Van Gogh - Sulla soglia dell'eternità
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Storytelling

Van Gogh, sulla soglia dell’eternità

A ventidue anni dall’uscita del film biografico dedicato a Jean-Michel Basquiat, l’artista americano Julian Schnabel ci consegna un nuovo racconto sull’arte ripercorrendo con gli occhi di Vincent Van Gogh, interpretato da Willem Dafoe, gli anni tormentati che hanno preceduto la sua morte. Tra le figure che più hanno influenzato l’arte del XX secolo e oggetto di numerosi studi e saggi di estetica – il suo Un paio di scarpe (1886) è stato al centro della riflessione di Martin Heidegger sull’essenza dell’opera d’arte, contestata in seguito da Meyer Schapiro e Jacques Derrida – la vita irrequieta e l’intensità febbrile del gesto creativo di Vincent Van Gogh rivivono nell’universo di immagini e colori che Julian Schnabel ha saputo orchestrare in questo film, grazie anche alla collaborazione per la sceneggiatura di Jean-Claude Carrière (che per diciannove anni ha affiancato il regista Luis Buñuel nella stesura di quasi tutti gli ultimi film).

Julian Schnabel dirige Willem Dafoe in un percorso per immagini che accende una luce diversa su ciascuno dei frammenti di vita del pittore olandese dal suo arrivo ad Arles, ai rapporti con l’amico Gauguin e col fratello Theo, ai conflitti esterni e la mutilazione dell’orecchio, fino al misterioso colpo di pistola ad Auvers-sur-Oise. Accompagna tutto il film, la voce narrante di Van Gogh-Dafoe che descrive con intimità, turbamento ma consapevolezza, la sua visione del mondo e della realtà, l’incanto della natura che si rivela sempre nuova, la ricerca del divino e l’aspirazione all’eternità, il riconoscersi diverso ed escluso dalla società e dotato di uno sguardo che arriva forse troppo presto ma che parlerà al futuro. Nel suo ritratto di Van Gogh, Julian Schnabel vuole raccontare il sentimento della visione, la carica vitale dell’arte, e non la cronologia di una vita; sfida quest’impossibilità apparente facendo affidamento sul potere evocativo delle immagini, accompagnate dalle musiche della violinista ucraina Tatiana Lisovskaya, per un’esperienza cinematografica che invita a riscoprire l’anelito dell’uomo all’esprimersi e comunicare.

Jean-Claude Carrière afferma: «È un film su un pittore, Van Gogh, nel quale abbiamo cercato di evitare di raccontare una biografia — sarebbe stato assurdo, è talmente nota! — e di immaginare invece scene che avrebbero potuto plausibilmente aver luogo, situazioni nelle quali Van Gogh avrebbe potuto trovarsi e cose che avrebbe potuto dire, ma che la storia non ha registrato. Si tratta di un approccio completamente nuovo». In questa narrazione caleidoscopica risuona l’intenzione originaria del progetto, nato durante la visita di Schnabel e Carrère alla mostra Van Gogh/Artaud: Il suicidato della società al Musée d’Orsay di Parigi nel 2014. Aggirandosi tra i dipinti esposti, come Ritratto dell’artista, La sedia di Gauguin, Ritratto del dottor Gachet, August Rodin, Un paio di scarpe, i due hanno iniziato a parlare del film e a delinearne la struttura, come racconta il regista: «Quando sei davanti a singole opere, ciascuna ti dice qualcosa di diverso. Ma dopo aver visto 30 quadri, l'esperienza diventa qualcosa di più. Diventa la somma di tutte quelle sensazioni messe insieme. È l'effetto che volevo ottenere con il film, rendere la struttura tale che ogni evento che vediamo accadere a Vincent potesse sommarsi ai precedenti, come se chi guardasse potesse vivere tutta la sua vita in un momento».

Come nella mostra ogni singolo quadro restituisce l’assoluto dell’arte, l’opera nella sua totalità, anche nel film Van Gogh, sulla soglia dell’eternità Julian Schnabel vuole restare il più fedele possibile all’universo del pittore – a maggior ragione dal suo essere egli stesso un artista -, concentrandosi sull’atto concreto, autentico e fisico, del dipingere e del pensiero creativo, anche nel confronto con i compagni e gli artisti vissuti prima. È un film da vedere, anche solo per guardare il mondo con occhi diversi, perché prendendo a prestito le parole di Antonin Artaud (per restare in tema) «no, Van Gogh non era pazzo, ma le sue pitture erano pece greca, bombe atomiche, la cui angolazione, confrontata con tutte le altre pitture che imperversavano in quell’epoca, sarebbe stata capace di turbare gravemente il conformismo larvale della borghesia del Secondo Impero […] perché la pittura di Van Gogh non attacca un certo conformismo di costumi, ma il conformismo stesso delle istituzioni».