Tullio Pericoli circondato dalle grandi librerie che custodiscono i suoi volumi: la mattina, infatti, è dedicata alla lettura (tavolo Leonardo disegnato da Achille Castiglioni per Zanotta) - Credits: Ph. Mattia Balsamini
Storytelling

Tullio Pericoli si racconta

L’area che a Milano va da corso Monforte a corso Concordia è un’area generica: priva di monumenti celebri (porta Monforte è stata realizzata come l’ultima delle cinque porte milanesi), riunisce in sé tutti gli estremi della città. Di fianco all’hotel di lusso Chateaux Monforte c’è infatti un centro di accoglienza francescano e una mensa per i poveri.

Tutt’intorno, caratterizzato da memorie patriottiche (piazza Tricolore, viale Premuda, viale Piave), si estende il quadrilatero della moda; d’altronde, in cinque minuti a piedi si arriva al Duomo e nello stesso tempo, ma in automobile, si è già sulla tangenziale Est. È precisamente su questa parte di città che si a accia dal 1999 lo studio di Tullio Pericoli: «Guardare il trambusto del traffico e dei lavori per la nuova linea metropolitana dalle mie finestre mentre lavoro è rilassante come guardare un acquario».

Forse per Pericoli il trambusto esterno riflette quello interiore dell’illustratore e del pittore sempre al lavoro, anche al sabato e a volte la domenica, un rovello esistenziale indotto dalla condizione di chi è intrappolato nel labirinto quotidiano del mestiere creativo, analogo a quello descritto in un paio di racconti di Franz Kafka, Un artista del digiuno e Josefine, la cantante ovvero il popolo dei topitra i preferiti di Pericoli.

Lo studio ha una pianta a “L”, con una parte più calda perché interamente ricoperta dal legno: sul parquet, sul soffitto,  nelle alte librerie e nel lungo tavolo di Achille Castiglioni che riceve gli ospiti, la posta, i libri e i giornali. All’estremità opposta c’è una parte più fredda, chiara, dove si allineano i tavoli da lavoro, sporchi di inchiostro o colore e popolati dai contenitori tondi di ogni genere di strumento da disegno, matite, pennelli, pennarelli, per arrivare in ne alle tele in corso di esecuzione.

In mezzo c’è Tullio Pericoli che ha diviso in due anche la sua giornata: «Di mattina leggo, mentre al pomeriggio lavoro ai quadri o ai disegni perché mentre la mattina ha un limite preciso, il pomeriggio ha un tempo allungabile o regolabile a seconda del lavoro da fare». Siamo insomma nell'atelier di un artista ordinato e metodico, che separa il suo spazio e il suo tempo con cura, fino a indulgere nell’autoanalisi. Da quando si trova infatti in questo studio ha preso l’abitudine di fotografarlo circa ogni anno da sette punti di vista fissi, registrando così tutti gli spostamenti. Perché? «È una sorta di diario, interessante perché involontario: noi pensiamo di appoggiare cose sul tavolo senza un motivo preciso, ma in realtà ce n’è sempre uno anche se non intenzionale», come ci racconta. Riemerge qui, quell’atavismo marchigiano che Geminello Alvi ha definito pignolo e terragno.

A sinistra, la parte dello studio dove l’artista realizza i suoi quadri. Sullo sfondo, la zona dove dipinge le opere nel pomeriggio. A destra, Tullio Pericoli nel suo studio - Credits: Ph. Mattia Balsamini
A sinistra, sugli scaffali della libreria, si trovano disegni e sculture dell’artista. Come questa serie, in primo piano, realizzata con piccole matite colorate. A destra, un dettaglio del tavolo dove vengono ideati i bozzetti, con pennarelli, pastelli e colori sparsi in un caos solo apparente. - Credits: Ph. Mattia Balsamini

Eppure Pericoli, nato a Colli del Tronto, è ormai parte del cielo culturale milanese, ormai sempre più rarefatto, come si intravede da poche memorie, ma eloquentemente sparse qua e là: la fotografia che ritrae Vittorio Gregotti e Umberto Eco ospiti nella casa ascolana di Pericoli; i molti libri del suo editore principale, Adelphi; il gioco dell’acrostico che comincia dalla “T” di “Tullio ti do tre tratti” e prosegue no alla “i”, firmato solo Roberto (ma che noi sappiamo essere Benigni); la dedica che Italo Calvino, conosciuto ai tempi della loro comune collaborazione a Il Giorno, scrisse sulla sua copia delle Cosmicomiche: “Il più pericoliano dei miei libri”.

A essere pignoli la fase dell’opera di Pericoli che coincide con questo studio, è del tutto nuova: quella che combacia con l’eclissi del ritratto e l’avvento del paesaggio (vedi il suo libro del 2013, I paesaggi, Adelphi). A essere terragni, era da tempo che le linee di molti dei suoi ritratti più celebri come quello di Samuel Beckett somigliavano a linee di terra, rughe come solchi. I paesaggi, “parti senza un tutto”, fatti di segni e macchie di colore, tendono verso l’astrazione e dunque verso una fase del suo lavoro ancora di là da venire; una fase che lui, con atavica nonchalance, si ostina a chiamare mestiere, e che è anzitutto arte manuale. La stessa di Lucia, un’anziana collaboratrice domestica pugliese di Pericoli, che poco prima di morire ha ricamato a mano per lui un cuscino decorato con dei graziosi pennini, conservato nello studio come un convitato di stoffa: il dettaglio rivelatore di una sprezzatura a venature romantiche.

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