Aerial photograph of Apple park in Cupertino, California (2017). The roof of the ring building is covered with photovoltaic panels. the campus is a net-zero energy site, powered by 100 per cent renewable energy. - Credits: Photo: Steve Proehl
Storytelling

The Foster Method

Forse ha ragione Jonathan Safran Foer nel suo ultimo libro. La crisi ambientale è una drammatica realtà, eppure ci comportiamo come se finora non si fosse materializzata, come se la sua universalità non fosse ancora arrivata a toccare la nostra esistenza di individui. Se però entriamo a Riverside, 22 Hester Road, aka la sede centrale di Londra dello studio Foster + Partners, il futuro appare più vicino di quanto pensiamo, e la consapevolezza più concreta. Nessuno come chi disegna l’ambiente in cui la nostra vita si svolge – dove consumiamo l’esperienza della collettività, dove esercitiamo responsabilità e rispetto – può mostrare quanto costruirsi la coscienza di un problema sia il primo passo per costruirne anche la soluzione.

Foster + Partners conta circa 1.500 dipendenti di 80 nazionalità diverse. Cantieri in tutto il globo e una pratica fondata sulla ricerca e sul sapere condiviso tra 15 team specializzati, tra i quali quello dedicato alla sostenibilità ha il compito di supportare e passare al setaccio ogni progetto architettonico, urbanistico, di design. Una micro-società, quindi, con tanto di regolamento (Responsibility Framework), articolato in dieci temi in linea sia con gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile ONU sia con i concetti sociali di giustizia e equità, indispensabili ma spesso tralasciati dal dibattito in materia di ambiente. Un protocollo che regola quindi non solo il modo in cui viene progettato e giudicato un edificio ma anche il comportamento dello studio, e che viene costantemente aggiornato negli andamenti e nelle finalità. Così nel campus il 100% dell’energia impiegata è rinnovabile, qualità dell’aria e performance energetiche sono monitorate in 3D, si prende meno l’aereo e si contano più teleconferenze; ottimizzazione delle risorse, insieme a riuso, riciclo e lotta alla cultura dell’usa e getta, sono alla base dell’ambizioso traguardo zero-waste-to-landfill – il che significa strategia e visione etica. Inoltre, tutela della salute dei dipendenti con attività sportive e iniziative per migliorare mindfulness e resilienza; lotta alle disparità di genere, pendolarismo verde.

«C’è un grado di vigilanza cui non possiamo sottrarci. Oggi l’architetto è chiamato a far confluire nel breve termine una serie di input più ampia rispetto al passato. La sfida è creare ordine da quella simultanea complessità, perché la progettazione non può prescindere da una regola». David Nelson, Senior Executive Partner e Head of Design, lavora in studio da molto prima che Greta Thunberg iniziasse a sventolare davanti agli occhi di tutti l’evidente verità. Ricostruisce: «Quando i temi legati alla sostenibilità ambientale sono arrivati sui nostri tavoli da disegno? Sono stati cruciali fin dall’inizio, insieme alla corretta gestione della luce e all’ideale formale del “fare di più con meno”. Operare a scala globale ci ha permesso però di ampliare la nostra conoscenza attraverso gradi successivi di controllo sul progetto; incarichi come il Reichstag di Berlino del 1999 e il piano per la città di Masdar del 2014 hanno rappresentato balzi in avanti che hanno condizionato tutte le commesse successive», spiega Nelson. «Due anni fa, però, abbiamo elaborato un metodo di calcolo dell’impronta di carbonio dei singoli elementi che compongono gli edifici che progettiamo – struttura, impianti, allestimenti, facciata, arredi – cui abbiamo deciso di sottoporre anche gli edifici realizzati in passato, con lo scopo di ipotizzare sostituzioni per ottimizzare le componenti meno virtuose o inefficienti», prosegue.

«Dall’analisi degli Hearst HQ a New York, per esempio – del 2006 – abbiamo rilevato un’impronta di carbonio dovuta a mobili, soffitti, luci e accessori di molto superiore a quella dell’intera facciata. Così abbiamo disegnato un low-carbon office fit out che potesse sostituire il precedente», specifica Mike Holland, Partner e Head of Industrial Design. «Nel product design possiamo arrivare a conoscere l’origine dei singoli materiali per calcolarne il contenuto di carbonio di ciascuno. Questo grado di informazione fa la differenza», continua Holland. «Abbiamo sempre pensato il prodotto in modo olistico, in termini di packaging, modalità di trasporto, installazione e smontaggio, durata e manutenzione, consumo di risorse; ora è nostro dovere anche indagare quanto i nostri clienti sono responsabili dal punto di vista energetico e magari stimolarli a migliorare. Alcuni hanno sviluppato una buona consapevolezza ambientale: Benchmark e Lumina sono tra questi, oltre a Mattiazzi, brand Italiano con cui abbiamo realizzato la prima sedia in legno (e low carbon) di Foster + Partners da quando esiste l’Industrial Design Group, cioè 25 anni. Nell’ultimo decennio il team è cresciuto, oggi siamo in 16 e abbiamo 25 progetti in lavorazione: di furniture, electronics, lighting, building products e anche di transport infrastructure, per aeromobili e yacht. Questa visione ampia del design è eccitante e ci impone una tensione permanente», conclude. «Chi avrebbe mai detto che potevamo progettare uno schermo arrotolabile per LG?». «Del resto è questo lo spirito che da sempre anima la nostra storia. E è questo ciò che uno studio con una tale maturità deve fare: ampliare l’esperienza a servizio di tutti», ribadisce Nelson.

«Progettare ha la capacità di influenzare la qualità della nostra vita e lo strumento più potente nelle mani degli architetti è proprio l’advocacy», afferma Lord Norman Foster. «Possiamo costruire intere città e creare luoghi più stimolanti dove vivere, lavorare, svagarsi, ma prima di tutto abbiamo bisogno che la classe politica abbia il coraggio di fissare obiettivi e incentivi per la società con una prospettiva a lungo termine. Nel frattempo con la mia Fondazione – che è esterna e indipendente dallo studio – stiamo educando giovani generazioni di professionisti e di cittadini a anticipare le questioni più importanti di oggi e di domani, specialmente quelle che riguardano le città e i cambiamenti climatici. Organizziamo workshop che finanziano i migliori laureati di tutto il mondo per collaborare con mentori che sono leader globali nei loro ambiti. Questo impegno arriva poi al pubblico attraverso dibattiti durante l’anno e un forum triennale che vede la partecipazione di un’audience di molte migliaia di persone». E aggiunge: «Come architetti, dobbiamo essere ottimisti. Fin dalla sua fondazione, più di 50 anni fa, lo studio, creato insieme a mia moglie Wendy, che ora non c’è più, ha promosso un approccio sostenibile a architettura e infrastrutture. Dobbiamo usare il nostro potere di advocacy per coinvolgere le scienze e la politica: solo così potremo dare vita a un reale cambiamento. Oggi una persona su sette non ha un riparo adeguato, accesso all’elettricità, acqua potabile o assistenza sanitaria. Se non facciamo qualcosa, un terzo della popolazione verserà in questo stato prima del 2050. La chiave per il cambiamento sociale e per la crescita della popolazione è generare molta più energia in modo pulito. […] Le città sono il futuro. Diventeranno più verdi, attraenti, silenziose e pulite; le strade e i parcheggi obsoleti saranno sistemati o riconvertiti. L’agricoltura ritornerà intorno ai centri urbani per far fiorire i mercati con prodotti più freschi e saporiti, coltivati senza prodotti chimici e con meno acqua. Le macchine, come le conosciamo ora, saranno pezzi da museo. E così le ruote. La mobilità sarà affidata a veicoli a guida autonoma e non ci saranno confini tra viaggi aerei e terrestri. Reti elettriche centralizzate e sistemi pesanti si ridimensioneranno. Potremmo immaginare un futuro di città senza infrastrutture, elettricità senza rete elettrica, mobilità senza auto, servizi igienici senza fogne, carne senza animali, cibo senza terreno, benessere senza soldi».

Forse ha ragione Jonathan Safran Foer. Ma nel frattempo c’è qualcuno che ha voluto guardare in faccia la realtà. E si adopera per progettare la speranza.

The Leva chair (2019) by Foster + Partners is manufactured by Mattiazzi using sustainably sourced ash from Eastern Europe. The chair is designed to reduce the amount of waste generated during production. Discarded wood fuels the heating system at the factory. - Credits: Photo: Fabian Frinzel / Mattiazzi
The European headquarters of Bloomberg in London (2017) is the world’s mostsustainable building. Thanks to innovative ventilation systems, and a decrease in the use of energy, water and lighting, it saves 73 per cent of water and 35 per cent of energy (and therefore tons of carbon dioxide) per year compared to an average building of this type. - Credits: Photo: Nigel Young photo Steve Proehl / Foster + Partners
Foster + partners was founded in London in 1967. The studio’s portfolio includes architecture, urbanism and design, with projects underway all over the world. Fourteen pieces of work were completed in 2017-2018. - Credits: Photo Rudi Meisel
Aerial photograph of Apple park in Cupertino, California (2017). The roof of the ring building is covered with photovoltaic panels. the campus is a net-zero energy site, powered by 100 per cent renewable energy. - Credits: Photo: Steve Proehl
The Eva table lamp (2016) for Lumina combines LED technology with meticulous understanding of the qualities of light and the skilful use of materials and components. The round base houses a single LED that projects light upward through two lenses – a flat holographic lens and a larger conical lens. - Credits: Photo Aaron Hargreaves / foster + partners

English version:

Perhaps Jonathan Safran Foer is right in his latest book. The environmental crisis is a dramatic reality, yet we behave as if it had yet to materialise, as if its universality had not yet affected our lives as individuals. But if we enter Riverside at 22 Hester Road, the London headquarters of Foster + Partners, the future looks closer than we think, and awareness is more concrete. No one like those who design our built environment – where we accomplish our experience of community, where we exercise responsibility and respect – can show how the acquisition of awareness of a problem is the first step to building the solution.

Foster + Partners has some 1,500 employees of 80 different nationalities. It has projects around the globe and a practice based on the shared research and knowledge of 15 specialised teams, among which the one dedicated to Sustainability has the task of supporting and sifting through every architectural, urban and design project. This is a micro-society with a full set of rules (called “Responsibility Framework”) divided into ten themes in line with both the UN Sustainable Development Goals and the social concepts of justice and equity, which are indispensable but often overlooked in the environmental debate. The protocol not only regulates the way a building is designed and judged but also the office’s conduct. It is constantly updated in terms of trends and goals. At Riverside, 100 per cent of the energy used is renewable. Air quality and energy performance are monitored in three dimensions. Employees travel less by air and do more teleconferencing. They “reduce, reuse, recycle” and refuse the culture of throwaways. All this has the ambitious goal of “zero-waste-to-landfill”. It implies ethical strategy and vision. Other company policies are to offer employees training in mindfulness and resilience, sports activities, ecological commutes to work, and the disapproval of gender inequality.

There is a degree of vigilance that we must maintain. Today the architect is called on to bring together in the short term a wider range of inputs than in the past. The challenge is to create order from that simultaneous complexity, because the design cannot do without a rule,” says David Nelson, a Senior Executive Partner and the Head of Design. He worked here at the office long before Greta Thunberg started rubbing our noses in the obvious truth. He gives us an overview: “When did the themes related to environmental sustainability arrive on our drawing tables? They have been crucial from the start, along with the correct management of light and the formal ideal of ‘doing more with less’. All the same, operating on a global scale has enabled us to expand our knowledge through successive degrees of control over the project. Commissions like the Berlin Reichstag in 1999 and the Masdar City masterplan in 2014 marked advances affecting all subsequent projects. Two years ago we developed a method of calculating the carbon footprint of all the elements that make up the buildings we design: structure, utility systems, fittings, facade, furnishings. We also applied it to buildings we had erected in the past, so as to theorise replacements that improve upon the less virtuous or less efficient components.”

Mike Holland, who is a Partner and the Head of Industrial Design at Foster + Partners, specifies: “From analysis of the Hearst headquarters in New York built in 2006, for example, we found that the carbon footprint of the furniture, ceilings, furnishings, lights and accessories was much higher than that of the whole facade. So we designed a low-carbon office fit out that could replace the original one. In product design, we can find out the origin of individual materials and calculate their carbon content. This degree of information makes the difference,” he continues. “We’ve always thought of industrial products in a holistic way, in terms of packaging, transport, installation, dismantling, lifespan, maintenance and resource consumption. Now it is our duty to investigate how efficient our customers are in energy terms and perhaps encourage them to improve. Some have developed a greater awareness of the centrality of these issues: Benchmark and Lumina are among them, as is Mattiazzi, an Italian furniture manufacturer with whom we created the first wooden low-carbon chair by Foster + Partners since our industrial design group has existed, meaning 25 years. In the last decade, the team has grown a lot. There are now 16 of us and we have 25 projects underway: furniture, electronics, lighting, building products and also transport infrastructure for aircraft and yachts. This broad view of design is exciting because it gives us a permanent challenge. Who would have thought we could design a roll-up screen for LG?” concludes Holland. David Nelson adds: “After all, this is the spirit that has always driven our history. And this is what an office with such maturity has to do: extend our experience to serve everyone.”

Lord Foster says, “Design has the ability to affect the quality of our lives, and the most powerful agency architects have is that of advocacy. We can build new cities and create more vibrant places to live, work and play that demonstrate the power of design. But we first need politicians to have the courage to take the long-term view, and to set goals and incentives for society to follow. Meanwhile through my Foundation – which is separate from and independent of the practice – we are educating younger generations of professionals and civic leaders to anticipate the critical issues of today and tomorrow – particularly cities and climate change. We run workshops which fund top graduates from around the world to engage with mentors who are global leaders in their field. These extend out to the public through debates throughout the year and every three years there is a forum which engages with an audience of several thousand. As an architect, you have to be an optimist. Since I founded the practice with my late wife Wendy over 50 years ago, I have from the outset promoted a sustainable approach to architecture and infrastructure. We have to use our power of advocacy to engage with other disciplines and political bodies, as practices and individuals, to effect material change. Already one in seven of humanity do not have – in some combination – adequate shelter, access to electricity, clean water or modern sanitation. If we do not act that will be one in three by 2050. The key to social change and population growth is a far greater abundance of cleanly generated energy. […] Cities are the future. The city will become greener, lusher, quieter and cleaner as obsolete roadways and parking structures are replaced or repurposed. Agriculture will return in and around urban centres – markets will thrive with fresher and more flavourful produce, created with greater yield, no toxic chemicals and little water. The car as we know it will be a museum piece. Mobility will be transformed to self-driving vehicles and the boundaries between aerial and terrestrial travel will be blurred. Wheels may become obsolete. Massive centralised grids and heavy systems will be replaced by smaller autonomous ones. One could envisage: cities without infrastructure; power without grids; mobility without cars; sanitation without sewers; meat without animal; food without soil; wealth without money.

Perhaps Jonathan Safran Foer is right, but in the meantime there are people who have chosen to face reality. And they are working to build hope.