Un ritratto dello scrittore e botanico Umberto Pasti, fotografato nel suo appartamento milanese, nel quartiere Brera. Di Pasti è appena uscito Animali e no (Bompiani), volume illustrato da Pierre Le-Tan: un magico caleidoscopio di creature in un Marocco violentato dai soliti ricchi - Credits: Mattia Balsamini
Storytelling

Umberto Pasti: l’occhio sulle cose

In una delle piccole storie di Bruce Chatwin, raccolte in Che ci faccio qui?, un anziano, equivoco compratore d’arte si reca da Sotheby’s dove il giovane Bruce lavora e chiede di vedere qualcosa di speciale. Prontamente questi gli mostra un frammento di pittura attica: «Ah vedo che lei ha l’Occhio! Anche io ho l’Occhio, diventeremo amici», fa il cliente.

Anche Umberto Pasti, botanico e scrittore, ha l’Occhio. Lo suggerisce lui stesso, quando alla domanda “Chi le ha insegnato a vedere?”, risponde: «Credo che la mia più grande fortuna sia stata quella di avere una madre che mi portava da piccolo nei musei. Poi ho avuto un dono dal destino: ci vedo molto bene. Non nel senso che ho tante diottrie, bensì che ho una grande memoria visiva. In un ambiente pieno di cose, le fotografo tutte immediatamente, e sono bravo a spostare gli oggetti per trovare un’armonia. Non è un fatto estetico, è un fatto di attenzione, un occhio del cuore. E sempre la vista», prosegue, «è il senso che uso di più, dal giardinaggio all’amore».

È quell’Occhio che lo ha spinto a viaggiare e stare lontano da casa per periodi prolungati, sin da ragazzino, a raccogliere cose per il mondo. A collezionare. Bulbi di piante selvatiche, ceramiche ottomane, disegni, arte oceanica, africana e islamica, tappeti, tessuti, ossa, mobili dipinti e antichi marmi. La sua casa di Milano ne è piena, ma altrettanto quella a Tangeri.

Proprio lì, in Marocco, Pasti trascorre i due terzi dell’anno: «Gli iris sono il motivo per cui ci sono andato», dice. Sin da piccolo, da ne aprile a ne maggio, cadeva puntualmente in acqua nel tentativo di avvicinarsi agli iris pseudacori che crescono nei fossi. Ne parla anche nel suo ultimo libro, Animali e no (Bompiani), racconto zigzagante di ciò che è successo negli ultimi anni in quella regione, aneddoti crudi e paradisiaci tra piante e animali con un nome maiuscolo. «E quando do un nome a qualcosa, finisco per esserne ossessionato», confessa. Ma mentre a Tangeri o nella campagna marocchina gran parte del tempo è speso all’aria aperta, persino “a dormire nei boschi”, l’appartamento milanese si trova in un edificio ottocentesco nel quartiere Brera, che Pasti considera il suo rifugio.

Seduto su una poltrona in un angolo ingentilito da un mazzo di narcisi bianchi, mentre accarezza un frammento di testina romana, racconta: «Qui vengo per riposare, per studiare». Le pareti sono foderate di libri, diligentemente in lati in “biblioteche semplici” che gli architetti Roberto Peregalli e Laura Sartori Rimini hanno disegnato perché lui e il suo compagno Stephan potessero godere di un ambiente ordinato. Hanno anche riscoperto degli affreschi neoclassici sotto gli stucchi apposti nel tardo XIX secolo. Tutta la casa è fittamente abitata.

Tessili mediorientali ricoprono le superfici. Certe piastrelle decorate a ori e i dipinti sono appesi alle librerie. Tranne uno. Quello che aveva tanto desiderato, undicenne, ma che non aveva i soldi per comprare. Racconta: «Non sapevo che Pablo Picasso negli anni 70 dipingesse ancora. Lo vidi esposto vicino a casa e chiesi a mio padre un anticipo delle mie paghette future per poterlo avere». Il padre lo seguì in galleria, ma vedendo l’opera ne rimase disgustato: «Non se ne parla nemmeno», e fini lì. «Lo ritrovai una ventina di anni più tardi a casa della vedova di de Kooning a Long Island», ricorda Pasti; qualcuno gli sussurrò che era stato un a are, acquisito per una cifra ben superiore a quella che avrebbe pagato: «Pensai: se papà mi avesse dato retta, adesso sarei un uomo molto ricco, oppure avrei un bellissimo Picasso».

A sinistra, un angolo dell’entrata. Nella vetrina, collezione di copricapi e ornamenti in piume dal Borneo, Nuova Guinea, Amazzonia, Nord Ameri- ca. Al muro, frammenti di affreschi romani e un tessuto rinascimentale. A destra, alla parete, piatti turchi del XVI-XVIII secolo e un busto lombardo del tardo ’400. Nella teca, manufatti neolitici - Credits: Mattia Balsamini
A sinistra, un coleottero e due piastrelle, una spagnola del ’500 (a sinistra) e una di Delft del ’600 (a destra). A destra, terrecotte africane disposte sopra un cassettone a ribalta lombardo del ’700, in una delle stanze da letto. Al muro, un portafucili in legno di Tetuan, città al nord del Marocco, del XIX secolo. Ai lati, frammenti di tappeto anatolico (Konia, XVIII secolo) - Credits: Mattia Balsamini
Lo studio-sala da pranzo. Sul tavolo, un putto di una fontana rinascimentale e una brocca toscana del ’600. La lampada è ricavata da un vaso Imari giapponese - Credits: Mattia Balsamini
Un letto romano Direttorio. Nella libreria, una collezione di ceramiche popolari piemontesi. Il tappeto appeso è una “preghiera” Ghiordes del XVIII secolo - Credits: Mattia Balsamini

Tra i cimeli che gli stanno più a cuore c’è la piccola tomba di un falco settecentesca. L’ebbe da un rigattiere, per una strana sorte, non molto tempo dopo la morte del falchetto che viveva con lui in Marocco. Lo aveva chiamato Luca, dopo averlo riscattato da un manipolo crudele di bambini – c’è un intero capitolo dedicato alla vicenda in Animali e no – che gli aveva spezzato le remiganti. L’esserino storpio, feroce solo nel mangiare, per il resto più simile a una gallina, era rimasto con lui finché una malattia improvvisa se l’era portato via: «Ho immaginato un giovin signore che si fa scolpire un tempietto alla memoria del suo falco».

Pasti spegne la sigaretta nella luce lattiginosa che entra dalla finestra: la sua giacca in velluto è una chiazza chiara nel variegato paesaggio domestico. Si alza e va verso l’ingresso, dove si trova la sua prima grande raccolta, iniziata ancora adolescente.

Un insieme di copricapi piumati: «Quando da bambini si giocava a indiani e cowboy io ero sempre dalla parte degli indiani». L’attrazione per l’esotismo è iniziata molto presto, leggendo Salgari. In fondo, collezionare, per Pasti, è un modo per cercare altro da sé, ma anche per trasmettere alle gene- razioni future. Raccoglie cose e libri che le documentino — una cosa non vive senza l’altra; e il suo più grande piacere è alzarsi di notte per sfogliarli. Le preoccupazioni estetiche sono rimaste chiuse fuori. Collezionando per amore, sa ben distinguere ciò che è e mero da ciò che ha valore. Ha ragione: l’Occhio di Umberto Pasti ci vede benissimo.

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