A sinistra, la poltrona Artù di Fendi Casa progettata da Lemaire, con un dipinto di Antonio Saura. A destra, il soggiorno con il maxi-divano che ha disegnato per questa stanza e il coffee table Pastille, che il designer ha progettato per Fendi Casa. A parete, invece, un’opera di Pierre Székely. - Credits: Ph. Depasquale+Maffini
Thierry Lemaire davanti a un lungo tavolo, da lui realizzato con lo stesso legno del pavimento. Le sedie sono in plexiglass anni 60. Il quadro è di Yves Poitevin. - Credits: Ph. Depasquale+Maffini
A sinistra, l’entrata della camera da letto e, a destra, l’entrata della cucina, che si apre sull’ampio soggiorno. - Credits: Ph. Depasquale+Maffini
Il soggiorno con il coffee table Pastille, in palissandro e gli imbottiti Artù, tutti pezzi della collezione di Thierry Lemaire per Fendi Casa. - Credits: Ph. Depasquale+Maffini
Sul terrazzo dell’appartamento, poltrona e ottomana Easy chair di Warren Platner, icona del modernismo anni 60, ora prodotta da Knoll International. - Credits: Ph. Depasquale+Maffini
Storytelling

Thierry Lemaire: “Nessuno mi chiede di essere minimal”

L’appuntamento è a casa sua. Quale luogo migliore per decifrare l’intimo mondo di un designer d’interni? Thierry Lemaire, 57 anni, è uno di quei francesi che nel settore è diventato un’autorità, in perenne viaggio per pensare gli spazi di vita dei ricchi di mezzo mondo. Cult, ad esempio, sono ormai i suoi chalet a Gstaad, originali e visionari. Qui, invece, a due passi dalla Torre Eiffel e dalla Senna, siamo nel pieno del settimo arrondissement di Parigi, quello della buonissima (e autoreferenziale) borghesia francese. L’edificio, però, è già molto particolare. Stacca rispetto alle facciate Belle Époque del circondario.

Da quanto tempo abita qui?

Sono cinque anni. In realtà cercavo qualcosa di più classico, meglio se del XVIII secolo. Poi mi sono imbattuto in questo palazzo degli anni 70 e mi è piaciuto subito.

Per l’arredamento come ha proceduto?

Innanzitutto volevo rispettare il carattere dell’edificio, che è Seventies. E quindi sono partito da una base di decorazione propria a quell’epoca, con tante lacche, colori, il noce come legno. Poi (ed è sempre così nel mio lavoro) faccio sempre un mix di stili e gioco anche su materiali diversi, sia grezzi che sofisticati. Posso prendere un muro di pietra rustica e metterci accanto un mobile del Settecento.

Qui, nella sua casa, ci sono omaggi precisi a desi- gner che ama?

Sì, nel terrazzo, una poltrona e la sua ottomana Easy chair dell’americano Warren Platner, un’icona del modernismo anni 60.

Gli anni 60 e 70 sono fondamentali per lei?

È quello che dicono gli altri di me. Non mi piace essere eti- chettato, anche perché il riferimento al decennio dei Settanta è stato a lungo peggiorativo. Certo, ora non più, perché sono ridiventati di moda. Diciamo che per me c’è del buono in tutte le epoche.

Quando arreda un appartamento, oltre a disegnare direttamente i mobili, ne prende anche di altri designer, pure del passato. Gli italiani li utilizza?

Ritorniamo inevitabilmente agli anni Sessanta e Settanta... Adoro Joe Colombo e Gabriella Crespi, come, fra i francesi, Pierre Paulin. Ma, per dire, prendo anche molti pezzi di un designer italiano di oggi, Vincenzo De Cotiis. L’ho scoperto già una ventina d’anni fa, quando non era così famoso.

Qui nel suo appartamento non poteva mancare un divano monumentale...

Ha un vantaggio: nel resto della stanza si mettono meno cose, si evita di sovraccaricare. Nel mio appartamento ne ho disegnato uno ad hoc e poi utilizzo quelli che ho ideato per la linea Artù di Fendi Casa. Sono così conviviali. Grazie alla forma stondata, le persone possono ritrovarsi più o meno una di fronte all’altra, senza essere troppo distanti.

Quando ha iniziato a progettare per Fendi Casa?

Cinque anni fa. E la poltrona, con la base girevole, e i divani Artù sono tra i primi oggetti che ho disegnato per loro. Trovo che abbiano un tocco anni 40.

Come funziona questa collaborazione?

Il coffee table, ad esempio, che qui a casa mia ha un rivesti- mento in palissando dark, l’avevo disegnato per un cantiere. Quelli di Fendi Casa l’hanno visto. Gli è piaciuto e l’hanno messo in produzione: è diventato il modello Pastille. Altre volte, invece, sono loro a dirmi cosa vogliono e a me va be- nissimo. Io all’origine sono un architetto, sono cartesiano. Mi piace quando mi danno degli ordini precisi. E obbedisco, voglio che il cliente sia soddisfatto.

Il suo stile non si può definire minimalista.

A dire il vero il mio sogno è esserlo. Ho lavorato qui a Parigi al Palais de Tokyo. Ho concepito gli interni del Tokyo Art Club, con le pareti in cemento grezzo e le lampade semplicissime con i neon. Ero così soddisfatto. Ma nessun cliente mi chiede mai di essere minimalista.

Quale il suo obiettivo costante?

Un gusto atemporale. Qualcosa di equilibrato e logico, ma soprattutto non voglio che tra dieci anni mi dicano: questo progetto è stato fatto nel 2018. Per questo non utilizzo gli oggetti che si vedono ogni giorno nelle riviste. Mi sforzo di essere originale.

Ai muri ha messo dipinti dell’ungherese Pierre Székely o dello spagnolo Antonio Saura, ritorniamo sempre a un tocco visionario anni 70... Poi c’è questa testa di cavallo in metallo, che cos’è?

L’ho trovata in un mercato delle pulci. Vari antiquari mi han- no già chiesto di comprarla. Ma io non voglio. Credo che non me ne separerò mai.

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