e etto simile alla superficie lunare. Ma io non mollo eh: prima o poi ce la farò!

Lei ha detto che non vi sentite obbligati a piacere a tutti e, di conseguenza, a dire cose che piacciano a tutti: me ne dice una?

Te ne dico due: sono renziano. E sono interista.

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