Uno scorcio di Marfa
Illustrazione di Andy Rementer - "15 untitled works in concrete", l’opera realizzata dall’artista statunitense Donald Judd tra il 1980 e il 1984 presso la Chinati Foundation, Marfa
Illustrazione di Andy Rementer
La roulotte con Fabio Calvi e Paolo Brambilla è parte di el Cosmico, albergo nomade dove soggiornare nel cuore del deserto.
Uno scorcio di Marfa
Illustrazione di Andy Rementer - Marfa Prada, l’installazione permanente realizzata dagli artisti danesi Michael Elmgreen e Ingar Dragset, inaugurata l’1 ottobre del 2005.
Storytelling

West Texas: viaggio a Marfa

Una delle massime più note di Le Corbusier è quella secondo cui l’architettura è un gioco sapiente, rigoroso e magnifico di volumi assemblati sotto la luce: il maestro però si è dimenticato di spiegarci sotto quale luce. I progettisti sanno bene, infatti, che non basta conoscere le coordinate geografiche di un luogo per comprenderne l’effetto luminoso, ma che è necessario fare un’esperienza diretta e andare a leggere con i propri occhi come l’atmosfera diffonde la luce e come il paesaggio la riflette: lo stesso raffinato gioco di volumi potrebbe funzionare bene affacciato sul mare ma avere un effetto completamente differente in città.

Il deserto del West Texas ha una luce propria, del tutto diversa da quella a cui noi, milanesi di pianura, siamo abituati. Non ha nulla in comune neppure con la luce mediterranea, olimpica, a cui forse pensava Le Corbusier quando scriveva quelle parole, né tantomeno con quella dei cieli altissimi del Nord dove le nuvole viaggiano rapide.

Qui la terra è un piano infinito, senza vegetazione, dove in lontananza si delineano perfettamente le sagome delle montagne: un paesaggio geometrico, punteggiato di vecchi pozzi petroliferi e tagliato dalla ferrovia, che ricorda le atmosfere stranianti dei collage dei Superstudio. È uno spazio così astratto da avere indotto Donald Judd a scegliere il villaggio di Marfa come luogo dove installare al meglio le sue opere. Deve essere stata la voglia di assoluto, non certo il clima, a indurre un artista per certi versi molto newyorkese a scegliere questa località letteralmente in mezzo al nulla, visto che in estate si può arrivare a 40 gradi centigradi di giorno e 10 di notte, con un salto termico violento all’alba e al tramonto che sorprende i turisti sprovveduti come noi.

Del resto Marfa non si può dire una cittadina nata per viverci: inizialmente era solo una stazione di approvvigionamento dell’acqua per i treni che attraversavano il continente, poi una base per l’addestramento dei piloti militari durante la Seconda Guerra Mondiale, mentre oggi è un luogo di pellegrinaggio per gli amanti dell’arte che visitano la Judd Foundation e la Chinati Foundation, oppure per neo-hippie che partecipano all’improbabile Trans-Pecos Festival of Music + Love.

In questa pianura sterminata non è difficile credere di avere visto astronavi aliene, o convincersi dell’esistenza di basi militari sotterranee segrete. Le celebri Marfa Lights, un fenomeno per cui nel mezzo del deserto appaiono globi di luce ondeggianti di origine inspiegabile, non fanno che alimentare l’aura che permea questo deserto, un’aura che rende misteriosa ogni cosa.

E qui nasce un’inaspettata contraddizione: le immense installazioni di Judd, che siano sequenze di parallelepipedi in cemento all’aria aperta o cubi in acciaio dentro i capannoni della Chinati Foundation, volevano essere il tentativo più estremo di eliminare ogni aura da quelle che Judd stesso non chiamava neppure opere ma Specific Objects. Paradossalmente, però, quando si avvicinano e si toccano con le mani, questi oggetti instaurano con noi e con lo spazio un rapporto talmente intenso da essere quasi magnetico e l’aspetto mistico, kubrickiano, alla fine prevale su quello razionale.

Ci pensano Elmgreen & Dragset, alcune miglia più avanti, a prendersi gioco di tutti noi, facendo apparire come un miraggio un negozio di Prada solitario e sigillato: se solo si potesse entrare, potremmo scoprire che cosa nasconde.