Thaddeus Wolfe nel suo laboratorio newyorkese - Credits: Ball & Albanese
Storytelling

Thaddeus Wolfe e l’arte del vetro

Sembrano frammenti di meteoriti caduti dal cielo. Fossili erosi dal tempo, dall’acqua o dal vento. O le miniature di certe architetture moderne che si rifanno al Brutalismo inglese degli anni 50 e 60.

Forme solide senza soluzione di continuità, con tagli e angoli disordinati, superfici a volte taglienti, altre ruvide, con sfaccettature pungenti come schegge o curve morbide e sinuose. In ogni caso pezzi irriducibilmente unici. Vasi, lampadari, lampade da terra. Carichi di un dinamismo minerale che sembra possa muoverli, facendoli esplodere dall’interno.

Rivela Thaddeus Wolfe, artista del vetro, dal suo laboratorio di New York: «La parte divertente del mio lavoro è che anche io, fino a quando non scarto lo stampo, non sono del tutto certo del risultato che avrò tra le mani». L’imprevedibilità dell’arte è una condizione familiare per lui.

Classe 1979, cresciuto a Toledo, epicentro dell’American Studio Glass Movement dell’Ohio degli anni 60. Ora newyorkese, di Brooklyn per l’esattezza, con in curriculum un Bachelor of Fine Arts, la laurea
più prestigiosa nel campo delle arti visive, al Cleveland Institute of Art. Ed esposizioni, già a inizio carriera, alla Heller Gallery di New York, al Museum of Glass a Tacoma (Washington) e alla Volume Gallery di Chicago.

Racconta Wolfe: «Effettivamente molte idee mi vengono osservando rocce e minerali. Come interagiscono con le forme architettoniche circostanti e come si trasformano in sculture moderne». E prosegue: «A volte schizzo un’idea, una forma, un taglio, su un foglio di carta. Altre volte, accade più spesso, inizio da concetti astratti che ho in mente, senza aver chiaro il volume finale dell’oggetto».

L’ispirazione, però, può arrivare anche da altri artisti, come per esempio le sculture di ceramica di Kenneth Price, o quelle accartocciate firmate da Kathy Butterly. Oppure anche dall’espressionismo astratto di Peter Voulkos e dalle magni che opere di Franz West. Così, come cristalli, materiali dalle forme apparentemente caotiche che nascondono tuttavia strutture molecolari e interne geometrie ordinate, le opere di Wolfe celano un modus operandi preciso.

Spiega Wolfe: «Ogni pezzo inizia con la costruzione della forma in polistirolo che intaglio e scolpisco con un bisturi chirurgico. Poi c’è la “messa in forma” dello stampo, realizzato ricoprendo il polistirolo con uno strato di intonaco e silice fusa di circa cinque centimetri. Una volta raffreddato lo stampo, il polistirolo viene rimosso, rompendosi. Ecco perché ogni opera è differente dall’altra. Ogni stampo non può essere utilizzato più di una volta».

A sinistra, gli attrezzi usati da Thaddeus Wolfe per scolpire, scalfire, tagliare e lucidare vasi e lampade in vetro. A destra, l’artista in una delle fasi di realizzazione delle sue sculture - Credits: Ball & Albanese
A sinistra, un vaso in vetro che richiama i cristalli e, allo stesso tempo, se ne discosta in forza della precisione del taglio. A destra, uno dei vasi della collezione Assemblage, dove le forme sono ricavate da stampi di cera, spugna e ceramica - Credits: Ball & Albanese
A sinistra, lo scultore nel suo laboratorio newyorkese, dove realizza opere d’arte con stratificazioni di vetro soffiato. A destra, ancora un vaso della collezione Assemblage: astrazione e frammentazione della forma si rifanno al Cubismo e al Futurismo - Credits: Ball & Albanese
A sinistra, una fase di lavorazione dove l’artista sistema sull’asta la sabbia di silicio fusa prima della soffiatura. A destra, una scultura ispirata alle forme granitiche della roccia: l’aspetto granitico nasconde la fragilità del materiale con il quale è realizzata - Credits: Ball & Albanese

Lo step successivo è la soffiatura del vetro che avviene direttamente nella parte cava portata a una temperatura di almeno seicento gradi. Quindi, una volta raffreddato, il pezzo viene lasciato riposare a temperatura ambiente. Infine viene pulito, scolpito e lucidato manualmente, con gli stessi strumenti che vengono utilizzati per intagliare i diamanti. Un passaggio importante che può durare anche giorni. «Il colore viene stratificato. Poi riportato alla luce attraverso la lavorazione artigianale. È il momento più creativo: quello in cui decido quali sfumature, densità di colorazioni e forme dare al pezzo che ho tra le mani», spiega l’artista.

Cubismo e Futurismo sono i movimenti artistici che più si ritrovano nelle opere di Wolfe. Come nella serie Assemblage presentata nel 2011 a Chicago. «Mi piace l’idea di frammentazione, di collage e astrazione della forma che comunicano queste correnti artistiche. In Assemblage, i vasi si evolvono con un proprio linguaggio per esprimere il fascino del mondo inorganico».

Nello studio di Thaddeus Wolfe nascono forme inedite, generazioni di idee plasmate nella pasta di vetro, materiale che nonostante tutto mantiene sempre la sua naturale fragilità: «Le mie creazioni appaiono dure, resistenti. È per via delle linee, dei colori, dei tagli. Ma restano di vetro. Fragile, delicato. Imprevedibile».

Wolfe lo sa bene. In fila su diverse mensole che colorano una parete bianca, tiene in ordine i resti di quei vasi e lampadari che si sono rotti durante la lavorazione. Come testimoni della precarietà del fragile equilibro tra arte e natura.

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