La Colonia del Villaggio Eni, immersa nei boschi ai piedi delle Dolomiti. Oggi è adibita a residenze d’artista per il programma Dolomiti Contemporanee - Credits: Ph. Mattia Balsamini
Storytelling

Nella città futura

«Qualsiasi tipo di ricerca può essere assimilata in metafora a un processo di tipo verticistico. Si vuole trovare un senso, quindi si anela a una vetta».

Incontriamo Gianluca D’Incà Levis nella sua abitazione, una delle 263 ville unifamiliari dell’ex Villaggio Sociale Eni di Borca di Cadore, in provincia di Belluno, voluto negli anni 50 da Enrico Mattei per i dipendenti dell’Ente Nazionale Idrocarburi e che dal 2014, da luglio a settembre, ospita Progettoborca: un cantiere attivo in cui gli artisti sono parte di un laboratorio aperto capace di riattivare immaginari e visioni, intorno e a partire dal paesaggio dolomitico.

Immerso in un bosco che si estende lungo 125 ettari, il Villaggio ospita uno dei più visionari progetti architettonici e culturali del ’900. Qui Gianluca è approdato nel 2014 con il suo programma Dolomiti Contemporanee, avviato nel 2011 per offrire, attraverso l’arte contemporanea, una nuova identità e costruire nuove narrazioni intorno ad alcuni siti abbandonati, dislocati nel multiforme territorio delle Dolomiti, patrimonio dell’Unesco.

Dopo aver studiato architettura allo IUAV, ha aperto un suo studio ma ben presto ha capito che quella non poteva essere la sua strada. Non riusciva a restare chiuso all’interno di recinti ben de niti e all’età di 34 anni si è avvicinato all’alpinismo, un’esperienza che può essere totalizzante perché non è una semplice pratica sportiva ma è prima di tutto una questione mentale. Può sembrare curioso ma è proprio da qui, da questa vicenda esistenziale che nasce Dolomiti Contemporanee: un programma di residenze d’artista che agisce sui luoghi, attivando “cantieri” più che spazi espositivi, dove le opere giacciono inerti e isolate.

È subito chiaro che non siamo di fronte a un curatore canonico. Parlando con lui osserviamo che la sua idea di arte viene direttamente dall’arrampicata. C’è una connessione forte tra la pratica artistica e lo scalare. «Dolomiti Contemporanee può essere letto come un processo di arrampicata culturale», ci racconta D’Incà Levis, «L’arrampicata è una ricerca, si tende a una vet- ta ma quel che conta non è l’arrivo, piuttosto i percorsi che si intraprendono, le vie aperte e i tentativi del corpo che si muove e conquista lo spazio, il rapporto tra pieno e vuoto, tra vita e morte. Ecco, a meno che uno non voglia mettere l’opera su un piedistallo, anche per l’artista il processo è l’elemento motivazionale principale.

L’artista deve cercare, a volte non sa nemmeno cosa, e arriva ai diversi approdi per gradi. Così come l’alpinista. La ricerca è un fattore essenziale per chiunque creda nel valore fondativo della cultura nell’ambito dell’esperienza umana». In questi anni D’Incà Levis ha coinvolto centina- ia di artisti, mettendoli a confronto e creando connessioni con tutti gli altri saperi, a favore della circolarità dei linguaggi. Ha invitato pensatori, industriali, filosofi, curatori, critici, musicisti che hanno vissuto le residenze insieme agli artisti. «Se vuoi rigenerare un grande sito, come questo di Borca di Cadore, ma anche alcune fabbriche in cui abbiamo operato, non puoi utilizzare un solo usso», ci racconta.

«Ognuno di questi luoghi deve diventare un acceleratore di particelle psichiche», prosegue, «Dove l’arte è una delle tecniche che l’uomo usa per esplorare. Ma poi c’è l’alpinismo, la scienza, la filosofia... Tutto questo deve entrare nel processo attivato da Dolomiti Contemporanee». E il Progettoborca è l’occasione ideale per metterlo in moto. Prima di approfondirlo, vale la pena di fare un passo indietro e rievocare la storia del Villaggio Eni. La struttura, progettata da Edoardo Gellner, oltre alle ville unifamiliari, comprende un albergo, un residence, un campeggio a capanne, una chiesa ideata con Carlo Scarpa, e una Colonia che no ai primi anni 90 ha ospitato 600 bambini ogni due settimane.

Rilevato nel 2001 da Mi.no.ter del gruppo Cualbu, è stato recuperato con l’iniziale collaborazione dello stesso Gellner per un’ampia operazione immobiliare. La Colonia è stata a data a D’Incà Levis per il suo programma di residenze, con la convinzione che fosse essenziale riattivare questo luogo dimenticato, non solo dal punto di vista architettonico, ma attraverso la ricostruzione di un’identità prima di tutto culturale. Qui gli artisti si cimentano con le architetture di Gellner, straordinarie sperimentazioni dal punto di vista formale, spaziale, materiale e tecnico, operate con le più grandi aziende italiane del settore. Ma non possono evitare di stabilire un contatto con la montagna. E l’intento principale di Gianluca è quello di uscire dagli stereotipi che ingabbiano il paesaggio montano, per considerarlo da nuovi punti di vista, che ogni volta vanno inventati.

A sinistra, le casette del Campeggio a tende fisse: le capanne, costruite tra il 1958 e il 1961, ospitavano fino a 200 ragazzi. A destra, Gianluca D’incà Levis, ideatore e curatore di Dolomiti Contemporanee, progetto per valorizzare l’ex Villaggio Eni di Borca di Cadore - Credits: Ph. Mattia Balsamini
Le casette del Campeggio a tende fisse: le capanne, costruite tra il 1958 e il 1961, ospitavano fino a 200 ragazzi - Credits: Ph. Mattia Balsamini
A sinistra, La Sala comune, all’interno della Colonia, oggi è il luogo di ritrovo degli artisti ospitati dalla struttura. il lampadario è stato progettato da Flos. A destra, La Colonia, per la conformazione del terreno, non è un corpo unico ma è costituita da 17 edifici uniti da un sistema di rampe - Credits: Ph. Mattia Balsamini
Gianluca D’incà Levis si arrampica sul muro esterno della Colonia. Le finestre sono realizzate in modo da creare all’interno suggestivi gio- chi di luce. Che variano in base ai diversi momenti della giornata - Credits: Ph. Mattia Balsamini
A sinistra, Disabitate, un’opera di Marta allegri: work in progress realizzato con rete metallica (2014–2015) e installato nell’edificio che un tempo ospitava le religiose che gestivano la Colonia, capace di ospitare fino a 600 bambini. A destra, l’opera Imaginary Friend (2014) di Fabiano De Martin Topranin, in legno di pioppo. L’installazione si trova all’interno del ex refettorio della Colonia - Credits: Ph. Mattia Balsamini

La montagna viene riprocessata e diviene materiale vivo per le opere d’arte. In questo contesto, è inevitabile che alcuni artisti abbiano voluto misurarsi con l’arrampicata, seguendo il curatore del programma. «Noi non vogliamo pettinare il paesaggio, od offrirne una visione edulcorata. Il cantiere dell’arte vuole piuttosto produrre una frizione», ci dice D’Incà Levis. Cristian Chironi ha voluto provare personalmente la scossa psichica attivata dallo scalare, una scossa che è entrata e ha modulato il suo lavoro. Giorgia Severi qui ha iniziato ad arrampicare e non ha mai più smesso, utilizzando anche i fattori di rischio come elementi incentivanti. La montagna l’ha aiutata a mettere in discus- sione la natura delle cose in un modo più complesso e approfondito. Come nel caso di Gianluca, anche per la Severi l’arrampicata è diventata una pratica esistenziale che ha in uenzato profondamente la sua ricerca. «Il nostro obiettivo», continua il curatore, «Non è esaltare la bellezza del sito, ma smuoverla, superarne l’inerzia, attraverso l’arte e la cultura».

Da luglio a settembre, il centro delle attività sarà il Progettoborca. In questo periodo, il villaggio voluto da Mattei sarà visitabile durante gli Open Studio che avranno cadenza settimanale. In queste occasioni di apertura, il pubblico, composto da addetti ai lavori ma anche dagli abitanti delle zone limitrofe, potrà vedere le opere degli artisti e visitare il Villaggio. Un modo per invitare la popolazione a riappropriarsi di un luogo di grande intensità dal punto di vista architettonico e intellettuale. Ci saranno poi eventi e momenti di riflessione e confronto, oltre che progetti formativi, come il workshop Abitare condiviso, ideato con la rivista Casabella e Proviaggiarchitettura, con Simone Sfriso, Edoardo Narne, Roberto Bosi e Michele Merlo. Prenderanno poi forma i laboratori per bambini del Dolomiti Digital Camp, sviluppati con H-Campus, in partnership con H-Farm, e seminari e campi estivi con gli studenti, in collaborazione con lo IUSVE di Venezia, l’Accademia Rufa di Roma, Venezia e Verona.

Il programma, comunque, è itinerante: deve germogliare e moltiplicarsi anche altrove, come nello spazio espositivo di Casso, di fronte al Vajont, ricavato all’interno di una scuola abbandonata dopo la tragedia del 1963. Qui trovano posto le opere realizzate in residenza e si tiene il Concorso Artistico Internazionale Two Calls, per o rire una nuova esistenza e identità alla montagna del Vajont, grazie a installazioni appositamente concepite. La scorsa edizione ha visto vincitore Andrea Nacciariti con 90° cw, un progetto delicato e suggestivo che taglierà con una linea luminosa la super cie del versante friulano della diga. Ma il concetto di circolarità che distingue Dolomiti Contemporanee ci porta di nuovo all’arrampicata e al Villaggio di Borca di Cadore dove prossimamente si terrà il First Borca Boulder Dolomiti Contest, curato dall’Associazione Party Block di Belluno.

«Attraverso il boulder», racconta D’Incà Levis, «le architetture di Gellner non saranno più contemplate dal basso, come monumenti inerti. Ma valorizzate scalandole, toccandole, dichiarandole vive e reali. Arrampicarle sarà un altro modo per conoscerle attraverso il corpo e mostrarle in tutta la loro forza».

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