Claudio Saverino (sulla scrivania) e Tiziano Vudafieri - Credits: Ph. Mattia Balsamini
A sinistra, lo studio di Saverino, milanese, che ha lavorato con Francesco Soro diversi anni. A destra, un angolo dello studio di Tiziano Vudafieri, collezionista d’arte contemporanea. Si è formato all’università di Venezia sotto la guida di Aldo Rossi - Credits: Ph. Mattia Balsamini
A sinistra, l’ingresso dello studio: i muri sono stati lasciati “al naturale”, soluzione adottata anche nel ristorante Dry, a Milano. A destra, Le ceramiche pop di Adam Nathaniel Furman, artista designer inglese. In occasione dell’ultimo Salone, lo studio ha dedicato una mostra a Furman e al suo lavoro sulla Roma imperiale. - Credits: Ph. Mattia Balsamini
A sinistra, un angolo dello studio dove lavorano i collaboratori dei due architetti, illuminato da una grande finestra ad arco, memoria storica dell’edificio. A destra, un’immagine di Vudafieri e Severino alla base della scala che porta al seminterrato, dove si trovano gli archivi e alcuni spazi espositivi - Credits: Ph. Mattia Balsamini
Storytelling

Vudafieri & Saverino: l’architettura che nasce da un incontro

Si assomigliano non solo perché lavorano insieme da quasi vent’anni, ma perché sono intimamente diversi, uno allievo di Ettore Sottsass e l’altro di Francesco Soro, uno che distrugge e l’altro che resiste in nome dell’eleganza. Ed è in nome di questa complementare ricchezza di esperienze, così contemporanea nella duttilità dei linguaggi, che Tiziano Vudafieri, il sottssasiano, e Claudio Saverino, il sororiano, hanno firmato una straordinaria collezione d’interventi, ecclettici per dimensioni, latitudini e destinazione, ma tutti, ed è qui la bravura, perfettamente riconoscibili. Dovendo ampliare la sede, va da sé che due anni fa Tiziano e Claudio abbiano trovato nel centro di Milano, zona Porta Venezia, un vecchio studio di registrazione per sigle pubblicitarie, abbandonato da tempo. E quel verbo, registrare, nel senso di aderire musicalmente e intimamente alla “voce guida”, che sia un materiale, un volume, un paesaggio, persino un sapore, ha fatto scattare una sintonia profonda tra luogo e futuri inquilini. Ristrutturazione totale e quel labirinto claustrofobico di stanzette, divise tra pianoterra e seminterrato, ha ceduto il posto a un ambiente arioso.

Eppure il genius loci, l’ascolto in cuffia, il mixaggio dei suoni e la creazione di una melodia originale, è rimasto. La partitura dello spazio è chiarissima, tre gradini all’entrata, e subito ai lati del corridoio centrale si aprono gli studi di Vudafieri e Saverino, molta arte contemporanea nel primo, tra i riflessi di uno skateboard d’oro, più fotografia nel secondo, e il legittimo proprietario è così orgogliosamente “antico”, analogico, da realizzare a cora a mano i modelli dei suoi progetti, colla, righello e taglierino. Che queste diverse dimensioni temporali funzionino benissimo insieme lo conferma anche, a chiusura prospettica del corridoio, una ceramica di Adam Nathaniel Furman, irriverente artista e designer inglese a cui lo studio ha dedicato una mostra durante l’ultimo Salone.

Tema, la Roma imperiale e quella futura, pop, psichedelica, immensa ma capace nell’accostamento dei singoli edifici, ognuno con un nome di persona, di rispettare simpatie e antipatie. Effetto eco e vengono in mente due progetti di Tiziano e Claudio, dialoghi intensi tra le nuove esigenze di Milano e la sua memoria: anzitutto la torre di via Volturno 33, ex sede storica del PCI, primo acuto che interrompe lo skyline e segna il punto di unione tra l’area in divenire di Porta Nuova e lo storico quartiere dell’Isola. «Ho seguito il cantiere dalla finestra della casa di mia nonna; lei, che ha vissuto 107 anni, mi parlava di una città che non esisteva più e mi accusava di distruggere i suoi ricordi. Dentro di me mi convincevo invece che Milano è proprio questo, l’ansia del nuovo, la forza di ricostruirsi a costo di cancellare il passato», racconta Tiziano. Unico obbligo per gli architetti è la creazione di un’identità forte anche nell’effimero, soprattutto là dove il tema è l’incontro. «Quando abbiamo progettato il China City Pavilion in piazza Duca d’Aosta per l’Expo 2015 – prosegue Tiziano, naturalmente votato a oriente perché veneziano d’adozione – abbiamo immaginato una pagoda disegnata da Gio Ponti, il razionalismo che incontra l’ordine di Confucio e diventa ancora più leggero fino a trasformare le lamelle del tetto nell’ala di un airone, uccello beneaugurante per i cinesi».

Sorvolando gli infiniti epicentri della cultura contemporanea, Vudafieri e Saverino hanno creato negozi di grandi marchi, da Pucci a Givenchy, al recentissimo Delvaux, alberghi, in cantiere il prossimo Una Hotel in zona corso Como, e naturalmente dimore private, da un maso del XVI secolo in Alto Adige, di cui è stata restaurata persino la fuliggine come fosse un encausto prezioso, a una villa di vacanza a Java, copertura in legno e muri a secco, realizzati da decine di scalpellini locali. Di nuovo il tema è l’incontro, quello tra due architetti italiani che convincono un committente indonesiano, forse sensibile ad altri indicatori di ricchezza, più scintillanti, a riscoprire le tradizioni della sua terra, autentico segno di lusso e consapevolezza. Ma c’è un altro settore nel quale Tiziano e Claudio si distinguono ed è la ristorazione, cosmopolita perché milanese, senza decorativismo citazionista, ma scoprendo la radice autentica di ogni linguaggio, il legno se è un ristorante giapponese come Zazà Ramen, il muro grezzo che rivela l’intonaco ottocentesco nel Dry, e ancora l’acciaio e il cemento che interpretano la perfezione maniacale di Andrea Berton, due stelle Michelin. Viene spontaneo chiedersi se tale “sensibilità” culinaria nasconda un talento segreto anche in cucina. Ed è così, Vudafieri è un grande cuoco, pesce e verdure, Saverino è un nostalgico dei piatti dell’infanzia. Due ricette, le puntarelle alla bretone, «Perché sostituisco le sardine alle acciughe», spiega Tiziano, e la pasta avanzata e saltata in padella con lo zucchero, «Perché mia nonna era di origine austriaca», ricorda Claudio. Accade che a Milano, ai microfoni di un ex studio di registrazione, il mondo si racconti.

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